La cara Penelope… era davvero così casta?

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Basta un solo nome per riempire un volume sulla fedeltà della donna: Penelope

La figura di Penelope, casta e fedele, che aspetta trepidante il ritorno dello sposo vagabondo per il mondo con la scusa della guerra, che imbroglia i pretendenti con una tela interminabile, piace molto agli uomini.
Li rassicura.
Piace molto questa figura di donna in eterna attesa: è rassicurante. Viene presa come esempio anche in culture assai, ma proprio assai, posteriori.
Perfino oggi.
Ma era davvero così casta e fedele, la cara Penelope?
L’epoca in cui visse era quella di un Matriarcato in declino e un nascente Patriarcato. Lo testimoniano le vicende legate alle sue nozze con Odisseo, meglio conosciuto come Ulisse.
Questi conquistò la sua mano all’antica maniera matriarcale, vincendo, cioè, una gara di corsa.
(secondo altre versioni, di tiro con l’arco)
Penelope era figlia di Icario, re di Sparta, e della ninfa Peribea e, secondo le antiche usanze, era la sposa che accoglieva lo sposo nella sua casa e non il contrario. (Menelao era diventato Re di Sparta per averne sposato la principessa ereditaria, Elena).
Ulisse, invece, infranse le regole e si portò via la sposa contro la volontà del padre di lei.
Re Icario, infatti, li fece subito inseguire e Ulisse costrinse Penelope a scegliere fra lui e suo padre.
Penelope scelse Odisseo: senza una parola si calò il velo nuziale sul volto e lo seguì ad Itaca, lasciando la casa paterna e la terra di Sparta.
La figura di Penelope, in realtà, non è solamente emblematica, ma anche un po’ enigmatica, per quello che fu in seguito il suo comportamento.
Omero (ma sarà stato proprio Omero a scrivere l’Odissea? Ormai sono in molti a nutrire dei dubbi) ci parla di lei in tono brillante, bucolico ed un po’ ingenuo. Ben diverso dal tono ruvido e tagliente che si riscontra nell’Iliade, la cui paternità di Omero è indiscutibilmente accettata.
Omero ci lascia con Penelope ed Ulisse riuniti dopo venti anni di separazione: dieci di guerra a Troia e dieci di peripezie attraverso il Mediterraneo.
Penelope, però, si rivela donna prudente e diffidente, oltre che paziente e fedele: prima di concedersi al marito, vuole certezze e per questo lo sottopone alla prova del talamo nuziale e della sua posizione nella loro casa. Dopo, lo premierà generandogli un altro figlio: Polipartide; il primo era Telemaco, poco più che ventenne al ritorno a casa del padre.
Penelope è anche una donna forte e di infinite risorse. Lo ha dimostrato tenendo a freno i suoi pretendenti con vari espedienti prima del ritorno di Ulisse e lo dimostrerà pure dopo la morte di questi.
Sia Ulisse che suo figlio Telemaco, infatti, subito dopo la strage dei Proci (i pretendenti) erano stati esiliati.
Ulisse partì per la Tesprozia, per espiare la sua colpa; qui, però, sposò la regina Callidice che gli diede un altro figlio, Polirete.
Telemaco, invece, raggiunse Cefallenia, poiché, secondo un oracolo, Ulisse sarebbe morto per mano di suo figlio.
Così fu!
L’eroe fu ucciso proprio da uno dei suoi figli, ma non era Telemaco, bensì Telegono, il figlio avuto dalla maga Circe durante il viaggio di ritorno da Troia.
Telegono, che dal padre aveva ereditato lo spirito d’avventura, andava scorrazzando per i mari e finì per raggiungere Itaca.
Ulisse si preparò a respingere l’attacco, ma Telegono lo uccise.
Proprio come aveva predetto l’oracolo: in riva al mare e con l’aculeo di una razza, un aculeo di razza infilato sulla punta della lancia di Telegono.
E ancora una volta Penelope ci sorprende: trascorso l’anno di lutto previsto dalla tradizione, la Regina di Itaca sposa Telegono… proprio così! Sposa l’uccisore di suo marito, figlio della rivale, la maga Circe.
E non è tutto. Raggiunta l’isola di Circe, madre del fratellastro Telegono, Telemaco, a sua volta, impalma la rivale di sua madre.
Edificante!

