NINFE di TERRA

LE DRIADI

Schiamazzi e grida echeggiavano lungo ampie vallate e boschi ombrosi: erano i cortei di Baccanti e Satiri che facevano da corte a Bacco.
Lungo quegli stessi sentieri, però, a quelle grida si mischiavano allegri gridolini e risate squillanti:erano le Ninfe dei Boschi, delle Valli e dei Monti.
Erano giovani, belle e allegre e la loro fresca bellezza era l’immagine più dolce, serena e gentile della Natura.
Erano le Driadi, le Oreadi e le Napee…

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Erano le Ninfe dei Boschi, figlie di Nereo e Dori e compagne di Euridice.
Ogni bosco aveva le sue Ninfe:
– Driade, si chiamavano quelle delle querce
– Meli’e era il nome delle ninfe del melo
– Melie erano le ninfe del frassino, figlio di Ermete.

Il frassino, chiamato anche “amico della folgore” era considerato un albero sacro. Era, infatti, tra le specie d’albero quello colpito più frequentemente dal fulmine e poiché gli alberi incendiati erano fonte di fuoco, era considerato il più sacro fra gli altri. La Ninfa che l’abitava, era tra le più rispettate e venerate e si fregiava anche del titolo di “Dama delFuoco”

AMADRIADE

Le Driadi erano mortali, al contrario delle Ninfe del Mare e degli Oceani. La loro vita, però, era assai lunga e scorreva in grande serenità ed allegria e soprattutto, conservando un’eterna giovinezza.
Le Driadi nascevano, crescevano e morivano con l’albero.
Ogni pianta che moriva, infatti, causava la morte della favolosa creatura che viveva nella corteccia che ne rivestiva l’albero. Il nome era AMADRIADE.
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Molti i racconti sorti intorno alla vita ed agli idilli innocenti delle Driadi e delle Amadriadi, intrecciati con Divinità e mortali.
Ne riportiamo alcuni.

DRIOPE
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Era una Driade assai carina e gioiosa e passava le sue giornate in compagnia delle amiche Driadi ed Amadriadi occupandosi del gregge del padre.
La sua grazia e bellezza attrassero l’attenzione di Apollo, soprattutto dopo che l’ebbe vista fare il bagno nel fiume.
In principio Driope respinse le profferte amorose del bel Dio del Canto, ma questi non si arrese. Si tramutò in una graziosa tartarughina e si lasciò accarezzare dalle ragazze.
Appena, però, Driope si attirò in grembo l’animaletto, Apollo si trasformò in serpente mettendo in fuga tutte le ninfe.
Tutte eccetto Driope, la quale, appena il Dio ebbe ripreso le bellissime, abituali sembianze, si lasciò sedurre, rispondendo con slancio amoroso alle focose attenzioni di Apollo.
Il frutto di tanta passione fu chiamato Anfisso il quale, diventato adulto, innalzò al divino padre un grandioso Tempio in cui Driope svolgeva funzioni di sacerdotessa.
Il richiamo della vita dei boschi, libera e spensierata, però, era assai forte e così, un giorno, Driope lasciò il Tempio per raggiungere le compagne.
Prima di partire, la ninfa piantò un albero di pioppo, che divenne la pianta sacra del dio Apollo.

Le Oreadi

Erano le bellissime, giovanissime vergini Ninfe dei Monti, amanti della caccia, della natura e soprattutto della solitudine.
Figlie di Giove, trascorrevano le giornate tra vallete ombrose e boschi annosi e qualche volta seguivano in corteo le scorribande di Diana, la Dea della Caccia.
La più importante tra loro era certamente Eco, la cui triste storia d’amore la portò quasi alla morte.

