ESTASI

immagine di  Manuel Lance

immagine di Manuel Lance

Si allontanarono verso l’interno della casa, la mente ancora occupata dal pensiero della sorte della liberta di Nerone, ma con nuove prospettive di gioia e felicità. Si ritrovarono da soli e Lucilla, coperta unicamente dallo sguardo innamorato di Marco.
Il giovane le si avvicinò piano. Lentamente. Assaporando l’attimo meravigliosamente prossimo di un frutto da cogliere. La guardava con tutta la sessualità accesa, l’olfatto eccitato: l’aveva desiderata fisicamente fin dal loro primo incontro sul Palatino. Un desiderio che lo aveva quasi ossessionato e spinto altrove: un desiderio mai soddisfatto con alcuna altra donna, però. Un desiderio sempre più potente. Più di ogni altra sensazione ed eguagliato solamente dall’amore che, per lui, era sfaccettatura dello stesso sentimento.
Anche lei lo guardava. A piedi nudi, le mani tremanti che reggevano un telo di lino e con dentro gli occhi qualcosa che Marco non capiva. Le fu vicino. Lei continuava a fissarlo con “quello” sguardo. Lui continuò ad accarezzarle le spalle nude poi le cinse la schiena; il desiderio gli premeva dentro prepotente.
Lucilla si sollevò sulla punta dei piedi; con un braccio gli circondò il collo e con l’altro continuò a reggere il lembo del telo che copriva ormai così poco del suo corpo, ma nascondeva tutto il suo pudore che brillava intenso, rannicchiato negli occhi azzurri; Marco tremava d’emozione, mentre si chinava a cercare quella curva eccitante tra la nuca e il collo; l’anima e i sensi, imprigionati dall’odore di lei.
“Marco, io..” cominciò lei con le palpebre abbassate.
Marco comprese.
“Hai paura? – domandò – No!… Non devi averne, tesoro mio. L’amore è una cosa dolcissima!” la rassicurò rituffandosi nel suo sguardo e prendendo possesso dei suoi sensi e del suo pudore. Abbassò il capo e la bocca affondò ghiotta sulla nuca e sul capo; il telo scivolò a terra; il tripode, poco discosto, ardeva crepitando. Con le mani la percorse: la schiena, i fianchi, la vita. Si insinuò tra curve e pieghe. Lentamente. Leggermente. Dolcemente.
Lei sentiva liquido fuoco vivo attraversarla tutta e l’eccitazione consumarla: il contatto con la diversità di lui. Così dura. Così terrificantemente eccitante. Poi la bocca di lui, che scivolava lungo il collo, la gola per fermarsi sul seno: “Oh!…” gemette.
Vinto da quella resa voluttuosa e dall’ardore del proprio temperamento, Marco piegò un ginocchio e la trascinò a terra con sé; con l’altro ginocchio, piegato, la sostenne; il soffio ansante delle sue labbra sfiorava i capelli di lei.