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MEDUSA… il fascino della creatura mostruosa

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Pegaso, il cavallo alato, inevitabilmente richiama un altro nome, quello della madre: Medusa, l’orrendo mostro.
Medusa, in realtà, prima di subire la terrificante metamorfosi era una fanciulla bellissima, la più bella delle sorelle Gorgoni, ma anche la sola a non essere immortale; i loro nomi erano:
– Steno, la Forte
– Curiale, la Spaziosa
– Medusa, la Dominatrice.
Che cosa poteva aver fatto per meritare una tale punizione?
Si era innamorata di un Immortale e si era a lui concessa; si trattava nientemeno che di Poseidone, Re del Mare.
Tipo cupo, prepotente ed irrispettoso qual era, Poseidone non esitò a scegliere come “alcova” il Tempio di Atena, notoriamente refrattaria elle questioni amorose. In realtà, la scelta di Poseidone non fu affatto casuale, ma assolutamente intenzionale: il Signore del Mare era uscito sconfitto in una disputa con Atena condotta al cospetto degli altri Dei e nutriva sentimenti di rivalsa nei confronti della Dea della Sapienza.

Atena si risentì così offesa da quell’oltraggio; non potendo misurarsi con Poseidone, assai più forte e potente di lei, come sempre accade, se la prese con Medusa e per punirla la tramutò nell’essere mostruoso che conosciamo: occhi di brace, enormi zanne al posto dei denti, in testa una selva di serpenti, gambe e braccia artigliate. Il suo aspetto era così orribile che a guardarla negli occhi si restava pietrificati dal terrore.

Proprio su questo contava un certo Polidette, re del Seride, nell’Egeo, quando decise di affidare a Perseo, figlio di Danae e di Zeus, la rischiosa e quasi impossibile impresa di uccidere quella mostruosa creatura.
Polidette s’era invaghito di Danae e per togliersi di torno il ragazzo, fermamente contrario a quelle nozze, lo convinse alla disperata impresa.
Come fece?
Finse di rinunciare a sposare Danae e di preferire, invece, Ippodamia; come dono di nozze, però, chiese proprio la testa di Medusa. Perseo accettò.

Atena, però, nemica giurata di Medusa e consapevole del grande rischio cui il ragazzo andava incontro, si offrì di accompagnarlo ed assisterlo nell’impresa e riuscì anche a coinvolgere suo fratello Mercurio…. e Mercurio, si sa, non era tipo da tirarsi indietro là dove c’era da menar le mani.
Per prima cosa, Atena consegnò al ragazzo il suo scudo da usare come specchio attraverso cui guardare Medusa senza restare incenerito dal suo sguardo; la Dea gli fece dono anche di una sacca magica in cui riporre la testa del mostro, poiché i poteri di quello sguardo continuavano a sussistere anche dopo la morte.
Anche Mercurio fu generoso nei suoi doni: gli consegnò un ricurvo pugnale dalla magica proprietà di penetrare qualunque materiale, gli mise ai piedi i suoi calzari per renderlo velocissimo negli spostamenti ed in testa un casco per renderlo invisibile.

Con tale magico equipaggiamento, l’eroe si mise in viaggio per la terra degli Iperborei, dove vivevano le GORGONI.
Le trovò che stavano dormendo e sorprese Medusa nel sonno, tagliandole di netto la testa con il magico pugnale.
Dal corpo della Medusa balzarono fuori i figli concepiti a Poseidone: Pegaso, il cavallo alato e il guerriero Crisaore.
Prima di darsi alla fuga con la sacca contenente la testa del mostro, Perseo si fermò a raccoglierne il sangue dalle magiche proprietà: quello sgorgato dalla vena destra resuscitava i morti mentre quello della vena sinistra procurava la morte. Il primo, egli lo donò ad Esculapio, Dio della Medicina; del secondo, invece, assai velenoso, Perseo ne fece dono ad Atena. La Dea tenne per sé anche la testa della mostruosa creatura che posò sopra il suo scudo per terrorizzare i nemici.
Mettersi in salvo, appena ucciso la Medusa, però, non fu facile per Perseo, inseguito da Pegaso, Crisaore e dalle altre due Gorgoni. L’elmo e i calzari di Mercurio, però, gli favorirono la fuga.

