LE ERINNI

LE ERINNI

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Nate dall’unione fra Aria e Madre Terra, le Erinni erano più antiche di ogni altra Divinità e vivevano nell’Erebo (Inferno), accompagnandosi ad Ecate, Dea infera.
Interessante sapere che in quello stesso “evento” nacquero anche:
– Terrore, Collera, Lite, Paura, Vendetta, Battaglia e Oblio, ma anche:
– Destrezza, Valore, Giuramento, Trattato.

Le Erinni erano tre e io loro nomi erano: Aloto, Tisifone e Megera. Il loro aspetto era davvero orrendo: vecchie, decrepite e con la pelle nera come il carbone; per capelli esibivano un contorto cespuglio di teste di serpenti e su un corpo umano reggevano teste di cane ed ali di pipistrello; le mani, infine, erano ungulate e provviste di pungoli con punte di bronzo per procurare ai perseguitati i più indicibili tormenti.

Questo, bisogna precisare, era l’aspetto delle Erinni-Infuriate, (le Furie,le chiamavano i romani).
C’erano anche le Erinni-Placate e il loro aspetto era assai più rassicurante, poiché era quello di maestose matrone.
Il loro appellativo era: Eumenidi, ossia “Gentili” oppure “Solenni”, poiché tale era la loro natura quando agivano in quella veste.

I loro compiti erano molteplici: ascoltare le suppliche degli anziani contro le insolenze dei giovani, accogliere le istanze degli ospiti maltrattati nei confronti degli ospitanti, punire lo spergiuro, le colpe e le offese verso padri e fratelli, ma, soprattutto, perseguitare senza tregua coloro che si macchiavano di matricidio. Erano, infarri, la personificazione dei rimorsi che tormentavano le coscienze dei colpevoli e placarle, significava placare la propria coscienza attraverso il perdono e l’oblio.
Al supplice si faceva cingere il capo con ghirlande di narcisi e sempreverdi e stessi fiori si offrivano alle Erinni: il narciso, fiore noto per le propiertà narcotiche (da cui il nome), che aiutava a dimenticare.
Purificarsi era essenzial. Non solo per il colpevole, ma anche per coloro che gli stavano vicino, poiché correvano il rischio di incorrere nelle stesse persecuzioni. Inoltre, era prudente non fare mai il loro nome durante una conversazione, se non con l’appellativo di Eumenidi.

Riti di purificazione, ghirlande, libagioni e il sacrificio di un ariete o di una pecora nera, bastavano a placare le nere signore dei tormenti, le “Solenni”.
Tutti gli anni, in ricorrenza di feste in loro onore, i sacerdoti, tutti discendenti di re Esichio, officiavano davanti alle grotte in cui vivevano. Sopra altari di terra nera e tra cespugli di sempreverdi, i fedeli, tutti con il capo coperto con ghirlande di sempreverdi e narcisi, offrivano miele, fiori e il sangue di una pecora: davanti a quei doni, le “Auguste Matrone” non sarebbero riuscite a resistere: si sarebbero cibate di quel miele e dissetate di quel sangue ed avrebbero risparmiato l’intero gregge e la comunità tutta.