ECO e NARCISO
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Eco era una graziosissima Ninfa dei Monti con la tendenza ad impicciarsi sempre dei fatti degli altri.
Ad esempio, distraeva Giunone con bellissime favole, (alla piccola Ninfa piaceva molto parlare…) per permettere a Giove di intrattenersi con altre donne.
Quando Giunone scoprì il giochetto, la punì in modo davvero insolito e particolare: non avrebbe mai più parlato per prima, ma solo ripetuto scioccamente quello che dicevano gli altri… e solo le ultime parole.
Un giorno mentre se ne andava vagabondando per i boschi
Eco si imbatté in un giovane di straordinaria bellezza e fu subito un colpo di fulmine.
Ignorando che quel bellissimo giovane era addirittura Narciso, figlio del fiume Cefiso, innamorato di nessun’altra creatura che di se stesso, la bella Ninfa cominciò a seguirlo, guardandolo di nascosto estasiata e scivolando leggera tra siepi ed arbusti.
Sempre di nascosto, la piccola Ninfa si lasciò condurre fino ad una sorgente dove Narciso si fermò per dissetarsi.
Prima ancora che potesse chinarsi sulle acque della fonte, il bellissimo giovane sentì un fruscio alle spalle.
“Chi è là!” chiese.
“…là!” rispose Eco
“Esci fuori e fatti vedere, chiunque tu sia!”
“… tu sia!” fece ancora la voce della piccola ninfa.
“Chi sei? Dico a Te!”
“… a te!” ancora Eco.
Non vedendo nessuno, il ragazzo si chinò sulla fonte e tese le mani per prendere acqua e quale non fu la sua sorpresa: riflesso sulla superficie dell’acqua c’era un volto dalla bellezza così unica e rara che egli si sentì stringere il cuore dall’emozione.
“Chi sei? – domandò e non ricevendo risposta, continuò – La creatura degna dell’amore di Narciso… ecco, chi sei tu.”
Fino a quel momento, infatti, Narciso aveva rifiutato ogni offerta d’amore, reputandole indegne di lui.
“… sei tu!” lo raggiunse alle spalle la voce della piccola Ninfa che aveva trovato il coraggio di lasciare il nascondiglio, avvicinarsi e tendergli le braccia.
“Vai via da me, piccola, sciocca Ninfa. – la respinse il bel Narciso, infiammato d’amore per quel volto riflesso nell’acqua – Nessuno, all’infuori di lui è degno dell’amore del bel Narciso.”
“… bel Narciso.” sussurrò la povera ninfa allontanandosi tra la vegetazione, mentre Narciso tornava alla fonte ed al volto riflesso nella superficie dell’acqua.
“Chi sei?” chiamò ancora, ignorando di parlare all’immagine di se stesso.
“Ahimè!… Ahimè!” cominciò a genere, poiché quello non rispondeva e restava immobile se non per ripetere i suoi gesti.
“…Ahimè!” rispondeva l’eco sempre più lontana.
Continuò così, fino a quando il bellissimo giovane non cadde riverso tra fiori di lillà.
Gli Dei, impietositi, lo trasformarono nel fiore che porta il suo nome.

CIRENE
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Cirene era una fanciulla attratta più dai passatempi maschili che da quelli femminili; amava più andarsene in giro fra i monti ed a caccia nei boschi, con la scusa di proteggere le greggi del padre, piuttosto che filare, tessere ed occuparsi di faccende domestiche.
Apollo la vide un giorno che aveva appena cacciato pericolose belve e subito pensò che quella coraggiosa fanciulla fosse davvero degna di lui. Oltretutto, Cirene non era soltanto una coraggiosa fanciulla, ma anche una bellissima fanciulla.
Non faticò a convincerla e la fece salire sul suo cocchio d’oro per condurla in una città che battezzò con il nome di lei.
Anche Venere fu felice di quella scelta e accolse i due innamorati in una stanza tutta d’oro.
Apollo fu così soddisfatto e contento di quell’incontro, che concesse di esudire il suo più grande desiderio.
Cirene, eccellente cacciatrice, non aveva, in verità, un grande istinto materno, per cui chiese di poter vivere la sua vita a caccia tra i monti,
Apollo, lieto di quella richiesta che gli permetteva di dedicarsi ad altre avventure, le concesse una lunghissima vita dedicata alla caccia.
Il figlio nato da quell’amore, cui fu dato il nome di Aresto, fu affidato alle Ninfe del Mirto, figlie di Ermete-Mercurio, che fecero di lui un grande indovino

LE NAPEE

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Giovanissime, minute ed alate, erano le Ninfe dei Prati. Si esibivano in aeree danze sull’erba e sui prati con tanta grazia e leggerezza da sfiorare steli, foglie e corolle, senza piegarli.
Lucciole e farfalle erano le loro amiche, ma essendo dotate del potere della trasformazione, potevano mutarsi in leggiadre fanciulle e girovagare per monti, valli.

