GLI ANTICHI BABILONESI e… l’Amore Libero

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L’istituzione della famiglia e del matrimonio, con la sua stabilità e continuità, era riconosciuta in Babilonia come in ogni altro Paese dell’antichità, soprattutto per assicurarsi la procreazione: un contratto studiato e firmato quasi sempre dai genitori degli interessati.
Essendo una società fortemente patriarcale, all’interno di questa famiglia la donna era completamente sottomessa all’uomo che, in caso di sterilità femminile (quella maschile non era neppure contemplata) poteva tranquillamente ricorrere al ripudio. Salvo scappatoie quali l’utilizzo di una “sostituta”, una donna, cioè, che mettesse al mondo figli al posto della moglie. (solitamente una schiava)
Si capisce, dunque, che il matrimonio non fosse monogamo e che la poligamia fosse, invece, riconosciuta e praticata.
L’uomo poteva avere più mogli e concubine; tutte, però, subordinate alla prima moglie.
Il fatto che il matrimonio fosse un contratto non escludeva, naturalmente, coinvolgimento erotico, emotivo o di innamoramento, ma, in mancanza, questo lo si poteva trovare tranquillamente al di fuori e senza problemi. Non c’erano freni morali o religiosi e non esisteva il concetto di peccato.
Esisteva, naturalmente, un Diritto che tutelava le norme all’interno dell’istituzione matrimoniale, ma bisogna riconoscere che era alquanto discriminatorio: tutto quello che si accordava all’uomo, si vietava alla donna, la quale, però, riusciva sempre a trovar qualche scappatoia.
L’esempio, in realtà, veniva già dalla Religione. Dei e Dee erano stati creati ad immagine e somiglianza degli uomini e con gli stessi pregi e gli stessi difetti ed avevano spose, concubine ed amanti. Esisteva, perdipiù, una Dea, Ishtar, in cui si finì per identificare tutti gli aspetti dell’Amore, facendone una Divinità predominante e dedicandole un culto assai particolare , il cui rituale chiamava sempre in causa Amore e Sesso.
Amore e sesso libero. Non sancito da clausole contrattuali come l’isitituzione del matrimonio e praticato sia da uomini che da donne.
La prostituzione, poiché di prostituzione si tratta, aveva, però, caratteri molteplici e differenti e una prima distinzione possiamo farla in: prostituzione sacra e prostituzione profana.
Alla prostituzione religiosa, divisa in gruppi e categorie, appartenevano, fra le altre, le “Qadistu” o Consacrate e le “Ishtaritu” o Votate-a-Ishtar, le quali, con molta probabilità, vivevano nei Santuari della Dea o in congregazioni e centri chiusi.
Si trattava di donne che esercitavano il mestiere dell”Amore-libero per scelta ma anche per consacrazione alla Dea fin dalla tenera età, ma non era raro neppure il caso di donne sposate che abbandonavano il marito per entrare in una di quelle strutture.
Benché la loro prestazione fosse riconosciuta ed apprezzata, a queste donne vennero imposte delle regole per farsi riconoscere. Soprattutto per strada.
L’uso del velo era loro interdetto e dovevano, invece, acconciarsi in maniera vistosa e particolare, sì da farsi riconoscere immediatamente.
Quelle che non vivevano in centri chiusi, avevano obbligo di residenza in periferia ed era in locali come taverne che era facile incontrarle.
Qui si incontravano anche prostituto maschi, ma era facile incontrarli anche nei Santuari o nelle congregazioni, nonché presso case private.
Sacerdoti della dea Ishtar, li definì abusivamente qualche storico; in realtà si trattava di prostituti o travestiti che concedevano prestazioni sessuali in cambio di denaro.
Costoro venivano anche impiegati in cerimonie sacre e processioni come attori, mimi, cantori, ecc.. senza alcuna implicazione morale o infamante.
Nessuna disapprovazione, dunque, nei confronti dell’Amore libero, ma tolleranza ed aperta approvazione ad una istituzione considerata indice di alto livello di civiltà e cultura: Amore libero, uguale progresso e benessere psico-fisico.

