I LIBRI di Maria PACE – “DJOSER”

Mini saga storica con una pennellata di fantastico,  ambientata nell’Antico Egitto all’epoca della costruzione della piramide di Kefren

“DJOSER e lo Scettro di Anubi”  volume I°

“DJOSER e i Libri di Thot” volume II°

 

DJOSER e Lo Scettro di Anubi

ANTICO EGITTO: storia, tradizione e fantasy.

Siamo in Egitto- IV Dinastia.

Djoser, un ragazzo di sedici anni, allievo del Tempio di Ptha, Patrono delle Arti e degli Architetti, lavora al cantiere della Piramide del faraone Khafra (meglio conosciuto con il nome Kefren).

Abbandonato ancora bambino sulle rive del Nilo, viene accolto ed allevato da Pthahotep, architetto di Ptha, e da sua moglie Nsitaten.

Anubi, la più inquietante delle Divinità egizie, lo pone sotto la sua protezione, facendo di lui una “creatura” diversa dagli altri mortali: gli permette perfino un viaggio attraverso le insidiose vie della Duat, l’Oltretomba egizia, lungo Labirinti, Foreste del Tempo, Pehu e Kherty (Paludi e Caverne), frequentati da Demoni, Spiriti malvagi, Geni Protettori ed Anime defunte.

La storia del ragazzo si intreccia con le vicende di un popolo unico e straordinario: scene di vita quotidiana, tecniche di costruzione di enormi strutture architettoniche, rivalità tra caste sacerdotali, intrighi di corte…

Si affacciano su questi scenari, lungo le rive di un fiume brulicante di vita, personaggi come Mosè il Ratto, piccola e simpatica canaglia, cresciuto per strada grande e con un passato pieno di misteri; Osorkon di Tanis, ufficiale di Sua Maestà, arrivato dal Delta con l’inseparabile falco e grande amico di Djoser; il principe Thaose, nipote idealista ed anticonformista del Faraone, sacerdote di Ptha, perseguitato dai preti di Ra e trascinato in una (la prima, nella Storia) guerra religiosa. C’è anche la dolce e bella principessa Nefer, ultimogenita del Faraone, verso cui il ragazzo è irresistibilmente attratto… ricambiato.

Non mancano personaggi come Hetpher, Djeda o Kabaef, “grandi di magia” che, con geloso accanimento, detengono il potere del “Sapere e della Conoscenza” e non sono per nulla disposti a dividerlo con altri.

Tutti loro condurranno il lettore attraverso un percorso di magico splendore e misteriosi rituali: lo presenteranno alla corte del Faraone, lo trascineranno lungo i sotterranei di Templi, Sfingi e Piramidi per mostrare loro i segreti nascosti, lo inviteranno a salire sulla Barca Reale del Faraone in corteo sul Nilo, ma anche sulla Barca Solare di Ra in transito nel cielo notturno. Prenderanno per mano il lettore e lo spingeranno nel caos di un mercato faraonico e poi lo faranno sedere a riposare, alle fiamme di un bivacco… il tutto, però, attraverso una rigorosa ricostruzione storica.

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“DJOSER  e i Libri di Thot”                         1902016_620240371365050_55841248_n

Continua il “viaggio” di Djoser, allievo del Tempio di Ptha,

a Memfi, attraverso il percorso della “Conoscenza” che svela segreti e misteri.

E’ la “Conoscenza” racchiusa nei “Rotoli della Sapienza”, anche detti “Libri di Thot”, per redigere i quali, gli Antichi Saggi avevano utilizzato simboli che raggiungessero l’Animo e svegliassero le facoltà superiori della Coscienza. Non attraverso la parola, che restava incomprensibile, ma per mezzo di simboli ed indizi nascosti, ma illuminanti per chi avesse saputo leggere fra le righe.

Thot in persona, il Signore della Scrittura e della Sapienza, aveva guidato la loro mano.

In quei Libri Sacri, che costituiscono il collegamento tra l’umano e il divino, sono svelati i Misteri della Divina Nut, Signora del Cielo, che Thot nascose nel grembo di Geb, Signore della Terra.  

Misteri segretamente e gelosamente custoditi perché pericolosi per l’umanità, ma utili, se scoperti da creature capaci di “comprendere, custodire e operare”.

In quei Rotoli Sacri vi é tracciato il percorso segreto attraverso cui Atum-il-Creatore consente alla sua creatura prediletta di farsi simile a Lui, ma quei rotoli sono scomparsi insieme all’ultimo Saggio che li ha avuti in custodia e con essi è scomparso anche l’Aptet, la chiave di interpretazione per raggiungere la “Conoscenza”.

Djoser, figlio di Pthahotep, architetto di Ptha, ma anche figlio di Bafra, principe di sangue reale, possiede la “Conoscenza” necessaria e suo compito è porsi sulle loro tracce, ostacolato da chi, provvisto di grandi poteri, come Kabaef, il “grande-di-magia”, vuole entrarne in possesso per i suoi fini delittuosi.

Il compito di Djoser non sarà facile.