(continua)

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LE NINFE

LE NINFE
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Nei tempi in cui si adoravano gli Spiriti, di cui si credeva fossero animati gli elementi della Natura, si divinizzò il fulmine che atterra, la fiamma che incenerisce, la nuvola che si scioglie in pioggia o grandine, il vento che scuote, la fiera che dilania.
Tutti terrificanti fenomeni che contribuirono alla costruzione delle fondamenta arcaiche della mitologia.

Più tardi l’uomo riuscì a non farsi più solamente atterrire dalla pericolosa potenza della Natura, ma si lasciò anche affascinare dalla bellezza del Creato, sempre pericolosa, ma anche grandiosa e ispiratrice.
La guardò con animo diverso: commozione, stupore, poesia… soprattutto poesia.
Furono i poeti a creare i Miti: quelle favole che cantavano la Natura, la sua bellezza, la sua pericolosità, la sua generosità, la sua violenza.
Lo fecero attraverso l’allegoria, l’enigma, la fantasia l’immaginazione.

Era nato il MITO, magica tela su cui scorrevano i ritmi della Vita: l’ineluttabilità del Fato, i paurosi Misteri della Natura, le inquietanti divinazioni delle Profetesse, i chiassosi riti delle Baccanti, le risate argentine delle Ninfe…
Dal greco nimpha, il termine letteralmente significa “fanciulla in età da marito”.

Personificazione delle forze della Natura, le Ninfe erano parte integrante di essa e, di conseguenza, avevano con la Natura un rapporto particolare: fiumi e laghi, mari e monti, prati e sorgenti, boschi e alberi… tutti avevano la propria Ninfa protettrice.

Erano fanciulle bellissime e dotate di straordinari poteri. Di animo gentile, erano sempre pronte a rendersi utili a Divinità e uomini.
Diana, Apollo, Dioniso e Soprattutto i Satiri, Geni della Natura, ricercavano continuamente la loro compagnia e i loro favori.
Talvolta le Ninfe si concedevano anche agli uomini, ma quei contatti finivano quasi sempre in drammi e tragedie, soprattutto se la Ninfa in questione era immortale.
Non tutte le Ninfe, infatti, al contrario degli Dei, erano immortali: le Ninfe dei Monti, quelle dei Boschi, ma soprattutto le Ninfe degli Alberi, erano mortali proprio come gli uomini, benché la loro vita fosse assai più lunga.
In onore di queste splendide creature gli Antichi praticarono culti risalenti addirittura in età arcaica; per propiziarsene i favori, innalzarono in loro onore Templi che chiamarono Ninfei, dove praticavano riti ed offrivano doni: latte, miele, frutta, vino e fiori.

Le Ninfe erano assai numerose, perché numerosi e sfaccettati erano gli elementi della Natura.
Le più conosciute di loro erano, forse, le Ninfe dell’Acqua: di Mare, di Fiume, di Lago, di Sorgente e perfino di Stagno.
Cantori e Poeti da sempre ci hanno fatto conoscere le mitiche Nereidi, le favolose Sirene, le splendide Oceanine e altre ancora.

Una prima classificazione la possiamo fare tra le Ninfe di Acqua e Ninfe di Terra

NINFE di Acqua salata (mari ed oceani)

– Oceanine
– Nereidi

NINFE di Acqua dolce
– Naiadi: ninfe di sorgenti
– Potameidi: ninfe di fiume
– Limniadi: ninfe di laghi
– Eleadi: ninfe di paludi

NINFE di Terra:

– Driade: ninfe dei boschi
– Amadriade: ninfe degli alberi
– Oreadi: ninfe dei monti
– Napee: ninfe delle valli

(continua)

LE FATE

Boschi, sorgenti, ruscelli, insenature; imbocco di grotte, screpolatura di rocce, anfratto di scogliere… è qui che si incontrano le prodigiose creature della fantasia e della mitologia.
E’ qui che vivono Fate e Folletti, Ninfe e Sirene, ma anche Maghi e Streghe, Gorgoni e Moire.
E’ qui che si incontrano. Dove non passa orma, non s’ode suono, voce o respiro umano: spazi invisibili, mondi celati e sconosciuti, i cui magici battenti sono aperti solo alla fantasia ed al sogno.
E’ l’universo del Fantastico: Fiaba e Fantasia. Leggende e racconti che si tramandano a voce per generazione o che si scoprono o… “riscoprono” aprendo le pagine di un libro polveroso dimenticato in soffitta.