Questa l’opinione per chi “beneficiava” dell’ amore libero. Ma per chi, invece, “vendeva” l’amore libero? Soprattutto quello praticato non nel santuario, ma nella taverna?
Ecco quale giudizio ci tramanda in proposito l’antico babilonese.
“Vieni, cortigiana, ché ti dica il tuo destino.
Mai ti formerai un focolare felice.
Mai ti introdurrai in un Harem.
Vivrai nella solitudine.
Risiederai accanto alle mura della città.
Ubriachi e ubriaconi potranno oltraggiarti.”
I professionisti dell’amore libero, donne e maschi, le cui prestazioni erano cercate e apprezzate quale testimonianza di un alto livello culturale, erano in realtà disprezzati ed emarginati.
Sarebbe sbagliato, però, pensare che lo fossero per motivi di moralità. La morale era un concetto totalmente assente. Era, piuttosto, l’opportunità e la convenienza: una prostituta non sarebbe mai stata una buona madre e una buona madre non sarebbe diventata mai una prostituta.
Era soprattutto il Destino, che assegnava ad ogni creatura un ruolo fin dalla nascita e il ruolo della donna era quello di fare la moglie e la madre. Erano gli Dei, che programmavano la vita e il suo funzionamento.
La creatura che si sottraeva al proprio destino o al programma divino, sminuiva se stessa e destinava se stessa ad una esistenza inferiore e disprezzata: la donna che rifiutava il suo ruolo di sposa e madre, era detinata a diventare un essere inferiore.
Tutto logico, per gli antichi babilonesi, artefici di una società profondamente maschilista sotto l’influenza del “Destino”.

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Donne nella Storia: BOUDICCA Regina-Guerriera

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Boudicca: dal celtico “Bouda” che significa Vittoria.
Di questa straordinaria figura di donna, elevata in Inghilterra a simbolo dell’ardimento femminile, fu Tacito a parlare per primo nei suoi “Annali”.
Riportando i costumi delle popolazioni barbariche che i romani avevano assoggettato, il grande storico, che non nascondeva una certa ammirazione per la morigeratezza di quei costumi, ebbe ad esprimersi così:
“… sanno scegliersi i capi migliori e obbediscono al loro Comandante… hanno fiducia nel Comandante più che nella massa dell’esercito.”

Questo, forse, spiega l’ascendente di questa straordinaria donna, eletta Comandante, sulla propria gente.

Boudicca era la Regina degli Iceni, una popolazione della Britannia e il suo nome non avrebbe ispirato poeti e scrittori, pittori e cineasti, se quanto segue non fosse avvenuto.
Prosutago, re degli Iceni, uomo avveduto e lungimirante, viveva in pace con Roma.
Unico difetto agli occhi dei conquistatori romani, la sua ingente ricchezza.
Presago di quanto poteva accadere (e sarebbe accaduto) e nella speranza di allontanare mire e sciagure dal Regno e dalla sua famiglia, il Re compì un atto che ne decretò, invece, la rovina: nominò erede delle sue ricchezze le due giovanissime figlie e la persona di Cesare.

Alla sua morte il Regno fu annesso all’Impero e ridotto a Provincia di Roma; i beni furono confiscati e gli schiavi portati via.
Centurioni e soldati piombarono sulla casa del Sovrano come famelici avvoltoi, depredandola e devastandola come se fosse una preda di guerra.
Boudicca, donna energica e coraggiosa, dal carattere fiero e battagliero, si oppose a tanta devastazione, prese le armi e si scagliò contro gli aggressori.
La reazione dei legionari fu violentissima. Sopraffatta e disarmata, la Regina degli Iceni fu sottoposta ad inaudita umiliazione davanti alla sua gente: denudata, fu selvaggiamente frustata, mentre le due giovanissime figlie venivano stuprate.

Non solo Boudicca e le sue figlie subirono oltraggio, ma molte delle famiglie dei notabili iceni, i quali si unirono tutti intorno alla Regina e prepararono una rivolta in cui trascinarono altre popolazioni.
Tra queste, vi era la tribù dei Trinovanti, scacciati dalle loro terre, a Camulodunum, per far posto ai legionari veterani ivi sistemati dall’imperatore.
Qui, l’imperatore Claudio aveva fatto perfino innalzare un Tempio per il proprio culto.
La rivolta ebbe inizio proprio a seguito di un evento accaduto nel Tempio: la statua della Vittoria era caduta all’indietro.
Il fatto fu considerato un evento prodigioso sia dalle popolazioni indigene che dai romani, soprattutto le donne. Non dai soldati, né dal Procuratore il quale, alle richieste d’aiuto, si limitò ad inviare pochi soldati e male armati.
Alla guida dei rivoltosi, Boudicca sferrò un primo attacco al presidio, arrecando morte e distruzione; in un secondo attacco, il Tempio, in cui si erano rifugiati gli ultimi superstiti, cadde dopo due soli giorni di resistenza.

