LE MUSE

LE MUSE

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“Dalle Muse e da Apollo Lungi-Saettante, – recita Esiodo – gli uomini sono sulla Terra cantori e citaristi, re da Dia. Felice colui che le Muse hanno caro: dolce a lui dalla bocca scorre la parola…”
Non meno enfatico si mostra Platone:
“… chi senza follia di Musa, al Palagio regale di Poesia s’avvicina, convinto di diventar poeta per forza d’arte, inutile, lui e la sua poesia: di fronte alla poesia dei folli, la poesia del savio, ottenebrata, scompare.”

Le Muse o Mneiadi (dalla madre Mnemosine), erano le Dee del Canto e della Poesia. Tre, secondo alcune fonti; nove, secondo altre.
Figlie di Giove e di Mnemosine, la Memoria, i loro nomi ed epiteti erano:
– Melete o l’Esercizio
– Mneme o la Memoria
– Aoide o il Canto
riguardo il numero di tre; in numero di nove, invece, erano:
– Clio, la Glorificata
– Enterpe, la Rallegrante
– Talia, la Festosa
– Melpomene, la Cantante
– Tersicore, la Danzatrice
– Erato, la Nostalgica
– Urania, la Celeste
– Polimnia, la Ricca di Inni
– Calliope, il Bel Canto

Nessuna di loro,però, aveva una sola prerogativa: Clio, ad esempio, era anche la Musa della Storiografia, mentre Erato era anche la Musa della Poesia Amorosa e Calliope lo era del Canto Epico.
La più nota e anche la più celebrata è, senza dubbio, quest’ultima, ma tutte con il loro canto e la loro musica incantavano Natura, uomini ed animali e gli stessi Dei. Perfino il
monte Elicone, su cui le bellissime Dee avevano fissato la loro dimora, si lasciava incantare e rapire dal loro canto e dal suono delle loro lire al punto da continuare a svettare verso il cielo.
Fu l’alato Pegaso che fermò quella crescita con un bel colpo di zoccolo alla cima più alta.
Pegaso, il cavallo alato, frequentava assiduamente il monte Elicone perché le Muse gradivano molto la sua compagnia e si dice che l’alato figlio della Medusa abbia fatto scaturire la sorgente Ippocrene proprio per dissetare le bellissime, divine amiche.
Allegre e spensierate, esclusivamente dedite al canto e alla poesia, le Muse rallegravano i banchetti divini; soprattutto quelli nuziali.
Famoso quello delle nozze di Teti con Peleo.
In quell’occasione furono invitati tutti gli Dei, tranne Eris, la Dea della Discordia. Quella, però, si presentò con una splendida mela rossa che gettò sul tavolo prima di allontanarsi con la ormai a tutti nota frase:
“Alla più bella!”
L’episodio passò alla mitologia come il pomo della discordia e come tutti sanno, fu all’origine della disastrosa guerra di Troia… ma quella è un’altra storia.
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Belle, gioviali e anche generose: le Muse insegnarono l’arte della guarigione e della profezia.
Belle e generose! Certo! Ma anche gelose e vendicative. Gelose della propria arte e vendicative con chi provasse ad eguagliarla.
Come dimostrano episodi come quelli con le Sirene o con Tamiri.
Tamiri era un giovane bellissimo, ma era anche il primo uomo ad innamorarsi di qualcuno appartenente al suo stesso sesso.
Non che la cosa scandalizzasse qualcuno!
Uomini e donne erano invaghiti di lui, mentre egli era perdutamente innamorato di Giacinto, il mortale più avvenente della terra.
Per sua disgrazia, però, Tamiri aveva come rivale nientemeno che Apollo il quale si liberò di lui nel modo più infido e crudele: disse alle Muse che quegli si era vantato di essere più bravo di loro nell’arte del canto.
La reazione delle bellissime, vendicative, divine fanciulle, fu immediata e spietata: lo accecarono, lo resero sordo e lo privarono della memoria.