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La letteratura fantastica, in realtà, ha una lunga, lunghissima tradizione. Si sviluppa nella seconda metà dell’800, ma affonda le radici in un passato assai più lontano.
Nasce dal mito, dalla metafora, dalla magia e dal surreale e l’elemento dominante è la meraviglia, lo stupore e perfino la paura.
C’è differenza, infatti, tra il genere Fantasy e il genere Fiabesco.
Il primo sollecita paura, angoscia ed inquietudine e lo fa attraverso la scelta delle ambientazioni: cimiteri, sotterranei, castelli medievali, cripte, i quali sono percepiti come reali, verificabili e possibili.
Nella fiaba, invece, i personaggi e le ambientazioni appaiono subito come irreali e impossibili… teoricamente… in realtà, orchi e lupi cattivi hanno piacevolissimamente terrorizzato la nostra infanzia.

La tradizione fantastica europea ha radici soprattutto nel mondo celtico, eppure, questa non esisterebbe, se non alla luce della mitologia classica: fate e streghe, folletti e gnomi, sono l’eco di ninfe e maghe, geni e satiri che le culture successive e soprattutto la Chiesa Cristiana, ha ridotto a dimensione di favole. (dal momento che non poteva completamente cancellarla)

Tutti i popoli, di tutte le epoche, annoverano nel proprio patrimonio culturale la presenza di bellissime fanciulle dotate di poteri magici e sovrannaturali.
Fanciulle pronte ad elargire favori, ma anche a spargere disgrazie.
Sono stati dati loro nomi diversi e attribuite loro diverse funzioni, ma il concetto e sempre stato il medesimo: Fata – Strega – Ninfa – Furia… Sirena.

Ma… un modo c’è per recuperare quel magico splendore?
Se si possiede un pizzico di magia, un briciolo di fantasia, non si avranno difficoltà a varcare la Magica Soglia di un mondo meravigliosamente inatteso.
A chi si sveglia dal sonno e continua a sognare o a sentire intorno a sé brusii, fruscii e ronzii… ebbene, ha ottime possibilità di fare straordinari “incontri del terzo tipo”… ad una condizione, però, che sappia “guardare” con gli occhi di un bambino.
Quali, di queste prodigiose creature potrebbero farsi avanti per prime?… Forse una Fata?

LE FATE

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Fatoa, per latini, greci e romani, era il nome del Genio Femminile dotato di poteri sovrannaturali, capace di operare meraviglie.
Nella cultura celtica le Fatuoe erano le compagne degli gnomi, anche queste dotate di particolari poteri, tra cui quello di predire il futuro.
Tutte, però, avevano il potere di trasformare qualcosa in qualunque altra cosa. (basti ricordare la maga Circe e la sua abitudine di trasformare gli uomini in animali).
Le leggende medievali, infine, grondano di magia, artifici ed incantesimi.
Proprio nel Medio Evo, i racconti di miti della cultura del Nord, tramandati a voce, conobbero il momento di maggior diffusione.
I miti, però, non sono solamente e semplicemente favole. Da sempre costituiscono lo strumento con cui l’uomo da voce e forma a tutte quelle esigenze che esulano dalla sua razionalità: il mito non fornisce spiegazioni (come invece fa la Storia), ma svela sentimenti e sensazioni nascosti ed inconfessabili.
Lo strumento in questione si chiama Magia e Incanto e le Sacerdotesse di questo “Culto” si chiamano Fate, Streghe, Ninfe o hanno altro nome.

Le Fate hanno molti nomi, ma quello più consono alla loro natura è certamente “Dame degli Elementi”, poiché gli elementi della Natura, e cioè Acqua, Fuoco, Terra e Aria, fin dai tempi più antichi ed in ogni cultura, hanno sempre fatto parte della Magia e la Magia e sempre stata parte integrante della vita quotidiana.