Ebbe inizio la leggenda di Boudicca, regina-guerriera.
Alta, statuaria, i lunghissimi capelli rossi e sciolti sulle spalle, gli occhi fiammeggianti di furore, Boudicca incuteva davvero terrore. Indossava sempre una tunica ed un mantello trattenuto da una borchia ed una spessa catena d’oro al collo; in mano reggeva l’inseparabile ed infallibile lancia.
Seguirono epiche battaglie che la videro sempre vincitrice: a Londinium (l’odierna Londra), a Verulanio e ad altre località, dove apportò sempre massacri e devastazioni ed in cui perirono, si disse, almeno settantamila persone, poiché l’ordine era di non fare prigionieri.

Il Legato, Paolino Svetonio, riuscì finalmente ad organizzare l’offensiva.
I due schieramenti si trovarono di fronte in una zona impervia della Britannia: i Romani, compatti e forti di fanteria e cavalleria e i Britanni, un po’ sparpagliati e con le famiglie che si erano portati dietro. Sui carri, dal bordo del campo, le donne assistevano alla battaglia; tra loro c’erano anche le due giovanissime figlie della Regina.
La battaglia fu violenta, ma l’esito scontato: a contrastare la rivolta, era stata inviata la XIV Legione Romana, la più forte e agguerrita. L’affiancavano i migliori combattenti dell’Impero, i quali non si astennero dal massacrare neppure le donne.
I morti furono più di ottantamila.
Sopraffatta così pesantemente, la regina Boudicca si suicidò con il veleno.

Donne nella Storia e nel Mito: ORAZIA

ORAZIA
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Ci sono nomi, miti e leggende che si ricordano fin dai banchi di scuola: Orazio Coclite, Muzio Scevola, Clelia… gli Orazi e i Curiazi… Chi non li ricorda?
Ma quanti ricordano, ad esempio, la tragica figura di Orazia, sorella di quell’Orazio vincitore dell’epico duello?
Per chi l’avesse dimenticato, stiamo parlando dell’episodio che pose fine alla guerra tra Roma ed Albalonga, al tempo di re Tullio Ostilio.
Ricordiamo bene che per porre fine alle ostilità si decise di affidare le sorti delle armi dei due eserciti ad un unico, semplice duello fra tre giovani gemelli romani, gli Orazi e tre giovani gemelli albalongani, i Curiazi.
Sappiamo che da un primo violento scontro due degli Orazi ne uscirono senza vita e che i tre Curiazi, pur feriti, si trovarono a fronteggiare un unico avversario. Sappiamo anche come quest’ultimo riuscì a mettere nel sacco gli avversari, fingendo di fuggire ed affrontandoli uno per volta e uccidendoli tutti e tre.
Ma che cosa accadde dopo?
Spesso le leggende tacciono su certi aspetti o particolari.
La leggenda degli Orazi e Curiazi ha preferito tacere sulla grande, ma contrastata e negata storia d’amore tra uno dei Curiazi ed Orazia, sorella degli Orazi.
Era una profonda storia d’amore che avrebbe anche potuto dare un epilogo diverso alle ostilità fra le due città, se la politica della nuova nascente potenza non fosse stata quella della conquista.

Tornando a Roma da vincitore e con addosso le spoglie dei vinti, Orazio si imbatté nella sorella in trepida attesa, divisa da opposti sentimenti.
Alla vista dei trofei sulle spalle del guerriero vincitore, la giovane non riuscì a trattenere il proprio disperato dolore. Affrontò il fratello con accenti di rimprovero così aspri da costringerlo a sfoderare l’arma, la stessa con cui aveva difeso Roma e ad ucciderla.
Un atto fratricida punibile con la morte per la Legge di Roma.
Orazio, infatti, fu condannato a morte. Il giovane, però, si appellò al Popolo di Roma per un giudizio finale e il Popolo lo assolse, evitandogli la scure.
A Roma il popolo, all’epoca, era ancora davvero sovrano, ben lo sappiamo. Come sappiamo che, in realtà, quell’episodio appartiene più alla leggenda che alla Storia, poiché la città di Albalonga finì rasa al suolo e il suo Re messo a morte.
Albalonga… la città degli Avi, fondata da Ascanio, figlio di Enea, da cui Roma si vantava di trarre i natali.

