Donne nella Storia: Vizi e Virtù – la Fedeltà

LA FEDELTA’
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Basta un solo nome per riempire un volume sulla fedeltà della donna:

Penelope

La figura di Penelope, casta e fedele, che aspetta trepidante il ritorno dello sposo vagabondo per il mondo con la scusa della guerra, che imbroglia i pretendenti con una tela interminabile, piace molto agli uomini.
Li rassicura.
Piace molto questa figura di donna in eterna attesa: è rassicurante. Viene presa come esempio anche in culture assai, ma proprio assai, posteriori.
Perfino oggi.
Ma era davvero così casta e fedele, la cara Penelope?
L’epoca in cui visse era quella di un Matriarcato in declino e un nascente Patriarcato. Lo testimoniano le vicende legate alle sue nozze con Odisseo, meglio conosciuto come Ulisse.
Questi conquistò la sua mano all’antica maniera matriarcale, vincendo, cioè, una gara di corsa.
(secondo altre versioni, di tiro con l’arco)
Penelope era figlia di Icario, re di Sparta, e della ninfa Peribea e, secondo le antiche usanze, era la sposa che accoglieva lo sposo nella sua casa e non il contrario. (Menelao era diventato Re di Sparta per averne sposato la principessa ereditaria, Elena).
Ulisse, invece, infranse le regole e si portò via la sposa contro la volontà del padre di lei.
Re Icario, infatti, li fece subito inseguire e Ulisse costrinse Penelope a scegliere fra lui e suo padre.
Penelope scelse Odisseo: senza una parola si calò il velo nuziale sul volto e lo seguì ad Itaca, lasciando la casa paterna e la terra di Sparta.
La figura di Penelope, in realtà, non è solamente emblematica, ma anche un po’ enigmatica, per quello che fu in seguito il suo comportamento.
Omero (ma sarà stato proprio Omero a scrivere l’Odissea? Ormai sono in molti a nutrire dei dubbi) ci parla di lei in tono brillante, bucolico ed un po’ ingenuo. Ben diverso dal tono ruvido e tagliente che si riscontra nell’Iliade, la cui paternità di Omero è indiscutibilmente accettata.
Omero ci lascia con Penelope ed Ulisse riuniti dopo venti anni di separazione: dieci di guerra a Troia e dieci di peripezie attraverso il Mediterraneo.
Penelope, però, si rivela donna prudente e diffidente, oltre che paziente e fedele: prima di concedersi al marito, vuole certezze e per questo lo sottopone alla prova del talamo nuziale e della sua posizione nella loro casa. Dopo, lo premierà generandogli un altro figlio: Polipartide; il primo era Telemaco, poco più che ventenne al ritorno a casa del padre.
Penelope è anche una donna forte e di infinite risorse. Lo ha dimostrato tenendo a freno i suoi pretendenti con vari espedienti prima del ritorno di Ulisse e lo dimostrerà pure dopo la morte di questi.
Sia Ulisse che suo figlio Telemaco, infatti, subito dopo la strage dei Proci (i pretendenti) erano stati esiliati.
Ulisse partì per la Tesprozia, per espiare la sua colpa; qui, però, sposò la regina Callidice che gli diede un altro figlio, Polirete.
Telemaco, invece, raggiunse Cefallenia, poiché, secondo un oracolo, Ulisse sarebbe morto per mano di suo figlio.
Così fu!
L’eroe fu ucciso proprio da uno dei suoi figli, ma non era Telemaco, bensì Telegono, il figlio avuto dalla maga Circe durante il viaggio di ritorno da Troia.
Telegono, che dal padre aveva ereditato lo spirito d’avventura, andava scorrazzando per i mari e finì per raggiungere Itaca.
Ulisse si preparò a respingere l’attacco, ma Telegono lo uccise.
Proprio come aveva predetto l’oracolo: in riva al mare e con l’aculeo di una razza, un aculeo di razza infilato sulla punta della lancia di Telegono.
E ancora una volta Penelope ci sorprende: trascorso l’anno di lutto previsto dalla tradizione, la Regina di Itaca sposa Telegono… proprio così! Sposa l’uccisore di suo marito, figlio della rivale, la maga Circe.
E non è tutto. Raggiunta l’isola di Circe, madre del fratellastro Telegono, Telemaco, a sua volta, impalma la rivale di sua madre.
Edificante!

