GLI ANTICHI BABILONESI e… l’Amore Libero

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L’istituzione della famiglia e del matrimonio, con la sua stabilità e continuità, era riconosciuta in Babilonia come in ogni altro Paese dell’antichità, soprattutto per assicurarsi la procreazione: un contratto studiato e firmato quasi sempre dai genitori degli interessati.
Essendo una società fortemente patriarcale, all’interno di questa famiglia la donna era completamente sottomessa all’uomo che, in caso di sterilità femminile (quella maschile non era neppure contemplata) poteva tranquillamente ricorrere al ripudio. Salvo scappatoie quali l’utilizzo di una “sostituta”, una donna, cioè, che mettesse al mondo figli al posto della moglie. (solitamente una schiava)
Si capisce, dunque, che il matrimonio non fosse monogamo e che la poligamia fosse, invece, riconosciuta e praticata.
L’uomo poteva avere più mogli e concubine; tutte, però, subordinate alla prima moglie.
Il fatto che il matrimonio fosse un contratto non escludeva, naturalmente, coinvolgimento erotico, emotivo o di innamoramento, ma, in mancanza, questo lo si poteva trovare tranquillamente al di fuori e senza problemi. Non c’erano freni morali o religiosi e non esisteva il concetto di peccato.
Esisteva, naturalmente, un Diritto che tutelava le norme all’interno dell’istituzione matrimoniale, ma bisogna riconoscere che era alquanto discriminatorio: tutto quello che si accordava all’uomo, si vietava alla donna, la quale, però, riusciva sempre a trovar qualche scappatoia.
L’esempio, in realtà, veniva già dalla Religione. Dei e Dee erano stati creati ad immagine e somiglianza degli uomini e con gli stessi pregi e gli stessi difetti ed avevano spose, concubine ed amanti. Esisteva, perdipiù, una Dea, Ishtar, in cui si finì per identificare tutti gli aspetti dell’Amore, facendone una Divinità predominante e dedicandole un culto assai particolare , il cui rituale chiamava sempre in causa Amore e Sesso.
Amore e sesso libero. Non sancito da clausole contrattuali come l’isitituzione del matrimonio e praticato sia da uomini che da donne.
La prostituzione, poiché di prostituzione si tratta, aveva, però, caratteri molteplici e differenti e una prima distinzione possiamo farla in: prostituzione sacra e prostituzione profana.
Alla prostituzione religiosa, divisa in gruppi e categorie, appartenevano, fra le altre, le “Qadistu” o Consacrate e le “Ishtaritu” o Votate-a-Ishtar, le quali, con molta probabilità, vivevano nei Santuari della Dea o in congregazioni e centri chiusi.
Si trattava di donne che esercitavano il mestiere dell”Amore-libero per scelta ma anche per consacrazione alla Dea fin dalla tenera età, ma non era raro neppure il caso di donne sposate che abbandonavano il marito per entrare in una di quelle strutture.
Benché la loro prestazione fosse riconosciuta ed apprezzata, a queste donne vennero imposte delle regole per farsi riconoscere. Soprattutto per strada.
L’uso del velo era loro interdetto e dovevano, invece, acconciarsi in maniera vistosa e particolare, sì da farsi riconoscere immediatamente.
Quelle che non vivevano in centri chiusi, avevano obbligo di residenza in periferia ed era in locali come taverne che era facile incontrarle.
Qui si incontravano anche prostituto maschi, ma era facile incontrarli anche nei Santuari o nelle congregazioni, nonché presso case private.
Sacerdoti della dea Ishtar, li definì abusivamente qualche storico; in realtà si trattava di prostituti o travestiti che concedevano prestazioni sessuali in cambio di denaro.
Costoro venivano anche impiegati in cerimonie sacre e processioni come attori, mimi, cantori, ecc.. senza alcuna implicazione morale o infamante.
Nessuna disapprovazione, dunque, nei confronti dell’Amore libero, ma tolleranza ed aperta approvazione ad una istituzione considerata indice di alto livello di civiltà e cultura: Amore libero, uguale progresso e benessere psico-fisico.

Questa l’opinione per chi “beneficiava” dell’ amore libero. Ma per chi, invece, “vendeva” l’amore libero? Soprattutto quello praticato non nel santuario, ma nella taverna?
Ecco quale giudizio ci tramanda in proposito l’antico babilonese.
“Vieni, cortigiana, ché ti dica il tuo destino.
Mai ti formerai un focolare felice.
Mai ti introdurrai in un Harem.
Vivrai nella solitudine.
Risiederai accanto alle mura della città.
Ubriachi e ubriaconi potranno oltraggiarti.”
I professionisti dell’amore libero, donne e maschi, le cui prestazioni erano cercate e apprezzate quale testimonianza di un alto livello culturale, erano in realtà disprezzati ed emarginati.
Sarebbe sbagliato, però, pensare che lo fossero per motivi di moralità. La morale era un concetto totalmente assente. Era, piuttosto, l’opportunità e la convenienza: una prostituta non sarebbe mai stata una buona madre e una buona madre non sarebbe diventata mai una prostituta.
Era soprattutto il Destino, che assegnava ad ogni creatura un ruolo fin dalla nascita e il ruolo della donna era quello di fare la moglie e la madre. Erano gli Dei, che programmavano la vita e il suo funzionamento.
La creatura che si sottraeva al proprio destino o al programma divino, sminuiva se stessa e destinava se stessa ad una esistenza inferiore e disprezzata: la donna che rifiutava il suo ruolo di sposa e madre, era detinata a diventare un essere inferiore.
Tutto logico, per gli antichi babilonesi, artefici di una società profondamente maschilista sotto l’influenza del “Destino”.