DONNE: nella Storia e nel Mito – Didone-Alissa Regina di Cartagine

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Di questo personaggio, che ondeggia tra storia e leggenda, si sarebbe persa ogni traccia o ricordo, se non avesse avuto un cantore d’eccezione come Virgilio.
Grazie a lui, poeti e scrittori, pittori e musicisti l’hanno resa immortale.
Didone, la mitica fondatrice di Cartagine, che il mito più antico chiama Elissa, è un personaggio epico, energico e quasi virile nel vigore dello spirito e nella risolutezza delle opere. E’ una donna energica, intelligente ed astuta.
Virgilio, però, fa di lei l’eroina di un dramma amoroso orchestrato e diretto dal Fato.
Chi era veramente la nostra eroina? La Elissa, cioè Allizah la Consacrata del mito più antico oppure la Didone, cioè la Virago
del mito virgiliano?

Sia Storia oppure Leggenda, la Elissa-Didone dell’antico mito era una donna dignitosa, forte e astuta.
Primogenita di Belo, re di Tiro, alla morte del padre ne ereditò il trono assieme al fratello Pigmalione.
Per nulla disposto a dividere il trono con la sorella, Pigmalione fece uccidere Sicheo, il ricchissimo ed amatissimo sposo di lei e prese il potere da solo.
Per evitare una guerra civile la Regina decise di lasciare Tiro ed iniziare un peregrinare nel Mediterraneo in cerca di una nuova patria.

La necessità aguzza l’ingegno, recita un adagio e la bella Elissa dette subito prova di quanto ingegno fosse dotata.
Per lasciare Tiro aveva bisogno di navi e lei non ne disponeva. Allora montò un’efficace quanto astuta messinscena per raggirare il fratello. Gli chiese un incontro per discutere e trovare un accordo e Pigmalione precipitò nella rete con l’intelletto offuscato dalla cupidigia per le di lei ricchezze.
Egli inviò immediatamente uomini e navi a prelevarla, ma la notte stessa in cui le navi approdarono nel porto, Elissa-Didone fece caricare di nascosto a bordo tutte le sue ricchezze, lasciando in bella mostra sul ponte una gran quantità di sacchi contenenti sabbia, facendo credere che l’oro fosse là dentro.
Appena le navi ebbero raggiunto il mare aperto, la Regina ordinò ai suoi uomini di gettare nelle acque l’ingente ricchezza gridando
“… meglio in mare che nelle mani infide ed indegne di Pigmalione.”
In realtà si trattava solo dei sacchi pieni di sabbia.
Timorosi della reazione del loro Re, gli uomini di Pigmalione preferirono mettersi al servizio della Regina piuttosto che tornare al cospetto del Re e puntarono la prua delle navi in direzione della prima isola.
Dopo lungo (o breve) peregrinare, le navi raggiunsero le coste della Libia ed ancora una volta la bella ed astuta Regina pose in atto un piano assai ingegnoso.
Ottenne da Jarba, un principe locale, un terreno su cui edificare la sua casa: “… grande quanto ne poteva contenere una pelle di bue”.
Jarba accettò ed Elissa lo mise elegantemente “nel sacco”.
Fece tagliare in striscioline finissime una pelle di bue e con esse tracciò un perimetro che conteneva tutta la collina e la campagna circostante.
Su quel terreno la Regina edificò la sua città: Cartagine o Birse, che in greco significa “Pelle di bue” e in fenicio vuol dire “Collina”.

Bella, affascinante, ricca e potente, la Regina di Cartagine attirò immediatamente le mire di molti pretendenti. Primo fra tutti, quelle dello stesso principe Jarba il quale giunse a minacciarla di muoverle guerra se non l’avesse accettato come sposo.
Elissa-Didone finse di accondiscendere alle richiese e chiese ed ottenne di aspettare la fine del periodo di vedovanza. Quando giunse il giorno della scelta di uno sposo, la Regina, ancora innamorata del marito e fedele al giuramento di non sostituirlo con un altro uomo si trafisse con una spada.
Come un grande Sovrano aveva compiuto la sua impresa e non desiderava altro.