I poteri delle Fate sugli elementi della natura sono straordinari:I poteri delle Fate sugli elementi della natura sono straordinari:

LE FATE del FUOCO
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Le Fate del Fuoco sanno produrre scintille dal nulla, accendere fuochi, falò e incendi, pilotare incandescenti colate laviche…

LE FATE della TERRA
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Le Fate della Terra si divertono a scavare orridi e voragini, ma si impegnano anche a coprire di lussureggiante vegetazione territori rocciosi e regioni vulcaniche.

LE FATE dell’ARIA
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– Le Fate dell’Aria sono in grado di scatenare tempeste o farle cessare, sanno creare vortici e trombe d’ari
a e scatenare venti…

LE FATE DELL’ACQUA
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Le Fate dell’Acqua sono capaci di far sgorgare acqua dal suolo, provocare inondazioni o farle arretrare, portare acqua nei posti aridi e desertici….

E poi ci sono le Fate della Luna, le Fate del Ghiaccio e quelle del Mondo dei Sogni; non mancano le Fate che di notte proteggono il viandante o il solitario. Ovunque! Le fate sono ovunque.

Ma, se non sono impegnate con tempeste o sorgenti d’acqua o a rendere sicuro il cammino del viandante o piacevoli i sogni dei dormienti…. che cosa fanno le Fate? Come trascorrono il loro tempo?
Facendo di tutto ed occupandosi di tutto. Proprio come gli umani.
Immerse in un’atmosfera di idilliaca armonia, naturalmente, lungo argini informi di chiassosi corsi d’acqua, tra le radici di annose querce, tra avanzi gloriosi di antichi ruderi. E ancora, sulle soglie degli usci di grotte ed anfratti o tra le fondamenta dei fantastici castelli di roccia e di ghiaccio, costruiti da venti e piogge. …. potrebbe trovarsi addirittura contenuta in una sfera di cristallo…
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Se siamo in gita e stiamo attraversando questi boschi delle meraviglie, queste isole dei desideri, potrebbe capitarci, soprattutto se siamo un po’ distratti, di sentire sulla nuca come un tocco d’ala o sulla guancia la carezza di un velo o alle spalle l’eco di un sospiro o il calore di uno sguardo…

Ancor di più se è notte e c’è la luna piena.
Sono le Fate. Leggere e inafferrabili come farfalle.
Invisibili. Certo!
A guardarsi intorno con gli occhi dei bambini, però… forse…
Se ci si imbatte in informi gradini affioranti dal suolo, si potrebbe anche vederli trasformare in un scalinata ornata di fiori e rampicanti, che si spinge fino ad una piccola fenditura di un contorto tronco di quercia.

A meglio osservarla, però, quella non ci appare più come semplice fenditura… assomiglia più ad una soglia… la soglia di una porta ornata di fiori e ghirlande e…. ad osare spingervi dentro lo sguardo… oh! non c’è parola che possa esprimere la meraviglia: là dentro, dentro quel tronco d’albero, si nasconde la casa di una Fata.
A guardarla bene, potremmo scoprire che assomiglia proprio alla casa dei nostri sogni

Recitava il grande William Shakspeare

“Se vedi un cerchio delle Fate
in una distesa d’erba
Tieni il passo molto leggero
lì intorno
E passa camminando
E’ facile, dunque, che le creature del “piccolo mondo” si stiano aggirando proprio nei paraggi, tra erba, campanule(il fiore preferito) e un rivolo d’acqua.

Ma, se per noi basta un salto per attraversarlo, per le piccole creature occorre un ponte o una barca.
Con un po’ di fortuna possiamo assistere ad un prodigio: un colpo di bacchetta magica ed ecco materializzato un bel ponte ornato di rami e rampicanti e se siamo molto fortunati, possiamo veder transitare su quel ponte la Fatina e il suo Principe Azzurro.
Qualcuno, più fortunato ancora, potrebbe perfino assistere ai loro giochi e vederle danzare.
Vedrebbe soprattutto le graziose, aeree Silfidi, le Fate dell’Aria, che danzano sui prati fra erba e fiori.
La loro casa si trova in grotte ed anfratti, ma è utile sapere che queste splendide e fantastiche creature hanno l’abitudine, di notte, di raccogliersi intorno al fusto di qualche albero per le loro danze aeree.
Ad accompagnare le danze non mancano suoni e canti.
|Il canto delle Fate, naturalmente, è dolce e soave.