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Le tre Signore del Destino… ossia, le Parche egizie

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Presso tutte le antiche culture, Il Fato o Destino è quel “Genio” che prende l’uomo per mano e lo guida lungo il suo cammino.
Gli Antichi Egizi non facevano eccezione. Credevano che ogni creatura umana avesse un percorso già tracciato e stabilito prima ancora della sua nascita.
Stando così le cose, dicevano i Saggi, nessun uomo era in grado di mutare il corso del proprio destino. Però, aggiungevano, disponendo di alcuni elementi, come la data di nascita, la posizione di stelle e pianeti in quel giorno, ecc… si potevano, se non mutare, almeno prevedere le mosse del Destino e, quando possibile, provare a prevenirle o correggere, oppure adattarvisi.

Shai, era il nome della Dea del Destino e non mancava mai all’appuntamento con una nuova vita che si affacciava a questo mondo.
Era sempre presente ad una nuova nascita, ma non si presentava mai da sola. Le inseparabili compagne di questo immancabile appuntamento erano altri due Geni: Renenet e Meskhenet.
La prima, incessantemente invocata dai mortali, era la Signora della Fortuna e la seconda, non meno autorevole delle altre due, era la Signora del Futuro.
Questa Triade, insieme costituiva anche la corte di Tuaret, la Dea che presiedeva al parto e che attraverso la sua Grande Sacerdotessa, assistiva la partoriente ed il bambino, cui dava responsi per il futuro.

Così si legge su un papiro custodito a Berlino:
Le tre Dee, assunte le sembianze di tre donne comuni, si presentrono nella casa del nobile Ea-User, la sui sposa, Rut-Tettet, stava avendo le doglie e l’assistettero amorevolmente assieme alle altre donne della casa.
Rut ebbe tre bei gemmellini.
Al primo dei tre che aprì gli occhi alla luce, la dea Meskhenet profetizzo: “Sarà Re!”
Renenet aggiunse: “Dominerà su tutta la terra”
E Shai, infine: “Il suo Regno sarà breve, ma felice e prospero.”
La stessa cosa i tre benevoli Geni dissero quando venne al mondo il secondo gemellino.
All’arrivo del terzo, Shai esclamò: “Il suo Regno sarà lungo e duraturo.”
La stessa cosa profetizzarono le altre due Signore del Destino.
Quei tre neonati diventarono, in età adulta, i primi tre Sovrani della V° Dinastia.
Il racconto, invece, risale ad epoca ramessida: più di mille anni dopo.

Un’altra storia, assai simile ad alcune delle favole moderne, racconta della visita delle Tre-Signore ad un’altra partoriente, sposa di un Sovrano, la quale dette alla luce un bel maschietto.
“Fra diciotto anni un cane, un coccodrillo o un serpente, si presenterà qui per portarlo via.”
Sentenziarono insieme i tre Geni.
Significava che a diciotto anni il piccolo principe sarebbe morto per il morso di un cane o di un coccodrillo oppure di un serpente.

I compiti di queste tre simpatiche Signore, però, non terminavano qui e quelle non erano sempre così favorevoli e disponibili con i mortali.
Shai, Signora del Destino, era anche il Genio della Fatalità e dell’ineluttabilità del Fato e si sa che, a volerlo evitare, spesso si finisce ancor più velocemente nelle sue braccia.
Il Destino, sentenziavano i Saggi, rende vano ogni sforzo dei mortali per procurarsi ricchezza o felicità, se manca il suo consenso.
Una Dea assai, invocata, dunque, Shai, e perfino minacciata, secondo l’usanza tutta egizia di pregare gli Dei .

Anche Renenet, Genio della Fortuna, era assai corteggiata, come lo era Meskhenet, che del Futuro di ogni mortale conosceva ogni particolare.
Tutte e tre, inoltre, erano invocate anche in molte altre circostanze: matrimoni, viaggi, affari, guerre, e altro ancora.