I miti greci erano sempre simbolici… Quale significato nascondeva questo mito?
La Medusa con il suo sguardo pietrificatore rappresentava l’ammonimento all’uomo di non avvicinarsi troppo al Mistero Divino, né di scrutarlo troppo a fondo o, addirittura, servirsene.
In tutte le Antiche Religioni troviamo questo tipo di ammonimento: avvicinarsi troppo alle “Questioni Divine” può essere rischioso e perfino letale, senza le dovute precauzioni. Molti degli eroi di antichi miti, infatti, eroi come Gilghemesh, Adamo e altri, furono puniti per essersi avvicinati troppo ai Misteri-divini.

Nell’antichità i fornai greci usavano dipingere una testa di Medusa sui loro forni per impedire che qualcuno aprisse lo sportello e danneggiasse la cottura del pane e ancora nell’Antichità, durante i riti pagani in onore della dea Luna, le Sacerdotesse si coprivano il volto con orrende maschere allo scopo di tenere lontano i curiosi.

Le tre Signore del Destino… ossia, le Parche egizie

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Presso tutte le antiche culture, Il Fato o Destino è quel “Genio” che prende l’uomo per mano e lo guida lungo il suo cammino.
Gli Antichi Egizi non facevano eccezione. Credevano che ogni creatura umana avesse un percorso già tracciato e stabilito prima ancora della sua nascita.
Stando così le cose, dicevano i Saggi, nessun uomo era in grado di mutare il corso del proprio destino. Però, aggiungevano, disponendo di alcuni elementi, come la data di nascita, la posizione di stelle e pianeti in quel giorno, ecc… si potevano, se non mutare, almeno prevedere le mosse del Destino e, quando possibile, provare a prevenirle o correggere, oppure adattarvisi.

Shai, era il nome della Dea del Destino e non mancava mai all’appuntamento con una nuova vita che si affacciava a questo mondo.
Era sempre presente ad una nuova nascita, ma non si presentava mai da sola. Le inseparabili compagne di questo immancabile appuntamento erano altri due Geni: Renenet e Meskhenet.
La prima, incessantemente invocata dai mortali, era la Signora della Fortuna e la seconda, non meno autorevole delle altre due, era la Signora del Futuro.
Questa Triade, insieme costituiva anche la corte di Tuaret, la Dea che presiedeva al parto e che attraverso la sua Grande Sacerdotessa, assistiva la partoriente ed il bambino, cui dava responsi per il futuro.

Così si legge su un papiro custodito a Berlino:
Le tre Dee, assunte le sembianze di tre donne comuni, si presentrono nella casa del nobile Ea-User, la sui sposa, Rut-Tettet, stava avendo le doglie e l’assistettero amorevolmente assieme alle altre donne della casa.
Rut ebbe tre bei gemmellini.
Al primo dei tre che aprì gli occhi alla luce, la dea Meskhenet profetizzo: “Sarà Re!”
Renenet aggiunse: “Dominerà su tutta la terra”
E Shai, infine: “Il suo Regno sarà breve, ma felice e prospero.”
La stessa cosa i tre benevoli Geni dissero quando venne al mondo il secondo gemellino.
All’arrivo del terzo, Shai esclamò: “Il suo Regno sarà lungo e duraturo.”
La stessa cosa profetizzarono le altre due Signore del Destino.
Quei tre neonati diventarono, in età adulta, i primi tre Sovrani della V° Dinastia.
Il racconto, invece, risale ad epoca ramessida: più di mille anni dopo.

Un’altra storia, assai simile ad alcune delle favole moderne, racconta della visita delle Tre-Signore ad un’altra partoriente, sposa di un Sovrano, la quale dette alla luce un bel maschietto.
“Fra diciotto anni un cane, un coccodrillo o un serpente, si presenterà qui per portarlo via.”
Sentenziarono insieme i tre Geni.
Significava che a diciotto anni il piccolo principe sarebbe morto per il morso di un cane o di un coccodrillo oppure di un serpente.

I compiti di queste tre simpatiche Signore, però, non terminavano qui e quelle non erano sempre così favorevoli e disponibili con i mortali.
Shai, Signora del Destino, era anche il Genio della Fatalità e dell’ineluttabilità del Fato e si sa che, a volerlo evitare, spesso si finisce ancor più velocemente nelle sue braccia.
Il Destino, sentenziavano i Saggi, rende vano ogni sforzo dei mortali per procurarsi ricchezza o felicità, se manca il suo consenso.
Una Dea assai, invocata, dunque, Shai, e perfino minacciata, secondo l’usanza tutta egizia di pregare gli Dei .