Lucilla cercò di trattenere gli ultimi brandelli di pudore, ma lui sorrise con inusitata dolcezza in tanta eccitazione. Prese la mano di lei e ne guidò le dita tremanti sotto la tunica slacciata. La pelle eccitata fremette. La bocca, sempre affondata nella dolcissima curva tra collo e spalla, impazzì di piacere. Premette più forte.
Un brivido percorse Lucilla. Così profondo da darle la sensazione di perdere conoscenza e vacillare. La sua mano smise di carezzarlo; le dita si contrassero, le unghia quasi si conficcarono nella schiena di lui. Si accorse di essere distesa per terra, al bordo del letto. Supina.
Marco, a torso nudo, era sopra di lei. La tunica di lui era per terra accanto al suo telo di lino, ma lei ne vedeva solo un lembo, segmentato di rosso. Vedeva l’aria rilucere del riflesso del tripode e il bel volto di lui trasfigurato dall’eccitazione e dalla passione. Chiuse gli occhi e sentì le labbra di lui che cercavano la sua bocca; le sue mani continuavano a percorrerla. Rispose al bacio.
Nuovamente Marco prese la sua mano per guidarla su di sè. Nuovamente lei fremette, mentre imparava a conoscere quel corpo che amava e in cui era concentrato tutto il mondo, che andava scomparendo intorno a lei: sempre più piccolo e stretto, fino a ridursi a quel solo essere adorato. Le pareva, mentre con le dita scorreva e scopriva la pelle eccitata di lui, i rigonfiamenti, i muscoli, gli incavi, di conoscerlo già: quante volte aveva accarezzato quel corpo facendo l’amore con lui con la fantasia.
Un’altalena di emozioni, un groviglio di sensazioni che elevava e inabissava e i respiri ora corti, ora lunghi. Pian piano i respiri si fecero calmi, placidi. Fino a scivolare all’unisono lungo un tempo immobile. Come trasognata, Lucilla sentiva il capo di lui fremere contro la sua spalla, il suo petto ansante, le sue mani sulle gambe. E Marco sentiva le braccia di lei intorno al busto, le gambe avvinghiate alle sue, le dita accarezzargli dolcemente la schiena. Ancora cercò le labbra di lei, poi, quando le labbra la lasciarono per saziarsi altrove, le vide reclinare il capo dolcemente di lato. Completamente arresa. Completamente abbandonata. Completamente rilassata. Rilassati i muscoli delle gambe, rilassato il grembo, rilassata la pelle intorno all’inguine.
Un dolore acuto le strappò un gemito, poi una sensazione di
sconfinato piacere che mutò in eccitato languore i gemiti di dolore e che la trasportò in alto, verso vette sconosciute e immacolate, in un tempo immobile, insieme a lui, in dimensione irreale e magica.
Giacquero, l’una sull’altro, per riemergere storditi e appagati.