Furono molti gli Eroi, i Principi ed i Re inseguiti dalle Erinni per le loro colpe, ma la persona a cui davvero non concedettero tregua fu il principe Oreste, figlio matricida di Clitennestra, moglie di Agamennone. Anche quella, affato innocente: con l’amante, aveva ucciso il marito Agamennone, di ritorno dalla guerra di Troia.
Le Erinni, però, quasi la ignorarono. Forse perché il matricidio era una colpa assai più grave dell’uxoricidio.
Continuarono a tormentarlo anche dopo il rito di purificazione cui Oreste si era sottoposto: capo rasato, abluzioni in acqua corrente ed esilio di un anno.
Non gli concessero un attimo di tregua; dormivano perfino accanto a lui.
Fu proprio mentre erano immerse nel sonno che Apollo, intervenuto in favore del giovane perseguitato, riuscì a farlo fuggire con l’aiuto di Ermete.
Lo spettro di Clitennestra, però, le svegliò e quelle ripresero l’inseguimento.
Dopo aver vagabondato di città in città, regione in regione, per un anno intero, Oreste raggiunse il Tempio di Atena, sull’Acropoli della città di Atene: per completare il rito di purificazione, il supplice doveva abbracciare il simulacro della Dea.
Qui lo raggiunsero le Erinni, ansanti per la corsa e veramente infuriate. E ancora di più si infuriarono, quando appresero che il giovane principe era stato sottoposto a giudizio e perdonato della colpa.
Per protesta contro quel verdetto, Tisifone, si dice, si sia impiccata per offrirsi in espiazione dell’orrendo peccato.

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NINFE dei FIUMI

PATAMEIDI: ninfe dei fiumi
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Erano fanciulle e ancora vergini, di età assai giovanile. Loro compito era proteggere la natura, renderla piacevole e lussureggiante.
Altro compito, quello di proteggere gli amori appena sbocciati, per cui erano invocate da fidanzati, i quali andavano a bagnarsi nelle acque di fiume invocando la fertilità per dopo le nozze.

Erano anche guaritrici e le acque in cui vivevano erano benefiche e curatrici di diverse malattie, compresa quella della sterilità (incubo per molte donne)
Erano mortali, ma vivevano a lungo ed eternamente giovani, per cui la loro era un’esistenza felice trascorsa tra canti, danze e brevi storie d’amore.

DAFNE
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Bellissima ninfa dei fiumi, Dafne era figlia di Gea, la Madre-Terra, di cui era anche sacerdotessa.
Dafne era piuttosto refrattaria al matrimonio, come molte ninfe, che preferivano la spensierata vita dell’adolescenza. La sua grande bellezza, però,le attirò inevitabilmente l’attenzione di molti corteggiatori, così come il latte attrae le mosche.
Due in particolare: Apollo e un certo Leucippo.
Dafne respinse anche loro, come avev fatto con tutti gli altri.
Leucippo, però, riuscì a starle vicino ricorrendo ad un ingegnoso stratagemma: si travestì da donna ed entrò far parte del gruppo di compagne, altre ninfe, con cui di solito si intratteneva sulle sponde dei fiumi.
Apollo scoprì l’inganno e per liberarsi del rivale escogitò un sistema davvero particolare e crudele: indusse le ninfe a bagnarsi nelle acque del fiume e quando le ninfe scoprirono la diversità di quella che credevano una loro compagna, l’assalirono e l’uccisero.
Apollo, però, con il suo stratagemma non riuscì che a farsi respingere per l’ennesima volta dalla sua bella.
Per sfuggirgli, inseguita da Apollo, Dafne invocò il soccorso materno e Gea, la Dea-Madre, la trasformò in alloro, la corona dei poeti e dei cantori.

NINFE di TERRA

LE DRIADI

Schiamazzi e grida echeggiavano lungo ampie vallate e boschi ombrosi: erano i cortei di Baccanti e Satiri che facevano da corte a Bacco.
Lungo quegli stessi sentieri, però, a quelle grida si mischiavano allegri gridolini e risate squillanti:erano le Ninfe dei Boschi, delle Valli e dei Monti.
Erano giovani, belle e allegre e la loro fresca bellezza era l’immagine più dolce, serena e gentile della Natura.
Erano le Driadi, le Oreadi e le Napee…

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Erano le Ninfe dei Boschi, figlie di Nereo e Dori e compagne di Euridice.
Ogni bosco aveva le sue Ninfe:
– Driade, si chiamavano quelle delle querce
– Meli’e era il nome delle ninfe del melo
– Melie erano le ninfe del frassino, figlio di Ermete.

