NINFE dei FIUMI

PATAMEIDI: ninfe dei fiumi
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Erano fanciulle e ancora vergini, di età assai giovanile. Loro compito era proteggere la natura, renderla piacevole e lussureggiante.
Altro compito, quello di proteggere gli amori appena sbocciati, per cui erano invocate da fidanzati, i quali andavano a bagnarsi nelle acque di fiume invocando la fertilità per dopo le nozze.

Erano anche guaritrici e le acque in cui vivevano erano benefiche e curatrici di diverse malattie, compresa quella della sterilità (incubo per molte donne)
Erano mortali, ma vivevano a lungo ed eternamente giovani, per cui la loro era un’esistenza felice trascorsa tra canti, danze e brevi storie d’amore.

DAFNE
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Bellissima ninfa dei fiumi, Dafne era figlia di Gea, la Madre-Terra, di cui era anche sacerdotessa.
Dafne era piuttosto refrattaria al matrimonio, come molte ninfe, che preferivano la spensierata vita dell’adolescenza. La sua grande bellezza, però,le attirò inevitabilmente l’attenzione di molti corteggiatori, così come il latte attrae le mosche.
Due in particolare: Apollo e un certo Leucippo.
Dafne respinse anche loro, come avev fatto con tutti gli altri.
Leucippo, però, riuscì a starle vicino ricorrendo ad un ingegnoso stratagemma: si travestì da donna ed entrò far parte del gruppo di compagne, altre ninfe, con cui di solito si intratteneva sulle sponde dei fiumi.
Apollo scoprì l’inganno e per liberarsi del rivale escogitò un sistema davvero particolare e crudele: indusse le ninfe a bagnarsi nelle acque del fiume e quando le ninfe scoprirono la diversità di quella che credevano una loro compagna, l’assalirono e l’uccisero.
Apollo, però, con il suo stratagemma non riuscì che a farsi respingere per l’ennesima volta dalla sua bella.
Per sfuggirgli, inseguita da Apollo, Dafne invocò il soccorso materno e Gea, la Dea-Madre, la trasformò in alloro, la corona dei poeti e dei cantori.

NINFE di SORGENTE

LE NAIADI: ninfe di sorgenti
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Allegre, gioiose, festevoli e chiacchierine come le acque in cui vivevano; la loro casa era un Palazzo Incantato che sorgeva nei pressi di torrenti, fiumi, laghi, fonti e sorgenti. Avevano il compito di rendere le acque limpide e scorrevoli e di nutrire la vegetazione e renderla verde e lussureggiante.
Erano fanciulle di fresca bellezza e dall’allegro sorriso; erano mortali, ma dall’eterna giovinezza.

Possedevano molte altre virtù, come quella di assumere qualunque forma volessero.
La loro esistenza era un continuo intreccio di giochi, danze e canti. Comparivano e scomparivano con la rapidità di una lucciola, tra ciottolame, rivoletti, cascate e corsi d’acqua, in un susseguirsi di giochi di metamorfosi e trasformazioni.
Dei, Satiri e cacciatori eraono irresistibilmente attratti dai loro canti e dalla loro fresca bellezza e il gioco della trasformazione diventava spesso un mezzo per sfuggire loro: basta l’esempio di Apollo e Dafne.

ILA
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Non sempre, però, erano le Ninfe a subire assalti amorosi, qualche volta erano proprio loro a metterli in atto.
Ne fece le spese Ila, compagno di Ercole durante il viaggio degli Argonauti verso la Colchide.
Ila, uno dei rematori, era un ragazzo bellissimo e di grande fascino ed Ercole lo amava come un figlio. Mentre era intento alla voga, il ragazzo perse il suo remo per cui si dovette scendere a terra per cercare un albero adatto per fabbricarne un altro.
Così fecero. Sbarcarono Ila, Ercole e un certo Polifemo (non quello dell’unico occhio).
Cercato e trovato l’albero e il ramo adatto, Ercole si pose subito al lavoro per abbatterlo, mentre Ila si allontanava verso una sorgente lì vicino, per attingere acqua per sé e compagni.
Nell’acqua c’era uno stuolo di Naiadi che stavano allegramente trascorrendo qualche ora di ozio.
Alla vista del bellissimo giovane, smisero di giocare.
Appena, però, il ragazzo sporse il braccio verso il ciglio per raccogliere acqua con la brocca d’argento, le ninfe sollevarono le loro braccia e lo attirarono con loro sul fondo.
Polifemo, che a qualche metro di distanza aveva assistito alla scena, comimciò ad urlare e le sue urla attirarono l’attenzione di Ercole che accorse immediatamente.
Quando, però, l’eroe raggiunse la sorgente l’acqua era cheta e tranquilla e di Ila non c’era alcuna traccia, come non ve n’era delle ninfe.