(continua)

brano tratto dal libro di Maria PACE:
“LA DECIMA LEGIONE – Panem et Circenses”
presso le migliori Librerie o direttamente presso la EDITRICE MONTECOVELLO

Annunci

GELOSIA

aigle-du-desert-l-img-40920

La principessa Jasmine si ristabilì presto; tre giorni dopo si sentiva già abbastanza in forze. Seduta sulla sponda del letto, si teneva le ginocchia con le dita delle mani intrecciate; la spalla le doleva ancora.
Si girò, due o tre volte, per guardarsi intorno: il letto di Rashid. Grande, largo, basso. L’aveva accolta tra le coltri calde, tranquille e sicure per ben tre giorni e tre notti.
Il letto di Rashid. Immenso e soffice, dove lui consumava le sue notti d’amore e di passione con altre donne, avvolto in quella stessa grande coperta di broccato amaranto.
Chiuse gli occhi e quasi di sorpresa l’assalì il pianto, quel bisogno antico sollecitato dal dolore, quel privilegio quasi del tutto femminile che doleva come una ferita fisica. Poteva “vederlo”, il suo Rashid, disteso accanto “all’altra”, avvinghiato in spasmi di passione, in una fusione di respiri ansanti, soffocati dall’intensità del piacere…. all’altra… a Selima… A Selima, a cui lui prestava fede più che a lei… d’un tratto la sua voce, come evocata dai suoi pensieri:
“Jasmine, amore mio. Sono felice di vederti seduta e non distesa nel letto. Letizia, qui fuori, mi ha detto che stavi riposando.”
Jasmine trasalì; era di spalle e non lo aveva visto né sentito entrare. Non si voltò, ma lasciò scivolare in avanti le gambe.
Non indossava più la veste da notte, ma un’ampia tunica color sabbia ricamata in oro che le lasciava scoperte solamente le braccia. Era stata la piccola Agar, la figlia minore di Alina, ad aiutarla a vestirsi. Agar in quei tre giorni non l’aveva lasciata mai sola un istante per farsi raccontare favole d’amore; la sua voce, adesso, proveniva da fuori squillante ed allegra.
Rashid avanzò a passi lenti; raggiunse l’immenso letto e lo aggirò. Immobile, Jasmine si calò sul bellissimo volto il velo di seta blu e nascose il rossore di quei pensieri.
Rashid l’aveva raggiunta.
“Non farlo.” le sorrise.
Quante volte aveva ripetuto quella frase.
“Non farlo.” ripeté, prendendo tra le sue entrambe le mani di lei che stringevano i lembi del velo, ma questa volta lei si liberò della stretta e si sistemò il velo sul capo.
“E’ sconveniente che io mostri il volto ad occhi maschili. – disse, sottraendogli la visione del bel volto in fiamme e concedendogli solo l’emozione dei suoi occhi verdi – Come è sconveniente che io continui a dormire nel tuo letto, Rashid. – lui fece l’atto di replicare, ma lei lo prevenne – Sei stato molto generoso, Rashid, ad ospitarmi qui, ma è ora che io torni sotto la mia tenda – .” aggiunse in tono che non ammetteva repliche.
E Rashid non ne fece. Non subito, ma tese un piccolo cesto di datteri.
“E’ un regalo di pace da parte di Selima. – disse con un sorriso conciliante – Dice di essere mortificata per tutta questa situazione e che vuole chiarirsi con te.” aggiunse sedendo sul letto accanto a lei.
“Sei stato da lei? – domandò Jasmine con voce incolore ed a testa bassa, mentre un lampo le attraversava lo sguardo, poi, mutando di tono – Lo voglio anch’io! – mentì – Rassicurala… Rassicura Selima… quel giorno vaneggiavo…. L’hai detto anche tu che vaneggiavo…”
Mentiva, con quell’accento persuasivo, soavemente ingannevole, dolcemente remissivo. Aveva imparato a mentire in quei tre giorni trascorsi nella languidezza abusiva di quel letto su cui adesso erano seduti entrambi, ma che custodiva tracce di altri corpi femminili… di Selima.
Aveva imparato a mentire per nascondersi e non mostrarsi ferita agli occhi di lui. Aveva imparato a mentire perché tutte le sue difese erano concentrate nell’istinto che l’aveva sempre protetta e l’istinto ora le suggeriva di mentire, mentre inquietudine e gelosia le contraevano la carne e arrivavano ovunque, passando attraverso lo sguardo.
Aveva imparato a mentire e Rashid ne era dolorosamente consapevole.

Il suo sguardo, però, non mentiva, né mentiva il sorriso, triste e privo di quegli angoli ai lati degli occhi. Ed erano solo quelli, di tutta la persona, che lei gli concesse di guardare: perfino la bocca, colorata come un fiore di melograno e anche il naso che si levava elegante e curvo, lei gli aveva sottratto alla vista.
Lei fingeva di credergli, fingeva di adattarsi alle sue congetture e lui ne era consapevole, mortificato e addolorato: lei lo faceva con dolcezza soave, ma con dolorosa certezza e lui si sentiva colpevole, ma non sapeva spiegarsi di quale colpa. Colpevole e basta!