Anche Renenet, Genio della Fortuna, era assai corteggiata, come lo era Meskhenet, che del Futuro di ogni mortale conosceva ogni particolare.
Tutte e tre, inoltre, erano invocate anche in molte altre circostanze: matrimoni, viaggi, affari, guerre, e altro ancora.

CENTAURO… la leggenda dell’Uomo-cavallo

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Letteralmente il termine Centauro significa: “colui che trafigge il toro”, dall’etimo classico Kentauroi; un altro etimo suggerisce, invece: “gruppo armato di cento uomini”.
Qualunque sia il significato del termine, il mito li vuole d’aspetto davvero singolare: uomini fino all’ombelico e cavalli per il resto del corpo. Il mito li vuole anche rissosi, lussuriosi e sempre pronti a saltare addosso alla prima donna che capitava loro davanti.
Omero li chiama: “villose bestie selvagge”, per il loro aspetto e le attività orgiastiche ed erotiche.
La leggenda sulla loro origine farebbe arrossire gli autori di erotismo più audace. Vediamo perché.
Il capostipite fu un certo Issione, re dei Lapiti, tipo poco raccomandabile, per giunta assassino.
Giove, re degli Dei, pur contro il parere degli altri Immortali, non solo non lo punì per il suo reato, ma lo invitò alla sua tavola.
A Issione piacevano molto le donne, proprio come a Giove; per questo, forse, non mancò di fare certe proposte addirittura a Giunone, sposa del suo divino ospite.
Giove scoprì presto le intenzioni del suo ingrato ospite e per metterlo alla prova dette ad una nuvola le sembianze di Giunone.
Annebbiato dal vino e dalla lussuria, Issione sfogò le sue brame sul simulacro di nuvola; dall’inconsueto rapporto nacque Centauro che, diventato adulto, dette sfogo alle sue insane tendenze sessuali e si accoppiò con le cavalle del Monte Pelio, che gli generarono i Centauri, creature metà uomini e metà cavalli.
Numerosi gli aneddoti che li riguardano a causa proprio di questo loro temperamento.
Alle nozze di Piritoo, Re dei Lapiti, con Ippodamia, il centauro Eurizione, inebriato dalle troppe coppe di vino tracannato tentò di rapire la sposa.
In soccorso della sposa accorse Piritoo e Teseo. Ne nacque una lotta violenta e senza quartiere tra Lapiti e Centauri e questi ultimi ne ucirono piuttosto malconci e corsero al galoppo in direzione del Monte Pindo, dove si rifugiarono.

Un altro centauro commise lo stesso errore e finì ammazzato: Nesso, che tentò di rapire Deianira, moglie nientemeno che di Ercole.
Il più noto fra tutti i Centauri fu certamente Chirone.
Questo il mito. La realtà, naturalmente, era un’altra.
I Centauri erano uomini barbuti e selvaggi, appartenenti a tribù delle montagne della Grecia orientale, i quali vivevano in tale simbiosi con i loro cavalli, da sembrare una sola cosa con il proprio animale.
Nacque così la leggenda degli Uomini-cavallo.

CHIRONE

Era il capo, piuttosto temuto e rispettato, di questa razza di rissose e selvagge creature. Pur avendone il medesimo aspetto, però, Ghirone era di tutt’altra natura : saggio e sapiente, forte e gentile. Forse per la nobiltà dei natali: Ghirone non faceva parte della stirpe di Issione, ma era figlio di Giove e diFilira, bellissima Ninfa mutata per gelosia in cavalla da Rea, la sposa di Saturno che di lei era follemente innamorato.
Anche il suo stile di vita era diverso da quello dei suoi simili. Egli viveva in una grotta del monte Pelio diventata ben presto la Scuola d’Armi e di Sapere più famosa della Grecia. Molti degli Argonauti furono suoi allievi, pefino Esculapio.
Fra gli eroi che si formarono alla sua Scuola: Giasone, Enea, Diomede, Achille… tanto per citarne qualcuno.
A causargli la morte, ironia della sorte, fu proprio uno dei suoi allievi, il suo allievo preferito: Achille.
Quando questi mosse guerra ai Centauri, Chirone si schierò dalla loro parte per solidarietà.
Durante uno scontro durissimo fu ferito gravemente proprio da Achille e dolorosamente, poiché le frecce dell’eroe era intinte nel veleno dell’Idra di Lerna. Proprio in quella circostanza ed a causa del dolore insopportabile, Ghirone, che il padre Giove aveva reso immortale, chiese di morire.
Giove lo accontentò, ma volle donargli almeno l’immortalità del nome e lo mutò nella Costellazione del Sagittario.