LE GRAIE

LE GRAIE
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Sicuramente meno fastidiose ed invadenti delle cugine Arpie, Divinità investite di funzioni funerarie, ma non molto più gradevoli, erano le Graie.
Capelli grigi (da cui il nome), ma candide come cigni, di cui amavano talvolta assumere le sembianze, le Graie, figlie della ninfa Ceto e del Genio marino Forcio, erano anch’esse Geni dell Morte.
Erano tre e i loro nomi erano Enio o La-Guerresca, Dino o La-Terribile e Pafredo o La-Vespa
Il loro animale sacro era il cigno, che nella mitologia europea, dal Nord al Sud, è sempre stato considerato l’Uccello-della-Morte.
Il colore del piumaggio di questo splendido animale, infatti, è bianco e il bianco, nelle antiche culture, è sempre stato il colore del lutto (anche presso gli Egizi i quali non si trovavano certo in zona nordica)
Lo è anche per la forma a “V” che lo stormo prende quando si alza in volo per la migrazione della mezza estate, essendo il segno V, considerato simbolo femminile (si tenga presente che siamo in epoca patriarcale, anche se il patriarcato avanza a lunghi passi).
I cigni emigravano a mezza stagione, epoca in cui si compiva il sacrificio del Re-Sacro o Paredro (oggi lo chiameremmo principe-consorte) e si pensava che portassero via sulle loro ali l’anima del Re defunto.

Il mito secondo il quale le tre Divinità avessero un sol dente ed un sol occhio è nato molto più tardi e cioè in età classica avanzata.
L’unico riferimento a ciò, lo troviamo soltanto riguardo le imprese di Perseo, come racconto di tempi antichi.

Secondo questo mito, Perseo nella sua impresa per uccidere la Medusa, una delle tre Gorgoni, fu aiutato dallr Graie. Le sorprese, si dice, mentre riposavano sui loro troni sul monte Atlante e portò via il loro unico dente e l’unico occhio, costringendole a rivelargli il luogo dove vivevno le Ninfe Stigie.
All’eroe era vitale avere questa informazione poiché queste ultime lo avrebbero fornito dei tre strumenti necessari a condurre a buon fine la sua impresa e cioè: i sandali per muoversi volando, la sacca in cui riporre la test della Medusa e l’elmo che rendeva invisibili.

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Si trattava, in realtà, di un mito partorito successivamente da una fertile mente.
Secondo il mito originale, le tre Graie non si lasciarono affatto portar via il dente da Perseo, ma ne donarono uno ad Ermete per le sue proprietà divinatorie.
Ermete ricevette dalle Graie anche un Occhio Magico e il mito ci dice che questo eclettico Dio ne farà davvero buon uso: se ne servirà per dare un suono ai segni delle vocali ed delle consonanti inventate dalle Moire, cui i Greci attribuivano l’invenzione della Scrittura (come si vedrà)
Le Graie per le loro capacità divinatorie erano dette anche Forcipi o Profetiche: dal padre, Forci, detto anche Genio-Profetico o Porcaro.
Nessun stupore! Nei miti d’ epoca più arcaica i Porcari esercitavano anche la veggenza ed erano conosciuti anche con il nome Dios , “simile a Dio”.
Fu, infatti, con questo appellativo che Ulise si rivolse ad Eumeo, il porcaro dell’isola di Itaca.
Questo avveniva in età di tardo matriarcato ed inizio patriarcato; in età classica, invece, tale attività profetica era del tutto cessata.

LE ANGUANE

LE ANGUANE

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Dal latino anguis, cioè serpente.
Sono geni malefici, creature favolose tipiche della mitologia alpina; creature con la capacità di trasformazione e metamorfosi.
Vivono nelle acque, (di fiume, di fontana, di sorgente) ma di notte amano assumere sembianze di donne bellissime e vagano per boschi, foreste e luoghi isolati alla ricerca di vittime.

A volte si mettono sul ciglio della strada con uno strumento in mano e cantano, con voce melodiosa ed invitante.

Disturbano chiunque attraversi il loro cammino, soprattutto se si imbattono in Fate e perfino Streghe e da quegli scontri non sono mai le Anguane ad avere la peggio.
Le vittime preferenziali, però, sono viaggiatori, vagabondi e viandanti,
Le Anguane attirano la loro attenzione con modi cortesi ed affabili; la loro voce è dolce, carezzevole e rassicurante. Chiedono loro se hanno perso la strada o se hanno bisogno d’aiuto.
I modi sono affabili e cortesi e non inducono certo al dubbio o al sospetto. Ma è soprattutto il loro aspetto a rassicurare il viandante. La loro bellezza è straordinaria, il fascino irresistibile ed è facile per il povero disgraziato precipitare nella trappola.
Sono alte, statuarie; le linee dei corpi sono morbide e sinuose; la pelle, al chiaro di luna, è di seta rosata e i capelli sono una cascata morbidamente arruffata e dagli argentei riflessi.
Il disgraziato cede alle loro lusinghe e si lascia trascinare, felice e ignaro. Appena, però, la favolosa creatura interrompe il suo gioco perverso e riprende l’orrido aspetto di donna-serpente, quel che accade, non è dato sapere. Nessuno di quegli sventurati, si dice, è mai stato in grado di raccontare quanto gli è capitato.
Di una cosa, però, sono tutti sicuri: le Anguane non uccidono, come fanno altri geni malefici: il loro scopo è solamente incutere terrore.
E ci riescono.
Sono molti, infatti, a credere nella loro esistenza.