Se si ha la fortuna di sentirle cantare ti riempiono il cuore di gioia e se di fortuna se ne avesse davvero tanta, si potrebbe ascoltare il suono magico ed incantato delle loro arpe: si dice che alcune note donino una pace profonda o un sonno ristoratore.

Non è escluso che si possa anche sorprendere qualcuna di loro occupata in faccende domestiche. Sorprenderla, mentre lava gli splendidi, coloratissimi veli, trasparenti come ali di farfalle e metterli ad asciugare su lunghissime corde… potrebbe anche mostrarci il suo ricamo…

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Se poi qualcuna di loro si lascia avvicinare mentre si prepara il pranzo… rigorosamente vegetariano, naturalmente… un invito a pranzo è davvero assicurato.
Ma… potremmo anche sorprenderne qualcuna addormentata…

Ecco chi sono le Fate. Alcune sono note altre no! Note sono sicuramente quelle che si incontrano aprendo un vecchio lbro impolverato, ma carico di magico splendore: Campanellino, Trilli, Viviana. Morgana, Mève…
Le conoscete?… Sì!… No!… Andiamo a conoscerne qualcuna.

ME’VE: la Fata dell’Amore
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Il principe Condlé è un giovane bello e prestante e tutte le ragazze del regno sono innamorate di lui. Perfino Mève, la più bella fra tutte le fate celtiche, arde d’amore per lui.
Un giorno, mentre il principe è a caccia con il Re, suo padre, ed alcuni amici, la Fata decide di comparirgli davanti.
Appare a lui soltanto.
Il gruppo di cacciatori sta riposando all’ombra di una grossa quercia, impegnato in piacevole conversazione, e non si accorge di nulla.
Anche il bel Condlé sta discutendo di cervi e caprioli, ma, d’un tratto, ecco comparire una bellissima creatura vestita in modo assai diverso da tutte le donne del Regno.
I capelli sono una fiammeggiante cascata ornata di preziose gemme ed umili fiori di campo e la veste è uno svolazzante mantello trasparente in cui l’intera foresta che li circonda sembra andare a specchiarsi. Anche la tunica, sotto il mantello, è vaporosa e candida come una nuvola attraversata dai raggi del sole di primo mattino.
E’ vaporosa e morbida, trattenuta in vita da un tralcio di fiori. Molto diversa dalle tuniche trattenute da corsetti di cuoio indossati dalle donne del Regno.
Il suo sorriso è smagliante ed ammaliatore.
“Chi sei?” domanda il principe.
“Vengo dalla Terra-dei-Viventi, dove non c’è morte, né peccato, né errore.”
“Con chi stai parlando, figlio.” domanda il Re, a cui la Fata è invisibile.
Il principe sta per prendere la parola, ma la Fata lo anticipa e pur continuando a rendersi invisibile, fa udire la sua voce.
“Tuo figlio, o Re, sta parlando con una creatura che non aspetta né morte, né vecchiaia. Io sono Mève, Dama dell’Amore e della Gioia e invito tuo figlio a seguirmi nella Terra-della-Gioia.”
Poi, al principe:
“Vieni con me, principe Condlè. – dice – Vieni con la Fata Mèvè, bel giovane dal collo ornato di collari d’oro. Vieni, bel giovane dalla chioma bionda e dal bell’incarnato e la tua bellezza non svanirà mai e la tua giovinezza durerà in eterno.”
Preoccupato e anche spaventato, il Re invoca l’aiuto del suo sacerdote-druido il quale pratica un incantesimo che costringe la Fata a rinunciare all’amore del bel principe.
Prima di allontanarsi, però, Mèvè gli consegna un dono: una mela.
Tornato a Palazzo, il ragazzo si ammala e non vuole altro cibo che quella mela la quale, miracolosamente, dopo averlo nutrito, continua a rigenerarsi.
Passa un po’ di tempo, ma le condizioni del giovane peggiorano e finalmente, un giorno, la Fata Mève si presenta a Palazzo e questa volta nessuno osa contrastarla.
Il giovane riacquista la salute e decide di seguire la sua Fata dell’Amore con cui vivrà per sempre felice e contento.
(analogie con la favola: “La bella addormentata nel bosco”