GIUTURNA
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La ninfa di sorgente più famosa della mitologia romana.
Moglie di Giano, era la madre di Turno, re dei Rutuli ed avversario di Enea.
Su di lui pendeva un oracolo secondo il quale sarebbe morto per mano di Enea, figlio di Venere.
La ninfa si oppose con tutte le sue forze all’ avverso destino del figlio, ma nulla potè contro di esso.
Alla fine, Enea, cui Turno era diventato acerrimo nemico per avergli portato via Lavinia, figlia di Latino, Re del Lazio, finì per ucciderlo.
Alla fonte di Giuturna, nel Foro Romano, la leggenda narra che si siano abbeverati i cavalli dei Dioscuri:Castore e Polluce.

NINFE D’ACQUA – Oceanidi

Erano figlie di Oceano ed erano in numero di cinquanta.
Dotate di grande bellezza e fascino particolare, simboleggiavano le Acque-della-Vita e per questa loro natura erano estremamente generose ed altruiste. Tra i loro compiti c’era quello di soccorrere i naviganti, per cui non era raro vederle comparire, come meravigliosi miraggi, fra le onde che sciabordavano contro le fiancate delle navi.
Le loro storie erano sempre un intreccio con altre storie e noi accenneremo ad alcune di loro: Anfitrite, Eurinone, Tetide, Elettra…

ANFITRITE
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La ninfa più bella che si fosse mai vista tra i flutti del mare, Anfitrite era corteggiata da tutti, Divinità e mortali. Su di lei pose gli occhi lo stesso Poseidone, il Dio del Mare.
Come con gli altri spasimanti, anche al Signore dei Mari e degli Oceani, la bella ninfa, il cui nome letteralmente significa “terzo elemento” (il Mare; gli altri due elementi sono la Terra e il Cielo), graziosamente, ma fermamente, rifiutò sempre le profferte amorose.
Poseidone, però, non era abituato ai rifiuti e non si dava per vinto e Anfitrite per sfuggire ai suoi continui assalti, decise di lasciare la sua residenza marina e di rifugiarsi sul Monte Atlante.
Qui, però, continuavano incessantemente a giungere messaggeri inviati da Poseidone per cercare di convincerla a tornare in mare.
A convincerla, dopo numerosi tentativi falliti, ci riuscì Delfino, il quale con un’eloquenza pari solo alla perseveranza dello stesso Poseidone, vinse ogni resistenza della bellissima ninfa.
Anfitrite tornò da Poseidone.
I due convolarono a nozze e la bella ninfa andò a vivere in un Palazzo d’Oro nelle profondità delle acque come Regina degli Abissi.
Poseidone, però, benché molto innamorato della bella sposina, era un marito del tutto infedele: Dee, Ninfe, donne mortali… non se ne faceva scappare una.
Anfitrite alla fine perse la pazienza. Soprattutto con la bella Scilla, a cui il fedifrago marito riservava molte più attenzioni che alle altre donne.
Decise di vendicarsi e lo fece con una certa, pur comprensibile perfidia: versò delle erbe sconosciute nell’acqua dove la ninfa Scilla andava a bagnarsi e la trasformò in un mostro… quello che prese a tormentare i naviganti che passavano da quelle parti.

EURINONE
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Generosa con tutte le creature, Eurinone lo fu in modo particolare con il povero Efesto quando il piccolo Dio fu scaraventato giù dall’Olimpo.
Figlio di Era (Giunone) e di padre quasi ignoto
(neppure Giove voleva riconoscerne la paternità), Efesto (o Vulcano), che sarebbe diventato un giorno il Dio più forte, violento ed irascibile dell’Olimpo, alla nascita era un tesserino debole e deforme.
E soprattutto brutto.
Tanto brutto che perfino sua madre lo rifiutò e pensò subito di disfarsene scaraventandolo giù in mare: un atto che, diventato adulto, il Signore del Fuoco non dimenticò e ricambiò… ma questa è un’altra storia.
Eurinone si prese cura del piccolo derelitto: lo allevò, lo curò e lo educò come una vera madre ed Efesto fu a lei eternamente grato.

Bellissima, il volto candido come la perla, i capelli lunghissimi e dagli argentei riflessi blu, le braccia sode e il seno florido, Eurinone, però, non era come le sorelle: lei era metà donna e metà pesce, ma non era una Sirena, creatura metà donna e metà uccello.