NINFE di MARE

NINFE DI MARE

NEREIDI o Ninfe di Mare

ARETUSA
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Una delle più belle Nereidi, ma assolutamente refrattaria al matrimonio. Per questa ragione, forse, era diventata inseparabile compagna di un’altra Dea, Diana, contraria come lei ad ogni approccio amoroso.
Un giorno la ninfa si bagnò nel fiume Alfeo il quale alla vista delle sue beltà, si infiammò d’amore. Assunte sembianze umane, Alfeo tentò di usarle violenza. Aretusa per sfuggirgli invocò l’aiuto di Diana che la trasformò in una sorgente, ma Alfeo tornato fiume, unì le sue acque a quelle della sorgente.

ANDROMEDA
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Figlia di re Cefeo, la principessa Andromeda era talmente bella che sua madre, la regina Cassiopea, accecata da materno orgoglio osò paragonare la sua bellezza a quella delle ninfe Nereidi.
“Al confronto della bellezza della mia Andromeda – si lasciò sfuggire un giorno – le avvenenti figlie della divina Doride apparirebbero come una bella giornata durante l’eclissi.”
Non l’avesse mai detto!
La divina Doride, ma soprattutto le sue cinquanta figlie, si sentirono così offese da tanto ardire che escogitarono un tiro davvero briccone per mettere fuori gioco la bellissima Andromeda.
Pregarono e convinsero Poseidone,Re delMare, ad inviare fuori delle acque del mare un mostro che terrorizzasse il regno di Cefeo.
Il mostro arrivò, puntuale e terrificante, a devastare isole e litorali. Per far cessare tanto flagello, l’Oracolo, interpellato, rispose che solo il sacrificio della bella Andromeda avrebbe placato la collera delle Nereidi.
Sia pur con gran dolore , la povera Andromeda non si sottrasse al suo destino. Incatenata ad uno scoglio, aspettava che il mostro uscisse fuori delle acque del mare e facesse di lei un gustoso spuntino.
Il mostro arrivò, ma, immancabile, arrivò anche l’eroe di turno che salvò dalle sue fauci la bella fanciulla… quell’eroe si chiamava Perseo. Era un giovane forte e coraggioso che già aveva sistemato per benino quell’altro mostro che era la Medusa, una delle tre Gorgoni, ma… ma questa è un’altra storia.

NINFE D’ACQUA – Oceanidi

Erano figlie di Oceano ed erano in numero di cinquanta.
Dotate di grande bellezza e fascino particolare, simboleggiavano le Acque-della-Vita e per questa loro natura erano estremamente generose ed altruiste. Tra i loro compiti c’era quello di soccorrere i naviganti, per cui non era raro vederle comparire, come meravigliosi miraggi, fra le onde che sciabordavano contro le fiancate delle navi.
Le loro storie erano sempre un intreccio con altre storie e noi accenneremo ad alcune di loro: Anfitrite, Eurinone, Tetide, Elettra…

ANFITRITE
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La ninfa più bella che si fosse mai vista tra i flutti del mare, Anfitrite era corteggiata da tutti, Divinità e mortali. Su di lei pose gli occhi lo stesso Poseidone, il Dio del Mare.
Come con gli altri spasimanti, anche al Signore dei Mari e degli Oceani, la bella ninfa, il cui nome letteralmente significa “terzo elemento” (il Mare; gli altri due elementi sono la Terra e il Cielo), graziosamente, ma fermamente, rifiutò sempre le profferte amorose.
Poseidone, però, non era abituato ai rifiuti e non si dava per vinto e Anfitrite per sfuggire ai suoi continui assalti, decise di lasciare la sua residenza marina e di rifugiarsi sul Monte Atlante.
Qui, però, continuavano incessantemente a giungere messaggeri inviati da Poseidone per cercare di convincerla a tornare in mare.
A convincerla, dopo numerosi tentativi falliti, ci riuscì Delfino, il quale con un’eloquenza pari solo alla perseveranza dello stesso Poseidone, vinse ogni resistenza della bellissima ninfa.
Anfitrite tornò da Poseidone.
I due convolarono a nozze e la bella ninfa andò a vivere in un Palazzo d’Oro nelle profondità delle acque come Regina degli Abissi.
Poseidone, però, benché molto innamorato della bella sposina, era un marito del tutto infedele: Dee, Ninfe, donne mortali… non se ne faceva scappare una.
Anfitrite alla fine perse la pazienza. Soprattutto con la bella Scilla, a cui il fedifrago marito riservava molte più attenzioni che alle altre donne.
Decise di vendicarsi e lo fece con una certa, pur comprensibile perfidia: versò delle erbe sconosciute nell’acqua dove la ninfa Scilla andava a bagnarsi e la trasformò in un mostro… quello che prese a tormentare i naviganti che passavano da quelle parti.