Il frassino, chiamato anche “amico della folgore” era considerato un albero sacro. Era, infatti, tra le specie d’albero quello colpito più frequentemente dal fulmine e poiché gli alberi incendiati erano fonte di fuoco, era considerato il più sacro fra gli altri. La Ninfa che l’abitava, era tra le più rispettate e venerate e si fregiava anche del titolo di “Dama delFuoco”

AMADRIADE

Le Driadi erano mortali, al contrario delle Ninfe del Mare e degli Oceani. La loro vita, però, era assai lunga e scorreva in grande serenità ed allegria e soprattutto, conservando un’eterna giovinezza.
Le Driadi nascevano, crescevano e morivano con l’albero.
Ogni pianta che moriva, infatti, causava la morte della favolosa creatura che viveva nella corteccia che ne rivestiva l’albero. Il nome era AMADRIADE.
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Molti i racconti sorti intorno alla vita ed agli idilli innocenti delle Driadi e delle Amadriadi, intrecciati con Divinità e mortali.
Ne riportiamo alcuni.

DRIOPE
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Era una Driade assai carina e gioiosa e passava le sue giornate in compagnia delle amiche Driadi ed Amadriadi occupandosi del gregge del padre.
La sua grazia e bellezza attrassero l’attenzione di Apollo, soprattutto dopo che l’ebbe vista fare il bagno nel fiume.
In principio Driope respinse le profferte amorose del bel Dio del Canto, ma questi non si arrese. Si tramutò in una graziosa tartarughina e si lasciò accarezzare dalle ragazze.
Appena, però, Driope si attirò in grembo l’animaletto, Apollo si trasformò in serpente mettendo in fuga tutte le ninfe.
Tutte eccetto Driope, la quale, appena il Dio ebbe ripreso le bellissime, abituali sembianze, si lasciò sedurre, rispondendo con slancio amoroso alle focose attenzioni di Apollo.
Il frutto di tanta passione fu chiamato Anfisso il quale, diventato adulto, innalzò al divino padre un grandioso Tempio in cui Driope svolgeva funzioni di sacerdotessa.
Il richiamo della vita dei boschi, libera e spensierata, però, era assai forte e così, un giorno, Driope lasciò il Tempio per raggiungere le compagne.
Prima di partire, la ninfa piantò un albero di pioppo, che divenne la pianta sacra del dio Apollo.

Le Oreadi

Erano le bellissime, giovanissime vergini Ninfe dei Monti, amanti della caccia, della natura e soprattutto della solitudine.
Figlie di Giove, trascorrevano le giornate tra vallete ombrose e boschi annosi e qualche volta seguivano in corteo le scorribande di Diana, la Dea della Caccia.
La più importante tra loro era certamente Eco, la cui triste storia d’amore la portò quasi alla morte.