TETIDE
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Sicuramente la più conosciuta fra tutte le ninfe: Tetide, infatti, era la madre dell’eroe Achille…una storia di cui ci oppure meno in altra sede.
Di lei si invaghì il dio del Mare, Poseidone e la chiese in sposa.
L’Oracolo, però predisse che il figlio di Tetide da adulto sarebbe stato più famoso del padre ed a Poseidone la cosa non sarebbe garbata per niente.
Nonostante l’amore sincero che nutriva per la bella Tetide, rinunciò al matrimonio, scegliendo la sorella Anfitrite.

ELETTRA
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Signora dell’Ambra.
Letteralmente la parola elettra vuol dire proprio ambra.
La ninfa soleva raccogliere le lacrime che scorrevano dagli occhi delle figlie di Elio e l’ambra era sacra al Sole. La via dell’Ambra, che correva nel Mediterraneo era continuamente percorsa da marinai per l’importanza che questa rara sostanza marina aveva nei commerci.
L’Argo, infine, la nave degli Argonauti, che ne seguì la rotta durante il viaggio per la Colchide alla conquista del Vello d’Oro, fu proprio nell’isola di Elettra che approdò e non a Samotracia, come sostenuto da alcuni storici antichi.

NINFE di TERRA

LE DRIADI

Schiamazzi e grida echeggiavano lungo ampie vallate e boschi ombrosi: erano i cortei di Baccanti e Satiri che facevano da corte a Bacco.
Lungo quegli stessi sentieri, però, a quelle grida si mischiavano allegri gridolini e risate squillanti:erano le Ninfe dei Boschi, delle Valli e dei Monti.
Erano giovani, belle e allegre e la loro fresca bellezza era l’immagine più dolce, serena e gentile della Natura.
Erano le Driadi, le Oreadi e le Napee…

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Erano le Ninfe dei Boschi, figlie di Nereo e Dori e compagne di Euridice.
Ogni bosco aveva le sue Ninfe:
– Driade, si chiamavano quelle delle querce
– Meli’e era il nome delle ninfe del melo
– Melie erano le ninfe del frassino, figlio di Ermete.

Il frassino, chiamato anche “amico della folgore” era considerato un albero sacro. Era, infatti, tra le specie d’albero quello colpito più frequentemente dal fulmine e poiché gli alberi incendiati erano fonte di fuoco, era considerato il più sacro fra gli altri. La Ninfa che l’abitava, era tra le più rispettate e venerate e si fregiava anche del titolo di “Dama delFuoco”

AMADRIADE

Le Driadi erano mortali, al contrario delle Ninfe del Mare e degli Oceani. La loro vita, però, era assai lunga e scorreva in grande serenità ed allegria e soprattutto, conservando un’eterna giovinezza.
Le Driadi nascevano, crescevano e morivano con l’albero.
Ogni pianta che moriva, infatti, causava la morte della favolosa creatura che viveva nella corteccia che ne rivestiva l’albero. Il nome era AMADRIADE.
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Molti i racconti sorti intorno alla vita ed agli idilli innocenti delle Driadi e delle Amadriadi, intrecciati con Divinità e mortali.
Ne riportiamo alcuni.

DRIOPE
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Era una Driade assai carina e gioiosa e passava le sue giornate in compagnia delle amiche Driadi ed Amadriadi occupandosi del gregge del padre.
La sua grazia e bellezza attrassero l’attenzione di Apollo, soprattutto dopo che l’ebbe vista fare il bagno nel fiume.
In principio Driope respinse le profferte amorose del bel Dio del Canto, ma questi non si arrese. Si tramutò in una graziosa tartarughina e si lasciò accarezzare dalle ragazze.
Appena, però, Driope si attirò in grembo l’animaletto, Apollo si trasformò in serpente mettendo in fuga tutte le ninfe.
Tutte eccetto Driope, la quale, appena il Dio ebbe ripreso le bellissime, abituali sembianze, si lasciò sedurre, rispondendo con slancio amoroso alle focose attenzioni di Apollo.
Il frutto di tanta passione fu chiamato Anfisso il quale, diventato adulto, innalzò al divino padre un grandioso Tempio in cui Driope svolgeva funzioni di sacerdotessa.
Il richiamo della vita dei boschi, libera e spensierata, però, era assai forte e così, un giorno, Driope lasciò il Tempio per raggiungere le compagne.
Prima di partire, la ninfa piantò un albero di pioppo, che divenne la pianta sacra del dio Apollo.