EURINONE
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Generosa con tutte le creature, Eurinone lo fu in modo particolare con il povero Efesto quando il piccolo Dio fu scaraventato giù dall’Olimpo.
Figlio di Era (Giunone) e di padre quasi ignoto
(neppure Giove voleva riconoscerne la paternità), Efesto (o Vulcano), che sarebbe diventato un giorno il Dio più forte, violento ed irascibile dell’Olimpo, alla nascita era un tesserino debole e deforme.
E soprattutto brutto.
Tanto brutto che perfino sua madre lo rifiutò e pensò subito di disfarsene scaraventandolo giù in mare: un atto che, diventato adulto, il Signore del Fuoco non dimenticò e ricambiò… ma questa è un’altra storia.
Eurinone si prese cura del piccolo derelitto: lo allevò, lo curò e lo educò come una vera madre ed Efesto fu a lei eternamente grato.

Bellissima, il volto candido come la perla, i capelli lunghissimi e dagli argentei riflessi blu, le braccia sode e il seno florido, Eurinone, però, non era come le sorelle: lei era metà donna e metà pesce, ma non era una Sirena, creatura metà donna e metà uccello.

TETIDE
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Sicuramente la più conosciuta fra tutte le ninfe: Tetide, infatti, era la madre dell’eroe Achille…una storia di cui ci oppure meno in altra sede.
Di lei si invaghì il dio del Mare, Poseidone e la chiese in sposa.
L’Oracolo, però predisse che il figlio di Tetide da adulto sarebbe stato più famoso del padre ed a Poseidone la cosa non sarebbe garbata per niente.
Nonostante l’amore sincero che nutriva per la bella Tetide, rinunciò al matrimonio, scegliendo la sorella Anfitrite.

ELETTRA
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Signora dell’Ambra.
Letteralmente la parola elettra vuol dire proprio ambra.
La ninfa soleva raccogliere le lacrime che scorrevano dagli occhi delle figlie di Elio e l’ambra era sacra al Sole. La via dell’Ambra, che correva nel Mediterraneo era continuamente percorsa da marinai per l’importanza che questa rara sostanza marina aveva nei commerci.
L’Argo, infine, la nave degli Argonauti, che ne seguì la rotta durante il viaggio per la Colchide alla conquista del Vello d’Oro, fu proprio nell’isola di Elettra che approdò e non a Samotracia, come sostenuto da alcuni storici antichi.

LE FATE

Boschi, sorgenti, ruscelli, insenature; imbocco di grotte, screpolatura di rocce, anfratto di scogliere… è qui che si incontrano le prodigiose creature della fantasia e della mitologia.
E’ qui che vivono Fate e Folletti, Ninfe e Sirene, ma anche Maghi e Streghe, Gorgoni e Moire.
E’ qui che si incontrano. Dove non passa orma, non s’ode suono, voce o respiro umano: spazi invisibili, mondi celati e sconosciuti, i cui magici battenti sono aperti solo alla fantasia ed al sogno.
E’ l’universo del Fantastico: Fiaba e Fantasia. Leggende e racconti che si tramandano a voce per generazione o che si scoprono o… “riscoprono” aprendo le pagine di un libro polveroso dimenticato in soffitta.

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La letteratura fantastica, in realtà, ha una lunga, lunghissima tradizione. Si sviluppa nella seconda metà dell’800, ma affonda le radici in un passato assai più lontano.
Nasce dal mito, dalla metafora, dalla magia e dal surreale e l’elemento dominante è la meraviglia, lo stupore e perfino la paura.
C’è differenza, infatti, tra il genere Fantasy e il genere Fiabesco.
Il primo sollecita paura, angoscia ed inquietudine e lo fa attraverso la scelta delle ambientazioni: cimiteri, sotterranei, castelli medievali, cripte, i quali sono percepiti come reali, verificabili e possibili.
Nella fiaba, invece, i personaggi e le ambientazioni appaiono subito come irreali e impossibili… teoricamente… in realtà, orchi e lupi cattivi hanno piacevolissimamente terrorizzato la nostra infanzia.

La tradizione fantastica europea ha radici soprattutto nel mondo celtico, eppure, questa non esisterebbe, se non alla luce della mitologia classica: fate e streghe, folletti e gnomi, sono l’eco di ninfe e maghe, geni e satiri che le culture successive e soprattutto la Chiesa Cristiana, ha ridotto a dimensione di favole. (dal momento che non poteva completamente cancellarla)

Tutti i popoli, di tutte le epoche, annoverano nel proprio patrimonio culturale la presenza di bellissime fanciulle dotate di poteri magici e sovrannaturali.
Fanciulle pronte ad elargire favori, ma anche a spargere disgrazie.
Sono stati dati loro nomi diversi e attribuite loro diverse funzioni, ma il concetto e sempre stato il medesimo: Fata – Strega – Ninfa – Furia… Sirena.