La vera storia del MINOTAURO

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Conosciamo tutti la leggenda del Minotauro di Creta, ma, per chi l’avesse scordata, eccola, così come ci è stata tramandata dalla mitologia tradizionale.
Minosse, figlio di Giove, per legittimare il suo diritto di successione al trono di Creta, chiese a Poseidone, Dio del Mare, una degna vittima da sacrificare durante la Cerimonia.
Dalle onde del mare, Poseidone fece emergere uno splendido toro bianco, così bello che Minosse volle tenerlo per sé e offrire in sacrificio, al suo posto, un toro comune.
Brutto affare, offendere la suscettibilità di una Divinità: Poseidone, infatti, se la prese così tanto, che per vendicarsi dell’affronto, ne escogitò una davvero bella: scatenò in Pasifae, sposa di Minosse, (donna non propriamente fedele, come anche il marito, d’altronde), una passione contro natura per lo splendido animale.
Ah… questi popoli antichi!
Come fare per soddisfare l’insano desiderio?
Semplice! Ci pensò quel geniale di un architetto, ospite del Re, che allietava la corte con i suoi giocattoli meccanici.
Parlo del famoso Dedalo, noto a tutti.
L’ingegnoso artista trovò subito il sistema: costruì la sagoma di una mucca in cui fece sistemare quella pazza della Regina; la rivestì di pelle bovina e la fece porre in bella vista sul prato dove pascolava il bel Tauros. (questo il nome imposto allo splendido toro).
Quel che accadde, lo lasciamo all’immaginazione. Quello che accadde invece alla Regina dopo nove mesi, fu di mettere al mondo un bel bimbo con la testa di toro: il Minotauro, per l’appunto, a cui fu imposto il nome di Asterione.
L’increscioso fatto dispiacque così tanto a Minosse (cornificato già troppo spesso dalla moglie, ma mai prima con un toro) che impose a Dedalo di costruire un Labirinto in cui fece rinchiudere il Minotauro, la regina Pasifae e lo stesso Dedalo, che in seguito riuscì a fuggire, ma… quella è un’altra storia.
Il Minotauro era nutrito con carne umana, procurata dagli Ateniesi fino all’arrivo di un eroe di nome Teseo… ma anche questa è un’altra storia.
Interessante, invece, è sapere chi era davvero il Minotauro, tenendo presente che sul bacino Mediterraneo si affacciavano Popoli nella cui cultura era sempre presente il “culto del toro”: ricordiamo l’orientale Mitra, l’egiziano Hapy, ecc…
Già ai tempi di Plutarco, quella figura da “Sodomia”, era stata riscattata.
Il Minotauro, ossia Asterione, in realtà, era nato da una relazione tra la regina Pasifae e il bel Tauros, generale di re Minosse e atleta di tauromachia. (spettacolo con i tori)
Sempre di corna si trattava, ma non di corna animali!
Secondo questa più accettabile versione dei fatti, poco conosciuta perché non piccante come la prima e per questo meno capace di catturare quel “lato oscuro” che è sempre stato in ogni essere umano, Teseo combattè non con il mostruoso Minotauro, ma con suo padre Tauros e lo vinse in un regolare incontro.
Le leggende, soprattutto quelle nere e scabrose, sono lunghe a morire. Ecco perché oggi tutti conoscono il Minotauro, figlio di un toro, e ignorano Asterione, figlio di un atleta.

LE PARCHE

MOIRE O PARCHE

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Erano le Signore del Fato, arbitri dei destini umani: vita e morte.
Nacquero dall’unione fra Notte ed Erebo (Inferno).
Insieme a loro nacquero anche: Vecchia, Morte, Sonno, Discordia, Miseria; ma aprirono gli occhi alla luce anche: Gioia, Amicizia, Nemesi (Memoria), Pietà e le Ninfe Esperidi, le Custodi della pianta del Pomo d’Oro, dono di nozze di Gea (Terra) ad Era (Giunone).