ECO e NARCISO
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Eco era una graziosissima Ninfa dei Monti con la tendenza ad impicciarsi sempre dei fatti degli altri.
Ad esempio, distraeva Giunone con bellissime favole, (alla piccola Ninfa piaceva molto parlare…) per permettere a Giove di intrattenersi con altre donne.
Quando Giunone scoprì il giochetto, la punì in modo davvero insolito e particolare: non avrebbe mai più parlato per prima, ma solo ripetuto scioccamente quello che dicevano gli altri… e solo le ultime parole.
Un giorno mentre se ne andava vagabondando per i boschi
Eco si imbatté in un giovane di straordinaria bellezza e fu subito un colpo di fulmine.
Ignorando che quel bellissimo giovane era addirittura Narciso, figlio del fiume Cefiso, innamorato di nessun’altra creatura che di se stesso, la bella Ninfa cominciò a seguirlo, guardandolo di nascosto estasiata e scivolando leggera tra siepi ed arbusti.
Sempre di nascosto, la piccola Ninfa si lasciò condurre fino ad una sorgente dove Narciso si fermò per dissetarsi.
Prima ancora che potesse chinarsi sulle acque della fonte, il bellissimo giovane sentì un fruscio alle spalle.
“Chi è là!” chiese.
“…là!” rispose Eco
“Esci fuori e fatti vedere, chiunque tu sia!”
“… tu sia!” fece ancora la voce della piccola ninfa.
“Chi sei? Dico a Te!”
“… a te!” ancora Eco.
Non vedendo nessuno, il ragazzo si chinò sulla fonte e tese le mani per prendere acqua e quale non fu la sua sorpresa: riflesso sulla superficie dell’acqua c’era un volto dalla bellezza così unica e rara che egli si sentì stringere il cuore dall’emozione.
“Chi sei? – domandò e non ricevendo risposta, continuò – La creatura degna dell’amore di Narciso… ecco, chi sei tu.”
Fino a quel momento, infatti, Narciso aveva rifiutato ogni offerta d’amore, reputandole indegne di lui.
“… sei tu!” lo raggiunse alle spalle la voce della piccola Ninfa che aveva trovato il coraggio di lasciare il nascondiglio, avvicinarsi e tendergli le braccia.
“Vai via da me, piccola, sciocca Ninfa. – la respinse il bel Narciso, infiammato d’amore per quel volto riflesso nell’acqua – Nessuno, all’infuori di lui è degno dell’amore del bel Narciso.”
“… bel Narciso.” sussurrò la povera ninfa allontanandosi tra la vegetazione, mentre Narciso tornava alla fonte ed al volto riflesso nella superficie dell’acqua.
“Chi sei?” chiamò ancora, ignorando di parlare all’immagine di se stesso.
“Ahimè!… Ahimè!” cominciò a genere, poiché quello non rispondeva e restava immobile se non per ripetere i suoi gesti.
“…Ahimè!” rispondeva l’eco sempre più lontana.
Continuò così, fino a quando il bellissimo giovane non cadde riverso tra fiori di lillà.
Gli Dei, impietositi, lo trasformarono nel fiore che porta il suo nome.

CIRENE
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Cirene era una fanciulla attratta più dai passatempi maschili che da quelli femminili; amava più andarsene in giro fra i monti ed a caccia nei boschi, con la scusa di proteggere le greggi del padre, piuttosto che filare, tessere ed occuparsi di faccende domestiche.
Apollo la vide un giorno che aveva appena cacciato pericolose belve e subito pensò che quella coraggiosa fanciulla fosse davvero degna di lui. Oltretutto, Cirene non era soltanto una coraggiosa fanciulla, ma anche una bellissima fanciulla.
Non faticò a convincerla e la fece salire sul suo cocchio d’oro per condurla in una città che battezzò con il nome di lei.
Anche Venere fu felice di quella scelta e accolse i due innamorati in una stanza tutta d’oro.
Apollo fu così soddisfatto e contento di quell’incontro, che concesse di esudire il suo più grande desiderio.
Cirene, eccellente cacciatrice, non aveva, in verità, un grande istinto materno, per cui chiese di poter vivere la sua vita a caccia tra i monti,
Apollo, lieto di quella richiesta che gli permetteva di dedicarsi ad altre avventure, le concesse una lunghissima vita dedicata alla caccia.
Il figlio nato da quell’amore, cui fu dato il nome di Aresto, fu affidato alle Ninfe del Mirto, figlie di Ermete-Mercurio, che fecero di lui un grande indovino

LE NAPEE

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Giovanissime, minute ed alate, erano le Ninfe dei Prati. Si esibivano in aeree danze sull’erba e sui prati con tanta grazia e leggerezza da sfiorare steli, foglie e corolle, senza piegarli.
Lucciole e farfalle erano le loro amiche, ma essendo dotate del potere della trasformazione, potevano mutarsi in leggiadre fanciulle e girovagare per monti, valli.

(continua)