Ma… un modo c’è per recuperare quel magico splendore?
Se si possiede un pizzico di magia, un briciolo di fantasia, non si avranno difficoltà a varcare la Magica Soglia di un mondo meravigliosamente inatteso.
A chi si sveglia dal sonno e continua a sognare o a sentire intorno a sé brusii, fruscii e ronzii… ebbene, ha ottime possibilità di fare straordinari “incontri del terzo tipo”… ad una condizione, però, che sappia “guardare” con gli occhi di un bambino.
Quali, di queste prodigiose creature potrebbero farsi avanti per prime?… Forse una Fata?

LE FATE

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Fatoa, per latini, greci e romani, era il nome del Genio Femminile dotato di poteri sovrannaturali, capace di operare meraviglie.
Nella cultura celtica le Fatuoe erano le compagne degli gnomi, anche queste dotate di particolari poteri, tra cui quello di predire il futuro.
Tutte, però, avevano il potere di trasformare qualcosa in qualunque altra cosa. (basti ricordare la maga Circe e la sua abitudine di trasformare gli uomini in animali).
Le leggende medievali, infine, grondano di magia, artifici ed incantesimi.
Proprio nel Medio Evo, i racconti di miti della cultura del Nord, tramandati a voce, conobbero il momento di maggior diffusione.
I miti, però, non sono solamente e semplicemente favole. Da sempre costituiscono lo strumento con cui l’uomo da voce e forma a tutte quelle esigenze che esulano dalla sua razionalità: il mito non fornisce spiegazioni (come invece fa la Storia), ma svela sentimenti e sensazioni nascosti ed inconfessabili.
Lo strumento in questione si chiama Magia e Incanto e le Sacerdotesse di questo “Culto” si chiamano Fate, Streghe, Ninfe o hanno altro nome.

Le Fate hanno molti nomi, ma quello più consono alla loro natura è certamente “Dame degli Elementi”, poiché gli elementi della Natura, e cioè Acqua, Fuoco, Terra e Aria, fin dai tempi più antichi ed in ogni cultura, hanno sempre fatto parte della Magia e la Magia e sempre stata parte integrante della vita quotidiana.

I poteri delle Fate sugli elementi della natura sono straordinari:I poteri delle Fate sugli elementi della natura sono straordinari:

LE FATE del FUOCO
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Le Fate del Fuoco sanno produrre scintille dal nulla, accendere fuochi, falò e incendi, pilotare incandescenti colate laviche…

LE FATE della TERRA
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Le Fate della Terra si divertono a scavare orridi e voragini, ma si impegnano anche a coprire di lussureggiante vegetazione territori rocciosi e regioni vulcaniche.

LE FATE dell’ARIA
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– Le Fate dell’Aria sono in grado di scatenare tempeste o farle cessare, sanno creare vortici e trombe d’ari
a e scatenare venti…

LE FATE DELL’ACQUA
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Le Fate dell’Acqua sono capaci di far sgorgare acqua dal suolo, provocare inondazioni o farle arretrare, portare acqua nei posti aridi e desertici….

E poi ci sono le Fate della Luna, le Fate del Ghiaccio e quelle del Mondo dei Sogni; non mancano le Fate che di notte proteggono il viandante o il solitario. Ovunque! Le fate sono ovunque.

Ma, se non sono impegnate con tempeste o sorgenti d’acqua o a rendere sicuro il cammino del viandante o piacevoli i sogni dei dormienti…. che cosa fanno le Fate? Come trascorrono il loro tempo?
Facendo di tutto ed occupandosi di tutto. Proprio come gli umani.
Immerse in un’atmosfera di idilliaca armonia, naturalmente, lungo argini informi di chiassosi corsi d’acqua, tra le radici di annose querce, tra avanzi gloriosi di antichi ruderi. E ancora, sulle soglie degli usci di grotte ed anfratti o tra le fondamenta dei fantastici castelli di roccia e di ghiaccio, costruiti da venti e piogge. …. potrebbe trovarsi addirittura contenuta in una sfera di cristallo…
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Se siamo in gita e stiamo attraversando questi boschi delle meraviglie, queste isole dei desideri, potrebbe capitarci, soprattutto se siamo un po’ distratti, di sentire sulla nuca come un tocco d’ala o sulla guancia la carezza di un velo o alle spalle l’eco di un sospiro o il calore di uno sguardo…

Ancor di più se è notte e c’è la luna piena.
Sono le Fate. Leggere e inafferrabili come farfalle.
Invisibili. Certo!
A guardarsi intorno con gli occhi dei bambini, però… forse…
Se ci si imbatte in informi gradini affioranti dal suolo, si potrebbe anche vederli trasformare in un scalinata ornata di fiori e rampicanti, che si spinge fino ad una piccola fenditura di un contorto tronco di quercia.

