DONNE: nella Storia e nel Mito – Didone-Alissa Regina di Cartagine

img274

Di questo personaggio, che ondeggia tra storia e leggenda, si sarebbe persa ogni traccia o ricordo, se non avesse avuto un cantore d’eccezione come Virgilio.
Grazie a lui, poeti e scrittori, pittori e musicisti l’hanno resa immortale.
Didone, la mitica fondatrice di Cartagine, che il mito più antico chiama Elissa, è un personaggio epico, energico e quasi virile nel vigore dello spirito e nella risolutezza delle opere. E’ una donna energica, intelligente ed astuta.
Virgilio, però, fa di lei l’eroina di un dramma amoroso orchestrato e diretto dal Fato.
Chi era veramente la nostra eroina? La Elissa, cioè Allizah la Consacrata del mito più antico oppure la Didone, cioè la Virago
del mito virgiliano?

Sia Storia oppure Leggenda, la Elissa-Didone dell’antico mito era una donna dignitosa, forte e astuta.
Primogenita di Belo, re di Tiro, alla morte del padre ne ereditò il trono assieme al fratello Pigmalione.
Per nulla disposto a dividere il trono con la sorella, Pigmalione fece uccidere Sicheo, il ricchissimo ed amatissimo sposo di lei e prese il potere da solo.
Per evitare una guerra civile la Regina decise di lasciare Tiro ed iniziare un peregrinare nel Mediterraneo in cerca di una nuova patria.

La necessità aguzza l’ingegno, recita un adagio e la bella Elissa dette subito prova di quanto ingegno fosse dotata.
Per lasciare Tiro aveva bisogno di navi e lei non ne disponeva. Allora montò un’efficace quanto astuta messinscena per raggirare il fratello. Gli chiese un incontro per discutere e trovare un accordo e Pigmalione precipitò nella rete con l’intelletto offuscato dalla cupidigia per le di lei ricchezze.
Egli inviò immediatamente uomini e navi a prelevarla, ma la notte stessa in cui le navi approdarono nel porto, Elissa-Didone fece caricare di nascosto a bordo tutte le sue ricchezze, lasciando in bella mostra sul ponte una gran quantità di sacchi contenenti sabbia, facendo credere che l’oro fosse là dentro.
Appena le navi ebbero raggiunto il mare aperto, la Regina ordinò ai suoi uomini di gettare nelle acque l’ingente ricchezza gridando
“… meglio in mare che nelle mani infide ed indegne di Pigmalione.”
In realtà si trattava solo dei sacchi pieni di sabbia.
Timorosi della reazione del loro Re, gli uomini di Pigmalione preferirono mettersi al servizio della Regina piuttosto che tornare al cospetto del Re e puntarono la prua delle navi in direzione della prima isola.
Dopo lungo (o breve) peregrinare, le navi raggiunsero le coste della Libia ed ancora una volta la bella ed astuta Regina pose in atto un piano assai ingegnoso.
Ottenne da Jarba, un principe locale, un terreno su cui edificare la sua casa: “… grande quanto ne poteva contenere una pelle di bue”.
Jarba accettò ed Elissa lo mise elegantemente “nel sacco”.
Fece tagliare in striscioline finissime una pelle di bue e con esse tracciò un perimetro che conteneva tutta la collina e la campagna circostante.
Su quel terreno la Regina edificò la sua città: Cartagine o Birse, che in greco significa “Pelle di bue” e in fenicio vuol dire “Collina”.

Bella, affascinante, ricca e potente, la Regina di Cartagine attirò immediatamente le mire di molti pretendenti. Primo fra tutti, quelle dello stesso principe Jarba il quale giunse a minacciarla di muoverle guerra se non l’avesse accettato come sposo.
Elissa-Didone finse di accondiscendere alle richiese e chiese ed ottenne di aspettare la fine del periodo di vedovanza. Quando giunse il giorno della scelta di uno sposo, la Regina, ancora innamorata del marito e fedele al giuramento di non sostituirlo con un altro uomo si trafisse con una spada.
Come un grande Sovrano aveva compiuto la sua impresa e non desiderava altro.

Il tardo mito, però, la vuole identificata con la donna che seguì Enea profugo a Cartagine dopo la fuga da Troia e che, abbandonata, si uccise e si gettò sul rogo lanciando imprecazioni.
Plutarco per primo respinse questa versione dei fatti resi da Virgilio, insostenibile sia per il carattere della donna che per inesattezza cronologica.
Non si tratta più del personaggio Elissa-Didone, ma piuttosto di Didone-Elissa.
Non solo Virgilio, ma anche Ovidio ne fa un personaggio da tragica-commedia.
La Didone-Elissa di Ovidio non è né epica, né mitica e tantomeno regale.
E’ una “relicta”. E’ una donna che piange e si dispera; chiede ed implora.
La Didone-Elissa di Ovidio non è l’astuta, battagliera conduttrice, fondatrice di città, che tiene a bada popolazioni avversarie, ma una donna che per amore perde ragione e dignità.
Il personaggio non ci appare eroico come nell’antico mito, ma vinto e un po’ patetico: non è più quello di una Regina gloriosa, ma di una donna fragile sopraffatta dalla passione ed accecata da un dolore senza tregua né espedienti: neppure quello abile, ma inutile, di un presunto figlio in arrivo per trattenere l’amato.
Proprio un piccolo espediente da piccola donna!
Didone-Elissa è, dunque, una donna appassionata, fragilmente femminile e in preda alla passione, che alla fine fa dire al suo poeta:
“il motivo della morte e la spada fornì Enea
ma con la sua stessa mano si tolse la vita Didone.”
Didone-Elissa, infatti, si uccide con la spada che lo stesso Enea le aveva donato.