Le Oreadi

Erano le bellissime, giovanissime vergini Ninfe dei Monti, amanti della caccia, della natura e soprattutto della solitudine.
Figlie di Giove, trascorrevano le giornate tra vallete ombrose e boschi annosi e qualche volta seguivano in corteo le scorribande di Diana, la Dea della Caccia.
La più importante tra loro era certamente Eco, la cui triste storia d’amore la portò quasi alla morte.

ECO e NARCISO
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Eco era una graziosissima Ninfa dei Monti con la tendenza ad impicciarsi sempre dei fatti degli altri.
Ad esempio, distraeva Giunone con bellissime favole, (alla piccola Ninfa piaceva molto parlare…) per permettere a Giove di intrattenersi con altre donne.
Quando Giunone scoprì il giochetto, la punì in modo davvero insolito e particolare: non avrebbe mai più parlato per prima, ma solo ripetuto scioccamente quello che dicevano gli altri… e solo le ultime parole.
Un giorno mentre se ne andava vagabondando per i boschi
Eco si imbatté in un giovane di straordinaria bellezza e fu subito un colpo di fulmine.
Ignorando che quel bellissimo giovane era addirittura Narciso, figlio del fiume Cefiso, innamorato di nessun’altra creatura che di se stesso, la bella Ninfa cominciò a seguirlo, guardandolo di nascosto estasiata e scivolando leggera tra siepi ed arbusti.
Sempre di nascosto, la piccola Ninfa si lasciò condurre fino ad una sorgente dove Narciso si fermò per dissetarsi.
Prima ancora che potesse chinarsi sulle acque della fonte, il bellissimo giovane sentì un fruscio alle spalle.
“Chi è là!” chiese.
“…là!” rispose Eco
“Esci fuori e fatti vedere, chiunque tu sia!”
“… tu sia!” fece ancora la voce della piccola ninfa.
“Chi sei? Dico a Te!”
“… a te!” ancora Eco.
Non vedendo nessuno, il ragazzo si chinò sulla fonte e tese le mani per prendere acqua e quale non fu la sua sorpresa: riflesso sulla superficie dell’acqua c’era un volto dalla bellezza così unica e rara che egli si sentì stringere il cuore dall’emozione.
“Chi sei? – domandò e non ricevendo risposta, continuò – La creatura degna dell’amore di Narciso… ecco, chi sei tu.”
Fino a quel momento, infatti, Narciso aveva rifiutato ogni offerta d’amore, reputandole indegne di lui.
“… sei tu!” lo raggiunse alle spalle la voce della piccola Ninfa che aveva trovato il coraggio di lasciare il nascondiglio, avvicinarsi e tendergli le braccia.
“Vai via da me, piccola, sciocca Ninfa. – la respinse il bel Narciso, infiammato d’amore per quel volto riflesso nell’acqua – Nessuno, all’infuori di lui è degno dell’amore del bel Narciso.”
“… bel Narciso.” sussurrò la povera ninfa allontanandosi tra la vegetazione, mentre Narciso tornava alla fonte ed al volto riflesso nella superficie dell’acqua.
“Chi sei?” chiamò ancora, ignorando di parlare all’immagine di se stesso.
“Ahimè!… Ahimè!” cominciò a genere, poiché quello non rispondeva e restava immobile se non per ripetere i suoi gesti.
“…Ahimè!” rispondeva l’eco sempre più lontana.
Continuò così, fino a quando il bellissimo giovane non cadde riverso tra fiori di lillà.
Gli Dei, impietositi, lo trasformarono nel fiore che porta il suo nome.

CIRENE
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Cirene era una fanciulla attratta più dai passatempi maschili che da quelli femminili; amava più andarsene in giro fra i monti ed a caccia nei boschi, con la scusa di proteggere le greggi del padre, piuttosto che filare, tessere ed occuparsi di faccende domestiche.
Apollo la vide un giorno che aveva appena cacciato pericolose belve e subito pensò che quella coraggiosa fanciulla fosse davvero degna di lui. Oltretutto, Cirene non era soltanto una coraggiosa fanciulla, ma anche una bellissima fanciulla.
Non faticò a convincerla e la fece salire sul suo cocchio d’oro per condurla in una città che battezzò con il nome di lei.
Anche Venere fu felice di quella scelta e accolse i due innamorati in una stanza tutta d’oro.
Apollo fu così soddisfatto e contento di quell’incontro, che concesse di esudire il suo più grande desiderio.
Cirene, eccellente cacciatrice, non aveva, in verità, un grande istinto materno, per cui chiese di poter vivere la sua vita a caccia tra i monti,
Apollo, lieto di quella richiesta che gli permetteva di dedicarsi ad altre avventure, le concesse una lunghissima vita dedicata alla caccia.
Il figlio nato da quell’amore, cui fu dato il nome di Aresto, fu affidato alle Ninfe del Mirto, figlie di Ermete-Mercurio, che fecero di lui un grande indovino

