MEDUSA… il fascino della creatura mostruosa

bellerofonte

Pegaso, il cavallo alato, inevitabilmente richiama un altro nome, quello della madre: Medusa, l’orrendo mostro.
Medusa, in realtà, prima di subire la terrificante metamorfosi era una fanciulla bellissima, la più bella delle sorelle Gorgoni, ma anche la sola a non essere immortale; i loro nomi erano:
– Steno, la Forte
– Curiale, la Spaziosa
– Medusa, la Dominatrice.
Che cosa poteva aver fatto per meritare una tale punizione?
Si era innamorata di un Immortale e si era a lui concessa; si trattava nientemeno che di Poseidone, Re del Mare.
Tipo cupo, prepotente ed irrispettoso qual era, Poseidone non esitò a scegliere come “alcova” il Tempio di Atena, notoriamente refrattaria elle questioni amorose. In realtà, la scelta di Poseidone non fu affatto casuale, ma assolutamente intenzionale: il Signore del Mare era uscito sconfitto in una disputa con Atena condotta al cospetto degli altri Dei e nutriva sentimenti di rivalsa nei confronti della Dea della Sapienza.

Atena si risentì così offesa da quell’oltraggio; non potendo misurarsi con Poseidone, assai più forte e potente di lei, come sempre accade, se la prese con Medusa e per punirla la tramutò nell’essere mostruoso che conosciamo: occhi di brace, enormi zanne al posto dei denti, in testa una selva di serpenti, gambe e braccia artigliate. Il suo aspetto era così orribile che a guardarla negli occhi si restava pietrificati dal terrore.

Proprio su questo contava un certo Polidette, re del Seride, nell’Egeo, quando decise di affidare a Perseo, figlio di Danae e di Zeus, la rischiosa e quasi impossibile impresa di uccidere quella mostruosa creatura.
Polidette s’era invaghito di Danae e per togliersi di torno il ragazzo, fermamente contrario a quelle nozze, lo convinse alla disperata impresa.
Come fece?
Finse di rinunciare a sposare Danae e di preferire, invece, Ippodamia; come dono di nozze, però, chiese proprio la testa di Medusa. Perseo accettò.

Atena, però, nemica giurata di Medusa e consapevole del grande rischio cui il ragazzo andava incontro, si offrì di accompagnarlo ed assisterlo nell’impresa e riuscì anche a coinvolgere suo fratello Mercurio…. e Mercurio, si sa, non era tipo da tirarsi indietro là dove c’era da menar le mani.
Per prima cosa, Atena consegnò al ragazzo il suo scudo da usare come specchio attraverso cui guardare Medusa senza restare incenerito dal suo sguardo; la Dea gli fece dono anche di una sacca magica in cui riporre la testa del mostro, poiché i poteri di quello sguardo continuavano a sussistere anche dopo la morte.
Anche Mercurio fu generoso nei suoi doni: gli consegnò un ricurvo pugnale dalla magica proprietà di penetrare qualunque materiale, gli mise ai piedi i suoi calzari per renderlo velocissimo negli spostamenti ed in testa un casco per renderlo invisibile.

Con tale magico equipaggiamento, l’eroe si mise in viaggio per la terra degli Iperborei, dove vivevano le GORGONI.
Le trovò che stavano dormendo e sorprese Medusa nel sonno, tagliandole di netto la testa con il magico pugnale.
Dal corpo della Medusa balzarono fuori i figli concepiti a Poseidone: Pegaso, il cavallo alato e il guerriero Crisaore.
Prima di darsi alla fuga con la sacca contenente la testa del mostro, Perseo si fermò a raccoglierne il sangue dalle magiche proprietà: quello sgorgato dalla vena destra resuscitava i morti mentre quello della vena sinistra procurava la morte. Il primo, egli lo donò ad Esculapio, Dio della Medicina; del secondo, invece, assai velenoso, Perseo ne fece dono ad Atena. La Dea tenne per sé anche la testa della mostruosa creatura che posò sopra il suo scudo per terrorizzare i nemici.
Mettersi in salvo, appena ucciso la Medusa, però, non fu facile per Perseo, inseguito da Pegaso, Crisaore e dalle altre due Gorgoni. L’elmo e i calzari di Mercurio, però, gli favorirono la fuga.