Cloto, Lachesi e Atropo, i nomi delle tre Dee e quest’ultima, delle tre, era la più implacabile
Vestite di bianco, perché il bianco è il colore del lutto e della morte, reggevano in mano il “filo della vita” di ogni creatura. A filare quel “filo” con il fuso era Cloto, a misurarne la lunghezza, facendolo scorrere tra le dita era, invece, Lachesi. Atropo, infine, lo recideva con le sue Forbici Sacre quando ritneva fosse giunto il momento giusto.
In onore di queste implacabili Divinità furono eretti altari esposti ad intemperie e circondati da boschi di querce; durante i riti si offrivano loro acqua, miele e fiori e ci si presentava alle cerimonie con il capo inghirlndato di fiori e foglie

Un mito più recente le vuole, invece, figlie di Giove e della ninfa Temi; sempre secondo questo mito, era Giove a mettere nelle loro mani il filo della vita di mortali e semidei ed era lo stesso Giove che poteva decidere quando fosse il momento di reciderlo.

Quando non filavano o spezzavano “fili”, le Moire non se ne stavano certamente in ozio.
Essendo le Signore del Fato, erano loro ad assegnare a tutti, mortali ed immortali, destini e compiti.
A Venere, ad esempio, avevano assegnato il solo compito di amoreggiare, a Marte di guerreggiare, ecc…
Un giorno Atena sorprese la Dea dell’Amore davanti ad un telaio e non mancò di rimproverarla aspramente, accusandola di volerle togliere una della sue prerogative.
Venere si scusò immediatamente, lasciò il telaio e da quel giorno non si occupò d’altro che di amori e corteggiamenti, senza mai fare qualcosa che assomigliasse vagamente ad un lavoro.

Alle Graie, secondo i Greci, va anche il merito di aver inventato l’alfabeto: le vocali, in realtà, più le consonanti B e T; altre undici consonanti furono inventate da un certo Palimede.
Ermete, infine, riprodusse i suoni corrispondenti a quei segni.
Si aiutò, si dice, con due preziosi doni ricevuti dalle Graie: l’Occhio-Magico e il Dente dalle proprietà divinatorie.
Pare, inoltre, che queste eclettiche Divinità possedessero una voce straordinariamente melodiosa e che fossero sempre pronte a rallegrare banchetti e festini divini con la loro presenza e il loro canto.

Troviamo spesso le Moire all’interno di miti riguardanti altri personaggi. Ne proponiamo un paio: il gigante Tifone e l’argonauta Admeto.

ADMETO

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Particolari e per molti aspetti patetiche le vicende che vedono protagonista questo eroe.
Divenuto caro ad Apollo per avergli offerto dieci anni di servizio, il principe Admeto, con l’aiuto del suo divino protettore, si apprestava a convolare a giuste nozze con Alcesti, la bellissima e generosissima figlia di re Pelia.
Disgrazia volle che Admeto si dimenticasse di offrire, per l’occasione, sacrifici ad Atena.
Si sa quanto gli antichi Dei greci fossero astiosi e vendicativi. La Dea, infatti, offesa da tanto affronto, riempì la camera nuziale di velenosi serpenti che causarono la morte dello sposo.
Prima che la sua anima si mettesse in viaggio per L’Ade, ancora una volta Apollo intervenne in suo soccorso, convincendo le Moire a prolungargli la vita per qualche tempo ancora.
Queste acconsentirono , ma ad una condizione: che qualcun altro prendesse il suo posto.
Per primi, Admeto scongiurò i propri genitori:
“Mi avete dato la vita. – implorò, gettandosi ai loro piedi – Se adesso uno di voi due non scende nell’Ade a prendere il mio posto, è come se questa vita ve la riprenseste indietro.”
Sia pure a malincuore, tanto il padre quanto la madre opposero un netto rifiuto
“Ogni creatura umana – risposero – deve sottostare al proprio Destino. Qualunque esso sia.”
Proprio mentre Admeto, ormai rassegnato, stava per intraprendere il suo ultimo viaggio, ecco presentarsi la bella Alcesti con in mano una coppa di veleno, pronta a prendere il suo posto e sacrificare la sua vita per amore.
Admeto accettò quel sacrificio ed Alcesti bevve il eleno e rggiunse presto l’Ade.
Chi, invece si rifiutò di accettare quel grande sacrificio d’amor fu Proserpina, Regina degli Inferi che la rimandò subito indietro, pretendendo che ’insensibile ed ingeneroso marito scendesse giù ad occupare il proprio posto.