L’astuto Odisseo… da chi ereditò la proverbiale “virtù”?

L’astuto ODISSEO… da chi ereditò la sua proverbiale “virtù”?

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Odisseo figlio di Laerte? No! Odisseo non era affatto figlio di Laerte l’Argiva, bensì di Sisifo di Corinto, quel vero maestro di inganni e raggiri che riuscì ad imbrogliare perfino Plutone, Signore del’Ade. Sisifo, maestro di finezza perfino nel concepire quel prodigio di figlio passato al mito come l’uomo più astuto.
Come accadde il fattaccio? Accadde che Autolico, un vicino con il vizio del furto, gli portò via gran parte della mandria di buoi; Sisifo lo denunciò, ma , proprio quando tutti erano nelle stalle dell’accusato occupati a controllare le bestie, l’ineffabile Sisifo si intrufolò nella casa di Autolico e gli sedusse la bella figlia Anticlea, incurante del “trascurabile” particolare che lei fosse già sposata con Laerte.
Per i suoi straordinari “talenti”, Odisseo si vide ben presto affibbiare dei soprannomi: Ipsipilo e Rabbioso.
Il primo, per la straordinaria abilità con l’arco: Ipsipile era l’appellativo della Dea-Luna che percorreva il cielo descrivendo un arco.
“Rabbioso”, invece, è proprio il significato del nome Odisseo e ad imporgli quel nome fu il nonno, Autolico, presente al banchetto per la sua nascita e invitato da Anticlea a dare un nome a suo figlio.
“Lo chiamerò Odisseo, cioé il Rabbioso, – disse Autolico – a causa dei nemici di suo nonno che egli dovrà rabbiosamente combattere, ma, in compenso, gli lascerò parte dei miei beni, appena salirà sul M. Parnaso.”
Appena cresciuto, il ragazzo andò a riscuotere e durante una battuta di caccia si procurò quella ferita alla coscia… che ben tutti conosciamo dal racconto dell’Odissea.
Odisseo dette mostra in varie occasioni dei talenti di cui era dotato.
Primo fra tutti l’inganno del “Cavallo di Troia”, anche se alcuni studiosi ritengono si trattasse di una macchina da guerra ricoperta di pelli animali. Ma forse abbiamo dimenticato l’episodio in cui la bella Elena, a passeggio intorno al “cavallo”, ben sapendo della presenza dei guerrieri al suo interno, per provocarli imitò le voci delle spose lontane e che fu Odisseo a trattenerli dall’impulso di balzare di fuori.
Finemente astuto si mostrò, invece, con re Tindareo, patrigno della bella Elena, quando si presentò con tutti gli altri eroi a chiederne la mano, ma avendo in mente, invece, di impalmare la altrettanto bella Penelope.
Per averla, egli elargì a Tindareo il famoso consiglio di cui tutti siamo a conoscenza: ammettere alla gara per conquistare Elena solo quelli che avessero giurato fedeltà e protezione nei confronti del fortunato prescelto. Sappiamo che il consiglio funzionò, anche se costò la rovina di Troia: per difendere l’onore di Menelao, lo sposo di Elena, cornificato dal principe troiano Paride, gli Achei tutti partirono alla volta di Troia… benché le motivazione di tanta mobilitazone fossero ben altre.
Astuto ed infido. Odisseo era anche questo e lo dimostra il colpo basso inferto a Diomede insieme al quale aveva portato via da Troia il Palladio, la statua della Dea Atena, per prendersene tutto il merito… sappiamo, però, come finì.
Astuto, ma vulnerabile negli affetti, come dimostrò a Menelao ed Agamennone a cui voleva far credere di essere pazzo per non partire in guerra. Si era fatto trovare dai due eroi che stava seminando sale, ma quando quelli gli misero davanti all’aratro il figlioletto, ritornò immediatamente savio.
L’astuzia, però. non lo salvò dalla morte avvenuta per mano di uno dei suoi figli… ma questa è un’altra storia.