A meglio osservarla, però, quella non ci appare più come semplice fenditura… assomiglia più ad una soglia… la soglia di una porta ornata di fiori e ghirlande e…. ad osare spingervi dentro lo sguardo… oh! non c’è parola che possa esprimere la meraviglia: là dentro, dentro quel tronco d’albero, si nasconde la casa di una Fata.
A guardarla bene, potremmo scoprire che assomiglia proprio alla casa dei nostri sogni

Recitava il grande William Shakspeare

“Se vedi un cerchio delle Fate
in una distesa d’erba
Tieni il passo molto leggero
lì intorno
E passa camminando
E’ facile, dunque, che le creature del “piccolo mondo” si stiano aggirando proprio nei paraggi, tra erba, campanule(il fiore preferito) e un rivolo d’acqua.

Ma, se per noi basta un salto per attraversarlo, per le piccole creature occorre un ponte o una barca.
Con un po’ di fortuna possiamo assistere ad un prodigio: un colpo di bacchetta magica ed ecco materializzato un bel ponte ornato di rami e rampicanti e se siamo molto fortunati, possiamo veder transitare su quel ponte la Fatina e il suo Principe Azzurro.
Qualcuno, più fortunato ancora, potrebbe perfino assistere ai loro giochi e vederle danzare.
Vedrebbe soprattutto le graziose, aeree Silfidi, le Fate dell’Aria, che danzano sui prati fra erba e fiori.
La loro casa si trova in grotte ed anfratti, ma è utile sapere che queste splendide e fantastiche creature hanno l’abitudine, di notte, di raccogliersi intorno al fusto di qualche albero per le loro danze aeree.
Ad accompagnare le danze non mancano suoni e canti.
|Il canto delle Fate, naturalmente, è dolce e soave.

Se si ha la fortuna di sentirle cantare ti riempiono il cuore di gioia e se di fortuna se ne avesse davvero tanta, si potrebbe ascoltare il suono magico ed incantato delle loro arpe: si dice che alcune note donino una pace profonda o un sonno ristoratore.

Non è escluso che si possa anche sorprendere qualcuna di loro occupata in faccende domestiche. Sorprenderla, mentre lava gli splendidi, coloratissimi veli, trasparenti come ali di farfalle e metterli ad asciugare su lunghissime corde… potrebbe anche mostrarci il suo ricamo…

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Se poi qualcuna di loro si lascia avvicinare mentre si prepara il pranzo… rigorosamente vegetariano, naturalmente… un invito a pranzo è davvero assicurato.
Ma… potremmo anche sorprenderne qualcuna addormentata…

Ecco chi sono le Fate. Alcune sono note altre no! Note sono sicuramente quelle che si incontrano aprendo un vecchio lbro impolverato, ma carico di magico splendore: Campanellino, Trilli, Viviana. Morgana, Mève…
Le conoscete?… Sì!… No!… Andiamo a conoscerne qualcuna.

ME’VE: la Fata dell’Amore
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Il principe Condlé è un giovane bello e prestante e tutte le ragazze del regno sono innamorate di lui. Perfino Mève, la più bella fra tutte le fate celtiche, arde d’amore per lui.
Un giorno, mentre il principe è a caccia con il Re, suo padre, ed alcuni amici, la Fata decide di comparirgli davanti.
Appare a lui soltanto.
Il gruppo di cacciatori sta riposando all’ombra di una grossa quercia, impegnato in piacevole conversazione, e non si accorge di nulla.
Anche il bel Condlé sta discutendo di cervi e caprioli, ma, d’un tratto, ecco comparire una bellissima creatura vestita in modo assai diverso da tutte le donne del Regno.
I capelli sono una fiammeggiante cascata ornata di preziose gemme ed umili fiori di campo e la veste è uno svolazzante mantello trasparente in cui l’intera foresta che li circonda sembra andare a specchiarsi. Anche la tunica, sotto il mantello, è vaporosa e candida come una nuvola attraversata dai raggi del sole di primo mattino.
E’ vaporosa e morbida, trattenuta in vita da un tralcio di fiori. Molto diversa dalle tuniche trattenute da corsetti di cuoio indossati dalle donne del Regno.
Il suo sorriso è smagliante ed ammaliatore.
“Chi sei?” domanda il principe.
“Vengo dalla Terra-dei-Viventi, dove non c’è morte, né peccato, né errore.”
“Con chi stai parlando, figlio.” domanda il Re, a cui la Fata è invisibile.
Il principe sta per prendere la parola, ma la Fata lo anticipa e pur continuando a rendersi invisibile, fa udire la sua voce.
“Tuo figlio, o Re, sta parlando con una creatura che non aspetta né morte, né vecchiaia. Io sono Mève, Dama dell’Amore e della Gioia e invito tuo figlio a seguirmi nella Terra-della-Gioia.”
Poi, al principe:
“Vieni con me, principe Condlè. – dice – Vieni con la Fata Mèvè, bel giovane dal collo ornato di collari d’oro. Vieni, bel giovane dalla chioma bionda e dal bell’incarnato e la tua bellezza non svanirà mai e la tua giovinezza durerà in eterno.”
Preoccupato e anche spaventato, il Re invoca l’aiuto del suo sacerdote-druido il quale pratica un incantesimo che costringe la Fata a rinunciare all’amore del bel principe.
Prima di allontanarsi, però, Mèvè gli consegna un dono: una mela.
Tornato a Palazzo, il ragazzo si ammala e non vuole altro cibo che quella mela la quale, miracolosamente, dopo averlo nutrito, continua a rigenerarsi.
Passa un po’ di tempo, ma le condizioni del giovane peggiorano e finalmente, un giorno, la Fata Mève si presenta a Palazzo e questa volta nessuno osa contrastarla.
Il giovane riacquista la salute e decide di seguire la sua Fata dell’Amore con cui vivrà per sempre felice e contento.
(analogie con la favola: “La bella addormentata nel bosco”