TIFONE

Con il povero Tifone, il più grosso e spaventevole dei Giganti, le Moire si comportarono addirittura in modo ingannevole e subdolo.
Durante la rivolta dei Giganti contro l’Olimpo, le Moire si schierarono dalla parte di Zeus e lo aiutarono scagliando contro i ribelli proiettili di rame infuocati.
Nello scontro Tifone restò seriamente ferito e dolorante.
Fingendo di volerlo soccorrere, le diaboliche, candide creature gli offrirono dei frutti misteriosi facendogli credere che gli avrebbero ridato forza e vigore.
Come si sa, le cose andarono diversamente.
Tifone affrontò Zeus convinto di una forza che in realtà non possedeva e alla fine si ritrovò piuttosto malconcio.
Zeus, uscito vincitore dal durissimo scontro, lo scaraventò sotto l’Etna che da quel giorno non ha più smesso di sputare fuoco.

LE GRAIE

LE GRAIE
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Sicuramente meno fastidiose ed invadenti delle cugine Arpie, Divinità investite di funzioni funerarie, ma non molto più gradevoli, erano le Graie.
Capelli grigi (da cui il nome), ma candide come cigni, di cui amavano talvolta assumere le sembianze, le Graie, figlie della ninfa Ceto e del Genio marino Forcio, erano anch’esse Geni dell Morte.
Erano tre e i loro nomi erano Enio o La-Guerresca, Dino o La-Terribile e Pafredo o La-Vespa
Il loro animale sacro era il cigno, che nella mitologia europea, dal Nord al Sud, è sempre stato considerato l’Uccello-della-Morte.
Il colore del piumaggio di questo splendido animale, infatti, è bianco e il bianco, nelle antiche culture, è sempre stato il colore del lutto (anche presso gli Egizi i quali non si trovavano certo in zona nordica)
Lo è anche per la forma a “V” che lo stormo prende quando si alza in volo per la migrazione della mezza estate, essendo il segno V, considerato simbolo femminile (si tenga presente che siamo in epoca patriarcale, anche se il patriarcato avanza a lunghi passi).
I cigni emigravano a mezza stagione, epoca in cui si compiva il sacrificio del Re-Sacro o Paredro (oggi lo chiameremmo principe-consorte) e si pensava che portassero via sulle loro ali l’anima del Re defunto.

Il mito secondo il quale le tre Divinità avessero un sol dente ed un sol occhio è nato molto più tardi e cioè in età classica avanzata.
L’unico riferimento a ciò, lo troviamo soltanto riguardo le imprese di Perseo, come racconto di tempi antichi.

Secondo questo mito, Perseo nella sua impresa per uccidere la Medusa, una delle tre Gorgoni, fu aiutato dallr Graie. Le sorprese, si dice, mentre riposavano sui loro troni sul monte Atlante e portò via il loro unico dente e l’unico occhio, costringendole a rivelargli il luogo dove vivevno le Ninfe Stigie.
All’eroe era vitale avere questa informazione poiché queste ultime lo avrebbero fornito dei tre strumenti necessari a condurre a buon fine la sua impresa e cioè: i sandali per muoversi volando, la sacca in cui riporre la test della Medusa e l’elmo che rendeva invisibili.

RUBENS - Perseo e Andromeda
Si trattava, in realtà, di un mito partorito successivamente da una fertile mente.
Secondo il mito originale, le tre Graie non si lasciarono affatto portar via il dente da Perseo, ma ne donarono uno ad Ermete per le sue proprietà divinatorie.
Ermete ricevette dalle Graie anche un Occhio Magico e il mito ci dice che questo eclettico Dio ne farà davvero buon uso: se ne servirà per dare un suono ai segni delle vocali ed delle consonanti inventate dalle Moire, cui i Greci attribuivano l’invenzione della Scrittura (come si vedrà)
Le Graie per le loro capacità divinatorie erano dette anche Forcipi o Profetiche: dal padre, Forci, detto anche Genio-Profetico o Porcaro.
Nessun stupore! Nei miti d’ epoca più arcaica i Porcari esercitavano anche la veggenza ed erano conosciuti anche con il nome Dios , “simile a Dio”.
Fu, infatti, con questo appellativo che Ulise si rivolse ad Eumeo, il porcaro dell’isola di Itaca.
Questo avveniva in età di tardo matriarcato ed inizio patriarcato; in età classica, invece, tale attività profetica era del tutto cessata.