Il tardo mito, però, la vuole identificata con la donna che seguì Enea profugo a Cartagine dopo la fuga da Troia e che, abbandonata, si uccise e si gettò sul rogo lanciando imprecazioni.
Plutarco per primo respinse questa versione dei fatti resi da Virgilio, insostenibile sia per il carattere della donna che per inesattezza cronologica.
Non si tratta più del personaggio Elissa-Didone, ma piuttosto di Didone-Elissa.
Non solo Virgilio, ma anche Ovidio ne fa un personaggio da tragica-commedia.
La Didone-Elissa di Ovidio non è né epica, né mitica e tantomeno regale.
E’ una “relicta”. E’ una donna che piange e si dispera; chiede ed implora.
La Didone-Elissa di Ovidio non è l’astuta, battagliera conduttrice, fondatrice di città, che tiene a bada popolazioni avversarie, ma una donna che per amore perde ragione e dignità.
Il personaggio non ci appare eroico come nell’antico mito, ma vinto e un po’ patetico: non è più quello di una Regina gloriosa, ma di una donna fragile sopraffatta dalla passione ed accecata da un dolore senza tregua né espedienti: neppure quello abile, ma inutile, di un presunto figlio in arrivo per trattenere l’amato.
Proprio un piccolo espediente da piccola donna!
Didone-Elissa è, dunque, una donna appassionata, fragilmente femminile e in preda alla passione, che alla fine fa dire al suo poeta:
“il motivo della morte e la spada fornì Enea
ma con la sua stessa mano si tolse la vita Didone.”
Didone-Elissa, infatti, si uccide con la spada che lo stesso Enea le aveva donato.

“Per te solo ho distrutto il pudore e la fama di prima
per la quale solo io salivo al cielo” dirà Virgilio, donandole l’immortalità.
Didone, dunque, diventa immortale solo per essere una donna e soprattutto una donna fragile dopo essere stata una Regina gloriosa.
Didone, dunque, è un personaggio che diventa immortale grazie alla propria sconfitta.
Ma perché?
Perché Vigilio era romano e Didone, invece, cartaginese. E perché Roma e Cartagine erano eterne nemiche.
Ma anche perché la morte di questa Regina doveva essere il primo segno della vittoria dei romani sui cartaginesi. E non doveva essere la “storia” dello scontro fra le due Potenze, bensì la “leggenda d’amore” fra due personaggi mitici finita in dramma.
Doveva essere così, perché l’EPILOGO della “Leggenda” di Didone e di Cartagine, doveva costituire il PROLOGO della “Storia” di Roma.

Condizione della Donna nella Storia: società neolitica

Ci troviamo nell’Europa Proto-storica e vige il Matriarcato.

A quel tempo, al vertice della società non c’era ancora un Re con a fianco una Regina, ma una Regina con a fianco il suo Paredro. (Principe Consorte, diremmo oggi)
Non c’erano Dei, ma solo una Dea: la Grande-Dea, immortale ed onnipotente, il cui simbolo era la Luna, l’astro misterioso, fonte di superstizione paure ed apportatrice di piogge benefiche.

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La Matriarca, custode del Mistero della Maternità, era riverita e rispettata da tutti e da tutti era temuta. Soprattutto dagli uomini, i cui compiti erano quelli di custodire gli armenti, cacciare e difendere la tribù da attacchi nemici.
Alla donna spettava invece il compito di allevare la prole, occuparsi della casa e lavorare nei campi; condizioni di vita dure, dunque, ma non di dipendenza dal maschio.
Perfino l’elezione di un capo avveniva per discrezione della Matriarca, che era anche la custode del Fuoco-Sacro, mantenuto vivo sotto la cenere, all’interno di una grotta.
La Matriarca si sceglieva ogni anno un principe-consorte, ossia un Re, da sacrificare alla fine dell’anno, affinché il suo sangue apportasse fecondità ai campi; lo uccideva, dopo essersi accoppiata con lui, così come, in natura, l’Ape-Regina uccide il maschio.
Bisognerà attendere il XVII secolo a.C. e le invasioni Elleniche ed Achee e successivamente quelle in Tessaglia, Peloponneso e Grecia centrale, per assistere al cedimento del matriarcato in favore di un progressivo patriarcato.