VIVIANA: La Dama del Lago
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Nella confusionaria ed ingarbugliata Saga di Re Artù, di cui questo fantastico personaggio fa parte, non è facile seguirne linearmente le vicende.
Viviana è una Fata giovane e bellissima ed anche molto generosa e pronta ad aiutare gli altri. Ma è, al contempo, straordinariamente astuta e caparbia ed ottiene sempre quello che vuole.
Vive in un palazzo in fondo al lago, ma di tanto in tanto raggiunge la superficie.
E’ proprio durante una di queste emersioni che il vecchio mago Merlino la vede e se ne innamora perdutamente e per lei è disposto a tutto.
A Viviana non dispiace del tutto la corte del potente mago, perché le da la possibilità di scoprire la Magia e così, sarà lei che consegnerà a Merlino la spada Exalibur che Artù dovrà estrarre dalla roccia.
Merlino, però, è impaziente e per ottenere i suoi favori arriva a trasformarsi in un avvenente giovanotto.
La bella Fata, però, non ci casca e per concedersi, gli chiede ed ottiene tutti i segreti dell’Arte della Magia.
Alla fine, però, Viviana non mantiene fede alla parola data: non solo non cederà alle lusinghe amorose del vecchio mago, ma riuscirà addirittura a relegarlo nelle profondità di una grotta.
Lasciata la residenza del Lago, forte di tanta potente Magia, Viviana si creerà un meraviglioso castello dove alleverà amorevolmente il nipote, Lancillotto del Lago, rimasto orfano del padre.
Quando il ragazzo, divenuto un giovane forte e coraggioso, diventerà uno dei Cavalieri della Tavola Rotonda di re Artù, Viviana resterà sola nel suo splendido, immenso, ma deserto castello e di lei non si avranno più notizie.
Non prima, però, che un altro dei Cavalieri, sir Parcifal, le riconsegnerà Exalibur, la spada di re Artù morente, che lei condurrà nella amata Avalon.
(analogia tra questa fiaba e il mito di Teti)

MORGANA: La Maga
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La complicata Saga di Avalon la vuole sorella di re Artù.
Morgana vive in un Castello di cristallo in fondo al mare tra l’Etna e lo Stretto di Messina. Di tanto in tanto, però lascia la sua trasparente dimora e sale a bordo di un cocchio, anche questo di trasparente cristallo, tirato da sette cavalli alati.
Sale in alto, verso il cielo e da qui, lancia in mare
una manciata di sassi che a contatto con la superficie dell’acqua la trasformano in cristallo.
Luccicante come una lastra, la superficie del mare riflette in sé tutto il paesaggio, creando miraggi e spingendo i naviganti verso il naufragio.

Morgana, ci racconta il mito, concepì un figlio con re Artù, ignorando che questi fosse suo fratello.
Il nome del bambino è Mordred e sarà proprio lui ad uccidere Artù, facendo rivivere il mito di Edipo.

Come andarono le cose?
Ingraine, la bellissima madre di Morgana, dagli occhi azzurri e i capelli di fuoco, attirò su di sé le brame di re Uther che riuscì a convincere il mago Merlino ad aiutarlo a conquistare la donna.
Moglie del Duca di Cornovaglia, Ingraine non voleva proprio saperne di Uther e respinse sempre le sue profferte d’amore.
Uther alla fine ricorse all’inganno. Trasformatosi in aquila con l’aiuto di Merlino, raggiunse il castello del Duca e ne assunse le sembianze.
La bella Ingraine si accorse dell’inganno quando era già tardi: dopo nove mesi, la duchessa mise al mondo un bel bambino che, però, dovette abbandonare.
Fu il mago Merlino ad occuparsi del piccolo, allevandolo con amore e fermezza e facendo di lui un cavaliere senza paura e senza macchia: quel bambino si chiamava Artù.
Artù diventerà Re quando Merlino lo condurrà fino alla roccia in cui era conficcata Excalibur, la spada che Viviana,la Dama del Lago, gli aveva consegnato e che solo il cavaliere capace di estrarla sarebbe diventato Re.

Se da ragazzi Morgana vivrà nel castello di Cornovaglia e Artù nella casa di Merlino, diventati adulti, i due fratelli resteranno sempre vicini e si aiuteranno fino alla morte di Artù, quando la Fata Viviana lo riporterà nell’amatissima Avalon.