VIVIANA: La Dama del Lago
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Nella confusionaria ed ingarbugliata Saga di Re Artù, di cui questo fantastico personaggio fa parte, non è facile seguirne linearmente le vicende.
Viviana è una Fata giovane e bellissima ed anche molto generosa e pronta ad aiutare gli altri. Ma è, al contempo, straordinariamente astuta e caparbia ed ottiene sempre quello che vuole.
Vive in un palazzo in fondo al lago, ma di tanto in tanto raggiunge la superficie.
E’ proprio durante una di queste emersioni che il vecchio mago Merlino la vede e se ne innamora perdutamente e per lei è disposto a tutto.
A Viviana non dispiace del tutto la corte del potente mago, perché le da la possibilità di scoprire la Magia e così, sarà lei che consegnerà a Merlino la spada Exalibur che Artù dovrà estrarre dalla roccia.
Merlino, però, è impaziente e per ottenere i suoi favori arriva a trasformarsi in un avvenente giovanotto.
La bella Fata, però, non ci casca e per concedersi, gli chiede ed ottiene tutti i segreti dell’Arte della Magia.
Alla fine, però, Viviana non mantiene fede alla parola data: non solo non cederà alle lusinghe amorose del vecchio mago, ma riuscirà addirittura a relegarlo nelle profondità di una grotta.
Lasciata la residenza del Lago, forte di tanta potente Magia, Viviana si creerà un meraviglioso castello dove alleverà amorevolmente il nipote, Lancillotto del Lago, rimasto orfano del padre.
Quando il ragazzo, divenuto un giovane forte e coraggioso, diventerà uno dei Cavalieri della Tavola Rotonda di re Artù, Viviana resterà sola nel suo splendido, immenso, ma deserto castello e di lei non si avranno più notizie.
Non prima, però, che un altro dei Cavalieri, sir Parcifal, le riconsegnerà Exalibur, la spada di re Artù morente, che lei condurrà nella amata Avalon.
(analogia tra questa fiaba e il mito di Teti)

MORGANA: La Maga
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La complicata Saga di Avalon la vuole sorella di re Artù.
Morgana vive in un Castello di cristallo in fondo al mare tra l’Etna e lo Stretto di Messina. Di tanto in tanto, però lascia la sua trasparente dimora e sale a bordo di un cocchio, anche questo di trasparente cristallo, tirato da sette cavalli alati.
Sale in alto, verso il cielo e da qui, lancia in mare
una manciata di sassi che a contatto con la superficie dell’acqua la trasformano in cristallo.
Luccicante come una lastra, la superficie del mare riflette in sé tutto il paesaggio, creando miraggi e spingendo i naviganti verso il naufragio.

Morgana, ci racconta il mito, concepì un figlio con re Artù, ignorando che questi fosse suo fratello.
Il nome del bambino è Mordred e sarà proprio lui ad uccidere Artù, facendo rivivere il mito di Edipo.

Come andarono le cose?
Ingraine, la bellissima madre di Morgana, dagli occhi azzurri e i capelli di fuoco, attirò su di sé le brame di re Uther che riuscì a convincere il mago Merlino ad aiutarlo a conquistare la donna.
Moglie del Duca di Cornovaglia, Ingraine non voleva proprio saperne di Uther e respinse sempre le sue profferte d’amore.
Uther alla fine ricorse all’inganno. Trasformatosi in aquila con l’aiuto di Merlino, raggiunse il castello del Duca e ne assunse le sembianze.
La bella Ingraine si accorse dell’inganno quando era già tardi: dopo nove mesi, la duchessa mise al mondo un bel bambino che, però, dovette abbandonare.
Fu il mago Merlino ad occuparsi del piccolo, allevandolo con amore e fermezza e facendo di lui un cavaliere senza paura e senza macchia: quel bambino si chiamava Artù.
Artù diventerà Re quando Merlino lo condurrà fino alla roccia in cui era conficcata Excalibur, la spada che Viviana,la Dama del Lago, gli aveva consegnato e che solo il cavaliere capace di estrarla sarebbe diventato Re.

Se da ragazzi Morgana vivrà nel castello di Cornovaglia e Artù nella casa di Merlino, diventati adulti, i due fratelli resteranno sempre vicini e si aiuteranno fino alla morte di Artù, quando la Fata Viviana lo riporterà nell’amatissima Avalon.