CARACTATUS… il Re della guerriglia

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ANTICA GALLIA – Caractato… Re della Guerriglia

Caractato! Il “barbaro” che anche da sconfitto “conquistò” Roma.
Tacito ne parla nel Libro XII dei suoi “ANNALI” con accenti di sincera ammirazione.
Siamo nel 51 a.C. – Galles Meridionale.
I Siluri, popolo ostile e bellicoso, sono per anni la spina nel fianco dei Romani. Comandati da re Caractato, tengono in scacco le Legioni Romane da ben nove anni, conseguendo più vittorie che sconfitte.

Fiero, ed irriducibile, non si riesce a sottometterlo né con la forza, né con le promesse. Perfettamente consapevole della inferiorità numerca del suo esercito, questo barbaro ribelle riesce a sottrarre al servaggio la sua gente tenendo in scacco l’avversario con una tecnica assolutamente sconosciuta ai Romani..
La sua strategia militare è nuova ed insolita per i Romani, abituati a fronteggiare l’avversario. Ma Caractato ha inventato un nuovo modo di combattere: la guerriglia. Non affronta il nemico a viso aperto e con tutte le forze, ma lo coglie di sorpresa con un manipolo di uomini, favorito dalla impraticabilità del territorio su cui si muove.

Per la battaglia decisiva il grande guerrigliero sceglie un territorio assai impervio, uno spazio in cui l’accesso è difficile quanto l’uscita: alle spalle ci sono ripide montagne e davanti un fiume con difficili guadi.
Dall’altra parte, i Romani spiegano la Legione di Publio Ostorio Scapola.
Dopo un combattimento violentissimo, che costerà ad Ostorio un vero massacro, i valorosi “guerriglieri” sono costretti a soccombere al valore dei Romani ed alla invincibile “Testuggine” romana.
Caractato riesce a fuggire, ma la moglie e la figlia sono fatte prigioniere. Egli, allora, cerca rifugio e protezione presso il popolo dei Briganti, ma la regina Cartimandua, appena lo ha sotto la sua tenda, cerca di sedurlo; il grande guerrigliero la respinge e la donna lo consegna ai Romani.

A Roma, il nome del principe dei Siluri é ben noto; le imprese del ribelle invincibile ed invisibile sono già leggenda e tutti attendono impazienti l’arrivo dell’uomo che per quasi dieci anni si é beffato di Roma.
Lo stesso imperatore Claudio é impaziente di incontrarlo e, come ebbe a sottolineare Tacito,
nei suoi ” Annali”, “per esaltare la propria dignità, aumentò la gloria del vinto.”
L’Imperatore organizza un vero spettacolo per il popolo di Roma durante il quale fa sfilare, legato al carro, re Caractato e la sua famiglia.
E ancora una volta, il grande “guerrigliero” mostra il suo valore. Invece di implorare clemenza, giunto sotto la tribuna imperiale, egli tiene un vibrante discorso:
“……………… Se fossi trascinato davanti a te – dice all’Imperatore – senza opporre resistenza, né la mia sorte, né la tua gloria avrebbe acquistato splendore: al mio supplizio seguirebbe l’oblio, ma se mi lasci vivere, sarò per sempre un esempio della tua clemenza.”
Caractato ha salva la vita e con lui la sua famiglia e gli altri.
Bello, affascinante, la parola facile, il principe dei Siluri non tarda a conquistare Roma ed a diventare l’ospite più desiderato dei “salotti” delle nobili matrone e la bellissima figlia, con il nome romanizzato di Claudia, viene fatta sposare ad uno dei figli del nobile Pudente.

ANTICA GRECIA – Il Paredro della Regina… ossia il Principe Consorte

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Il Paredro della Regina… ossia il Principe Consorte.