Più spietate ancora, quelle gioiose, divine fanciulle si mostrarono con le Sirene in una sfida di canto.
Benché il canto delle Sirene fosse meraviglioso e perfino più ammaliante di quello delle Muse, la dea Era, che doveva fare da Giudice, per compiacere il capriccioso consorte assegnò alle Muse la palma della vittoria.
Fu così che le Sirene persero le ali e le Muse acquistarono l’aureola: con le piume delle ali strappate alle Sirene, le Muse intrecciarono corone con cui si cinsero il capo.

LE SIRENE

LE SIRENE
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Affatto benevoli e gentili erano queste favolose creature marine: infide ed adescatrici. La loro voce incantata stregava il povero navigante e lo conduceva a morte certa.
Proprio in quell’ora che, come disse il Sommo Poeta, al navigante “intenerisce il cor”, nel silenzio infinito di un mare sterminato si levava una voce. Era un canto dolce e malinconico, che attirava i marinai stanchi e con il cuore gonfio di nostalgia.
Era un canto dalla bellezza struggente. Un canto divino.
I marinai non riuscivano a resistere a tale irresistibile richiamo e puntavano la prua della nave nella direzione da cui proveniva tanto incanto e tale soave delizia per le orecchie e il cuore: quel canto aveva la voce della sposa lontana, del figlio e della madre lasciati nella patria terra.
Era un canto che inebriava e stordiva e conduceva dritto verso la morte, nelle braccia di splendide fanciulle la cui bellezza era quasi pari all’ingannevole splendore della loro voce.
Ma non erano fanciulle normali. Erano creature dalla forma bizzarra: metà uccello e metà bellissime fanciulle.

Stavano sedute sopra scogliere infiorate dai lussureggianti colori e i marinai, lasciati remi e timoni, stavano ad ascoltare quel canto.
Troppo storditi per accorgersi che quella scogliera fiorita non era di roccia, ma di ossa umane ed era troppo tardi per fuggire.
Erano le “Rocce dei Naufraghi”, che ogni navigante conosceva attraverso i racconti di altri naviganti ed in cui sperava di non naufragare mai.
E quelle donne adescatrici, splendide ed orribili insieme, erano le Sirene e erano belle quanto crudeli.
Quale bizzarro scherzo della Natura le aveva rese così mostruosamente belle? Metà donne e metà uccello.
Erano le figlie del dio del fiume Achelao e della Musa Sterpe, abilissime nel suono e dalla voce dolce e struggente.
I loro nomi erano: Leucasia, Molpe, Imerope, Teles… Erano dodici. Dodici fanciulle piene di grazia e dolcezza, tanto che Demetra, la Dea della Terra, le volle come compagne di sua figlia Persefone.
Fu proprio questa la loro disgrazia.
Erano in compagnia di Persefone (Proserpina) quando Ade (Plutone) la rapì per condurla con sé negli Inferi.
Demetra si infuriò così tanto con loro per non aver impedito il rapimento, che le trasformò nei mostri in cui i naviganti ebbero, da allora, la disgrazia di imbattersi lungo le loro rotte.

Le più conosciute tra loro: Telsiope l’Incantatrice, Aglaope la Meravigliosa Voce, Pasinoe la Maliarda, Partenope la Vergine… (da cui prese il nome Napoli, la Citta Partenopea).

Umiliate e vergognose del proprio mostruoso aspetto, le Sirene si ritirarono su un’isola del Tirreno dove cominciarono ad attirare al naufragio i naviganti che avevano la sfortuna di passare da quelle parti.

L’episodio più famoso legato alle Sirene è senza dubbio quello con Ulisse che vuole ascoltare il loro canto ma non vuole farsi catturare.
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Sappiamo tutti com’è andata.

E le Sirene? Che fine hanno fatto?

Sono immortali, ma di loro non si è più saputo nulla perché, vinte ed umiliate da Ulisse, sopravvissuto al loro canto, si sono buttate in mare scomparendo per sempre sotto la sua superficie.

Successivamente ebbero una parziale riabilitazione: assursero a simbolo della qualità ammaliatrice delle donne, ma senza più quell’alone di morte e crudeltà.

Localizzate nel Tirreno meridionale, ebbero un centro di culto piuttosto importante in uno splendido Tempio nella penisola di Sorrento.

Oggi, con la completa riabilitazione, Sirena è davvero sinonimo di bellezza e grazia femminile.