“Per te solo ho distrutto il pudore e la fama di prima
per la quale solo io salivo al cielo” dirà Virgilio, donandole l’immortalità.
Didone, dunque, diventa immortale solo per essere una donna e soprattutto una donna fragile dopo essere stata una Regina gloriosa.
Didone, dunque, è un personaggio che diventa immortale grazie alla propria sconfitta.
Ma perché?
Perché Vigilio era romano e Didone, invece, cartaginese. E perché Roma e Cartagine erano eterne nemiche.
Ma anche perché la morte di questa Regina doveva essere il primo segno della vittoria dei romani sui cartaginesi. E non doveva essere la “storia” dello scontro fra le due Potenze, bensì la “leggenda d’amore” fra due personaggi mitici finita in dramma.
Doveva essere così, perché l’EPILOGO della “Leggenda” di Didone e di Cartagine, doveva costituire il PROLOGO della “Storia” di Roma.

LE ARPIE

250px-phineasE’ l’appellativo che diamo ancora oggi ad una donna dal molesto carattere e dall’atteggiamento sgradevole. Molesto e sgradevole come la Morte.
Sì! Perché le Arpie, queste abominevoli creature, erano proprio la personificazione della Morte.
Fin dalle origini furono considerate la personificazione di Ecate, la Dea della Morte, la quale viveva nell’isola di Eea, dove lavorava al telaio accompagnandosi con il suo canto lamentoso.

Per un po’ le Arpie risedettero nel Giardino delle Esperidi, in sembianze di nibbi, uccelli sacri, cui veniva offerto del cibo. In seguito furono messe in fuga dagli Argonauti su richiesta di re Fineo e relegate sull’isola di Strofadi, dove finì per imbattersi Enea in fuga da Troia.

Figlie di Taumante e della ninfa oceanina Elettra, le Arpie erano mostruose creature alate: testa e busto di donna, corpo di uccelli. Così come le Sirene. E non vivevano in acqua come queste, ma nel sottosuolo: grotte, caverne, anfratti.
Orride a vedersi, erano anche sgradevoli all’olfatto: il loro era l’odore della Morte, di cui, come si è già detto, erano la personificazione.
Personificazione anche dei venti della Tempesta, funzione che evocavano anche nei nomi: Aello la-Tempestosa, Cileno La-Oscura, Ocipite la Rapida-in-volo.
A queste prime tre se ne aggiunsero presto delle altre: Ocitoe, Alopo, Tiella…
Tra i compiti loro assegnati c’era quello di trasportare in volo nell’Erebo le anime dei morti di morte violenta e quello di acciuffare i colpevoli e consegnarli alle Erinni.
Tra i loro sollazzi, invece, quello di insozzare tavole imbandite.
Entravano nelle case svolazzando, rubavano il cibo dalle tavole e insozzavano il resto per renderlo immangiabile.

Lo fecero con Enea, insozzandone più volte la tavola fino a quando l’eroe non perse la pazienza e non le mise in fuga con le armi.
Lo fecero con Fineo, Re-Indovino, accecato dagli Dei per i suoi oracoli troppo precisi e veritieri.
Fineo chiese agli Astronauti, di passaggio attraverso il suo Regno per raggiungere la Colchide e il Vello d’Oro, di liberarlo di quel tormento.
Gli Argonauti, tutti eroi di grande tempra, acconsentirono, ma con la loro partenza i guai di Fineo ritornarono.

Quello che gli accadde assomiglia davvero molto alla favola di Biancaneve.
Morta Cleopatra, la prima moglie, Fineo aveva impalmato in seconde nozze la bella ma perfida principessa Idea.
Per liberarsi del marito e dei tre figli che questi aveva avuto dalla prima moglie, questa donna diabolica non si fermò davanti a nulla per mettere in atto i suoi propositi.
Per prima cosa accusò i tre giovani dei più gravi delitti, riuscendo a farli gettare nelle prigioni di palazzo.
Non paga di ciò, tramò per sbarazzarsi del marito, cieco e vulnerabile, tentando di farlo morire di fame.
Quasi ci riuscì!
Come?
Insozzando la tavola, ogni volta che Fineo vi si accostava per mangiare e facendogli credere che a farlo fossero state le Arpie, tornate a tormentarlo dopo la partenza degli Argonauti.
Fineo sarebbe sicuramente morto di fame se Zete e Calaide, i fratelli della prima moglie, non si fossero accorti dell’inganno.
I due fecero anche liberare i poveri nipoti dal carcere in cui languivano e la cattiva Regina fu punita come meritava.