L’epoca era quella matriarcale e il potere era nelle mani della Ninfa-tribale o, come si dirà più tardi, Regina. La successione al trono avveniva, dunque, per via femminile e matrilineare e il trono apparteneva alla figlia della Regina-Madre.
Per giungerere ad occupare quel trono le vie erano due: diritto di successione della più giovane delle figlie della Regina oppure disputa di una gara di corsa fra le ragazze più giovani e nobili.
Non esisteva un vero Re, poiché la Regina non aveva un vero sposo, ma solo amanti che si sceglieva fra le più bella e forte gioventù. Questi diventava Re-Sacro o Paredro, in quanto “marito” della Regina ma era destinato ad una morte rituale dopo un periodo di regno di 13 mesi, affinché il suo sangue fecondasse la terra.
Il sacrificio annuale del Re-Sacro si consumava nel giorno che seguiva il giorno più corto dell’anno terrestre (e non dell’anno lunare) e le modalità erano varie nelle diverse località. In Tracia, ad esempio, veniva fatto a pezzi da donne invasate e drogate; a Corinto era fatto sbalzare dal suo cocchio, preventivamente sabotato e moriva schiacciato dalle ruote e dagli zoccoli dei cavalli; in Tessaglia, invece, era fatto precipitare giù da una rupe. E ancora: gli si scagliava contro, all’altezza del tallone, una freccia avvelenata oppure lo si finiva a colpi di ascia.
Con le invasioni elleniche, qualcosa cominciò a cambiare nella società matriarcale locale, ma, con quelle, spietate e dure, che le seguirono, doriche ed achee, i costumi locali mutarono e si indebolirono radicalmente.
Dori ed Achei, pastori-guerrieri, giunti con Divinità maschili come Mitra e Varuna, vi trovarono Divinità femminili come Era ed Atena. Vi trovarono anche Regine, a capo della società, Sacerdotesse della Dea-Luna, mentre essi avevano per capi Re, adoratori di Zeus ed Apollo, che identificarono presto con le loro divinità.
Col tempo il Re-Sacro cominciò ad acquisire sempre maggiori poteri, giungendo perfino a sostituire la Regina in cerimonie rituali ed in alcune sue funzioni; in quelle occasioni indossava le vesti della Regina e i suoi ornamenti ed impugnava la “Falce Sacra” a forma di mezzaluna, simbolo della Dea-Luna.
Si spiegano così gli antichi bassorilievi che ritraggono il Re in abiti femminili.
Aumentando di prestigio e potere, il Re-Sacro si vide riconosciuto un periodo di regno superiore a 13 lune e precisamente un periodo di 100 lunazioni, pari a otto anni, alla fine dei quali, l’anno solare coincideva con l’anno lunare. Giunta quella data, però, il Re-Sacro doveva essere sacrificato. Qualcun altro, però, alla fine di ognuno degli otto anni all’interno delle 100 lunazioni, prendeva il suo posto nel sacrificio rituale: l’INTERREX, ossia il Sostituto. Di solito era un fanciullo nobile o addirittura figlio dello stesso Re; in seguito fu sostituito da un schiavo od ostaggio e infine da un animale, di preferenza un capretto.
Al tramonto del giorno in cui si celebrava il sacrificio, il Vecchio-Re fingeva di morire e si faceva interrare in un’urna e l’Interrex prendeva il suo posto. Per un giorno intero, questi ne assumeva tutte le cariche, giungendo prerfino sposare la Regina. Al tramonto del giorno successivo, però, egli veniva ucciso e il Vecchio-Re “sorgeva” dalla tomba, saliva sul cocchio accanto alla Regina e iniziava un nuovo regno di un anno accanto a lei, fino all’anno seguente in cui si ripeteva il rituale. Il cocchio dell’infelice fanciullo veniva distrutto e fatto a pezzi.

Spesso leggiamo di miti che parlano di amori tra Dei e Ninfe; molto probabilmente si tratta di riferimenti a matrimoni tra i principi conquistatori e le principesse o regine locali.
Era iniziato il Patriarcato e verso questi matrimoni dev’esserci stata ferrea opposizione da parte delle vecchie Regine; le principesse ereditarie, però, si mostrarono più benevoli verso i nuovi arrivati e li accettarono come “Figli della Dea-Luna”, prendendoli come Paredri o Re-Sacri.
Questi nuovi Re-Sacri, però, non erano per nulla disposti a sacrificarsi e si mostrarono assai restii a sottomettersi alla propria sorte. Si ritiene che a rifiutarsi di morire sia stato per primo Enopione, re di Iria, che per otto anni si fece sostituire da un sostituto e alla fine uccise il suo successore, evitando la morte.
La vittoria e la conquista da parte del popolo Acheo pose termine a questa barbiaria: la Doppia Ascia Sacra della Dea-Luna Artemide e della Dea-Terra Rea, divenne la Folgore-Sacra di Giove e di Poseidone che, successivamente si trasformò nel Tridente-Sacro, nelle mani del Dio del Mare.