I miti greci erano sempre simbolici… Quale significato nascondeva questo mito?
La Medusa con il suo sguardo pietrificatore rappresentava l’ammonimento all’uomo di non avvicinarsi troppo al Mistero Divino, né di scrutarlo troppo a fondo o, addirittura, servirsene.
In tutte le Antiche Religioni troviamo questo tipo di ammonimento: avvicinarsi troppo alle “Questioni Divine” può essere rischioso e perfino letale, senza le dovute precauzioni. Molti degli eroi di antichi miti, infatti, eroi come Gilghemesh, Adamo e altri, furono puniti per essersi avvicinati troppo ai Misteri-divini.

Nell’antichità i fornai greci usavano dipingere una testa di Medusa sui loro forni per impedire che qualcuno aprisse lo sportello e danneggiasse la cottura del pane e ancora nell’Antichità, durante i riti pagani in onore della dea Luna, le Sacerdotesse si coprivano il volto con orrende maschere allo scopo di tenere lontano i curiosi.

LE GRAIE

LE GRAIE
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Sicuramente meno fastidiose ed invadenti delle cugine Arpie, Divinità investite di funzioni funerarie, ma non molto più gradevoli, erano le Graie.
Capelli grigi (da cui il nome), ma candide come cigni, di cui amavano talvolta assumere le sembianze, le Graie, figlie della ninfa Ceto e del Genio marino Forcio, erano anch’esse Geni dell Morte.
Erano tre e i loro nomi erano Enio o La-Guerresca, Dino o La-Terribile e Pafredo o La-Vespa
Il loro animale sacro era il cigno, che nella mitologia europea, dal Nord al Sud, è sempre stato considerato l’Uccello-della-Morte.
Il colore del piumaggio di questo splendido animale, infatti, è bianco e il bianco, nelle antiche culture, è sempre stato il colore del lutto (anche presso gli Egizi i quali non si trovavano certo in zona nordica)
Lo è anche per la forma a “V” che lo stormo prende quando si alza in volo per la migrazione della mezza estate, essendo il segno V, considerato simbolo femminile (si tenga presente che siamo in epoca patriarcale, anche se il patriarcato avanza a lunghi passi).
I cigni emigravano a mezza stagione, epoca in cui si compiva il sacrificio del Re-Sacro o Paredro (oggi lo chiameremmo principe-consorte) e si pensava che portassero via sulle loro ali l’anima del Re defunto.

Il mito secondo il quale le tre Divinità avessero un sol dente ed un sol occhio è nato molto più tardi e cioè in età classica avanzata.
L’unico riferimento a ciò, lo troviamo soltanto riguardo le imprese di Perseo, come racconto di tempi antichi.

Secondo questo mito, Perseo nella sua impresa per uccidere la Medusa, una delle tre Gorgoni, fu aiutato dallr Graie. Le sorprese, si dice, mentre riposavano sui loro troni sul monte Atlante e portò via il loro unico dente e l’unico occhio, costringendole a rivelargli il luogo dove vivevno le Ninfe Stigie.
All’eroe era vitale avere questa informazione poiché queste ultime lo avrebbero fornito dei tre strumenti necessari a condurre a buon fine la sua impresa e cioè: i sandali per muoversi volando, la sacca in cui riporre la test della Medusa e l’elmo che rendeva invisibili.

RUBENS - Perseo e Andromeda
Si trattava, in realtà, di un mito partorito successivamente da una fertile mente.
Secondo il mito originale, le tre Graie non si lasciarono affatto portar via il dente da Perseo, ma ne donarono uno ad Ermete per le sue proprietà divinatorie.
Ermete ricevette dalle Graie anche un Occhio Magico e il mito ci dice che questo eclettico Dio ne farà davvero buon uso: se ne servirà per dare un suono ai segni delle vocali ed delle consonanti inventate dalle Moire, cui i Greci attribuivano l’invenzione della Scrittura (come si vedrà)
Le Graie per le loro capacità divinatorie erano dette anche Forcipi o Profetiche: dal padre, Forci, detto anche Genio-Profetico o Porcaro.
Nessun stupore! Nei miti d’ epoca più arcaica i Porcari esercitavano anche la veggenza ed erano conosciuti anche con il nome Dios , “simile a Dio”.
Fu, infatti, con questo appellativo che Ulise si rivolse ad Eumeo, il porcaro dell’isola di Itaca.
Questo avveniva in età di tardo matriarcato ed inizio patriarcato; in età classica, invece, tale attività profetica era del tutto cessata.