Il giovane si alzò; posò un ginocchio a terra davanti a lei e con gesti delicati e pieni d’amore le prese tra le mani il volto velato, sfiorandone i contorni con trepida dolcezza.
“Jasmine, mia adorata, vuoi diventare la mia sposa?” proruppe, mentre le dita scivolavano con dolce lentezza sulle sopracciglia frementi, le ciglia abbassate e le labbra tremanti; il velo era bagnato di lacrime.
Un fremito, però, gli contrasse la carne: Jasmine scuoteva il capo in segno di diniego.
“Jasmine, mio tesoro…”
Rashid era sinceramente stupito; si aspettava fremiti, aneliti, slanci di gioia e invece lei lo respingeva.
“Se me lo avessi chiesto prima… – la udì sussurrare – Non oggi… Non oggi, Rashid!”
“Ma perché? Perché, Jasmine, mia adorata?”
“Troppe ombre tra noi, Rashid.”
“Ma io ti amo, Jasmine, Luce degli Occhi miei! Io non ho altro desiderio che svegliarmi al mattino con te tra le braccia.”
“No! – lei continuava a scuotere il capo – Non oggi, amore mio. Non oggi, sull’onda di tante emozioni… Non sulla spinta di tante emozioni.”
“Tu.. tu credi, amore mio, che la mia richiesta sia dettata dall’emotività di questi eventi?… Oh, Jasmine…” proruppe il grande predone, affondando il capo nel grembo caldo e soffice di lei e circondandole la vita con le braccia.
“Chiedimelo ancora, Rashid, se mi ami… Ma non oggi. Non oggi.” gli sussurrò lei, chinando il capo fino a sfiorare quello di lui e ponendovi le labbra, poi gli scompigliò i capelli neri, folti e ricci, così come si fa con un bambino che vuol essere consolato dalla sua piccola grande pena; glieli accarezzò a lungo, con movimenti dolcissimi e lenti e di infinita tenerezza.
Il rais sollevò il capo; afferrò entrambe le mani di lei e se le portò alle labbra tremando: lui, l’uomo davanti a cui, eccetto la Natura, tutti chinavano il capo.
“Se è la presenza di Selima a impedirti di essere felice, amore mio, io la rimando oggi stesso alla sua gente. E allontanerò da questa casa ogni altra donna che risultasse non gradita alla mia principessa.” disse alzandosi e tornando a sederle accanto.
Con gesti di infinita tenerezza le tolse il velo, che posò alle loro spalle e le sciolse i capelli che Jasmine aveva legato sulla sommità del capo; lei lo lasciò fare e si lasciò attirare nell’incavo delle sue braccia forti e protettive.
“Non è questo che voglio…. ma, se Allah… – disse, infine, sollevando su di lui gli occhi verdi in cui un’ombra navigava veloce – … se Allah ti ha concesso l’amore di altre donne, io vorrei che non ci fossero ombre…”
“Oh, Jasmine! Nessuna donna all’infuori di te!” la interruppe lui con enfasi attirandola a sé con quella dolce violenza con cui lei lo immaginava impegnato con altre donne e la baciò con dolce passione. Un bacio tenero e indugiante. Sensuale. Che suscitò furiosa eccitazione e spasmi impetuosi in lui ed inconfessati desideri in lei.
“Letizia ha ragione, dunque!” sussurrò come trasognata, Jasmine, bruciata da quel liquido fuoco vivo che le scorreva nelle vene e dentro le ossa, alimentato dalle mani di lui che la cercavano e la percorrevano.
“Che cosa dice Letizia?” mormorò Rashid, quasi distrattamente e con le labbra chiuse intorno all’orecchio di lei che spuntava come una rosea conchiglia tra i capelli.
“Che un uomo innamorato sa trovare nella donna che ama, tutte le qualità che Allah ha distribuito in tutte le altre donne!”
“Sì! Letizia ha ragione!” assentì lui e si disse che un uomo davvero innamorato avrebbe desiderato la sua donna anche dopo averla appena posseduta. Si disse che lui, ogni volta, posseduta una donna, mai pago e sempre insoddisfatto, non aveva mai desiderato di trattenerla e che aveva provato sempre un senso di sollievo, dopo, a vederla scivolar via dal suo letto.
Quella sua abilità erotica, si disse, quella capacità di trarre piacere senza coinvolgimenti emotivi, non valevano per la sua Jasmine: lei lo appagava soltanto guardandolo negli occhi.
Le labbra lasciarono l’orecchio per cercare il mento e poi la gola e tornare ancora alle guance, alle palpebre e fermarsi alla bocca.
“Resta, Jasmine.” pregò.
Ma lei non restò.

brano tratto dal romanzo “IL RAIS- Fiamme sul deserto”