LE NAPEE

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Giovanissime, minute ed alate, erano le Ninfe dei Prati. Si esibivano in aeree danze sull’erba e sui prati con tanta grazia e leggerezza da sfiorare steli, foglie e corolle, senza piegarli.
Lucciole e farfalle erano le loro amiche, ma essendo dotate del potere della trasformazione, potevano mutarsi in leggiadre fanciulle e girovagare per monti, valli.

(continua)

LE NINFE

LE NINFE
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Nei tempi in cui si adoravano gli Spiriti, di cui si credeva fossero animati gli elementi della Natura, si divinizzò il fulmine che atterra, la fiamma che incenerisce, la nuvola che si scioglie in pioggia o grandine, il vento che scuote, la fiera che dilania.
Tutti terrificanti fenomeni che contribuirono alla costruzione delle fondamenta arcaiche della mitologia.

Più tardi l’uomo riuscì a non farsi più solamente atterrire dalla pericolosa potenza della Natura, ma si lasciò anche affascinare dalla bellezza del Creato, sempre pericolosa, ma anche grandiosa e ispiratrice.
La guardò con animo diverso: commozione, stupore, poesia… soprattutto poesia.
Furono i poeti a creare i Miti: quelle favole che cantavano la Natura, la sua bellezza, la sua pericolosità, la sua generosità, la sua violenza.
Lo fecero attraverso l’allegoria, l’enigma, la fantasia l’immaginazione.

Era nato il MITO, magica tela su cui scorrevano i ritmi della Vita: l’ineluttabilità del Fato, i paurosi Misteri della Natura, le inquietanti divinazioni delle Profetesse, i chiassosi riti delle Baccanti, le risate argentine delle Ninfe…
Dal greco nimpha, il termine letteralmente significa “fanciulla in età da marito”.

Personificazione delle forze della Natura, le Ninfe erano parte integrante di essa e, di conseguenza, avevano con la Natura un rapporto particolare: fiumi e laghi, mari e monti, prati e sorgenti, boschi e alberi… tutti avevano la propria Ninfa protettrice.

Erano fanciulle bellissime e dotate di straordinari poteri. Di animo gentile, erano sempre pronte a rendersi utili a Divinità e uomini.
Diana, Apollo, Dioniso e Soprattutto i Satiri, Geni della Natura, ricercavano continuamente la loro compagnia e i loro favori.
Talvolta le Ninfe si concedevano anche agli uomini, ma quei contatti finivano quasi sempre in drammi e tragedie, soprattutto se la Ninfa in questione era immortale.
Non tutte le Ninfe, infatti, al contrario degli Dei, erano immortali: le Ninfe dei Monti, quelle dei Boschi, ma soprattutto le Ninfe degli Alberi, erano mortali proprio come gli uomini, benché la loro vita fosse assai più lunga.
In onore di queste splendide creature gli Antichi praticarono culti risalenti addirittura in età arcaica; per propiziarsene i favori, innalzarono in loro onore Templi che chiamarono Ninfei, dove praticavano riti ed offrivano doni: latte, miele, frutta, vino e fiori.

Le Ninfe erano assai numerose, perché numerosi e sfaccettati erano gli elementi della Natura.
Le più conosciute di loro erano, forse, le Ninfe dell’Acqua: di Mare, di Fiume, di Lago, di Sorgente e perfino di Stagno.
Cantori e Poeti da sempre ci hanno fatto conoscere le mitiche Nereidi, le favolose Sirene, le splendide Oceanine e altre ancora.

Una prima classificazione la possiamo fare tra le Ninfe di Acqua e Ninfe di Terra

NINFE di Acqua salata (mari ed oceani)

– Oceanine
– Nereidi

NINFE di Acqua dolce
– Naiadi: ninfe di sorgenti
– Potameidi: ninfe di fiume
– Limniadi: ninfe di laghi
– Eleadi: ninfe di paludi

NINFE di Terra:

– Driade: ninfe dei boschi
– Amadriade: ninfe degli alberi
– Oreadi: ninfe dei monti
– Napee: ninfe delle valli

(continua)