Ma Anubi, la più inquietante delle Divinità egizie, che lo ha posto sotto la sua protezione facendo di lui una creatura speciale, lo sosterrà nell’affrontare i propri Demoni ma anche i Demoni e gli Spiriti Malvagi della Duat, il Mondo-di-Sotto, che il ragazzo è   deciso a ripercorrere per la salvezza propria e dell’umanità.

Si possono richiedere i libri direttamente all’autrice   mariapace2010@gmail.com   oppure

EDITORE MONTECOVELLO

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VISCHIO ed AGRIFOGLIO – I Racconti di Natale

VISCHIO ed AGRIFOGLIO – Racconti di Natale E’ una raccolta di racconti e fiabe natalizie. Un mondo incantato e di magico splendore in cui i piccoli protagonisti vivono meravigliose avventure trascinando con loro anche i lettori… Laetitia, la bambola di Emma e il suo grande miracolo d’amore; Jarrik, il minuscolo extra-terretre amico di folletti, fatine e cavalli alati che sidomanda chi ha dipinto l’Arcobaleno e il piccolo Ludovico che ci vuol salire con il lazos del suo eroe preferito… E poi, l’angioletto Emmolina che perde un’aluccia nel tentativo di difendere la cicogna che porta un bebé alla sua mamma… E ancora, l’astronave del piccolo Gabriele che sostituisce la Stella Cometa diretta a Betlemme, ma che finisce “fuori rotta”… tanti altri personaggi ancora, teneri e dolcissimi Il Natale é la festa più bella dell’anno: paesaggi innevati, sfolgorii di luci nelle città, soglie inghirlandate, alberi illuminati e canti gioiosi. Natale é la festa dei bimbi e la fiaba é il più bel dono d’amore.41XeCk0lngL._SX331_BO1,204,203,200_

Donne nella Storia e nel Mito: ORAZIA

ORAZIA
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Ci sono nomi, miti e leggende che si ricordano fin dai banchi di scuola: Orazio Coclite, Muzio Scevola, Clelia… gli Orazi e i Curiazi… Chi non li ricorda?
Ma quanti ricordano, ad esempio, la tragica figura di Orazia, sorella di quell’Orazio vincitore dell’epico duello?
Per chi l’avesse dimenticato, stiamo parlando dell’episodio che pose fine alla guerra tra Roma ed Albalonga, al tempo di re Tullio Ostilio.
Ricordiamo bene che per porre fine alle ostilità si decise di affidare le sorti delle armi dei due eserciti ad un unico, semplice duello fra tre giovani gemelli romani, gli Orazi e tre giovani gemelli albalongani, i Curiazi.
Sappiamo che da un primo violento scontro due degli Orazi ne uscirono senza vita e che i tre Curiazi, pur feriti, si trovarono a fronteggiare un unico avversario. Sappiamo anche come quest’ultimo riuscì a mettere nel sacco gli avversari, fingendo di fuggire ed affrontandoli uno per volta e uccidendoli tutti e tre.
Ma che cosa accadde dopo?
Spesso le leggende tacciono su certi aspetti o particolari.
La leggenda degli Orazi e Curiazi ha preferito tacere sulla grande, ma contrastata e negata storia d’amore tra uno dei Curiazi ed Orazia, sorella degli Orazi.
Era una profonda storia d’amore che avrebbe anche potuto dare un epilogo diverso alle ostilità fra le due città, se la politica della nuova nascente potenza non fosse stata quella della conquista.

Tornando a Roma da vincitore e con addosso le spoglie dei vinti, Orazio si imbatté nella sorella in trepida attesa, divisa da opposti sentimenti.
Alla vista dei trofei sulle spalle del guerriero vincitore, la giovane non riuscì a trattenere il proprio disperato dolore. Affrontò il fratello con accenti di rimprovero così aspri da costringerlo a sfoderare l’arma, la stessa con cui aveva difeso Roma e ad ucciderla.
Un atto fratricida punibile con la morte per la Legge di Roma.
Orazio, infatti, fu condannato a morte. Il giovane, però, si appellò al Popolo di Roma per un giudizio finale e il Popolo lo assolse, evitandogli la scure.
A Roma il popolo, all’epoca, era ancora davvero sovrano, ben lo sappiamo. Come sappiamo che, in realtà, quell’episodio appartiene più alla leggenda che alla Storia, poiché la città di Albalonga finì rasa al suolo e il suo Re messo a morte.
Albalonga… la città degli Avi, fondata da Ascanio, figlio di Enea, da cui Roma si vantava di trarre i natali.

DONNE nella Storia e nel mito: AGAR

AGAR
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Figura biblica femminile fra le più controverse. Forse la più controversa. Perfino nel significato del nome: amarezza, straniera, fuggitiva, nell’intrepazione egizia, ebraica o araba.
Sempre tracciata da mano maschile, mai femminile.
Eppure oggi questa figura, come disse in un’intervista la scrittrice pakistana Thamina Durrani (autrice del libro Schiava di mio marito), è stata scelta come simbolo islamico per rappresentare l’impegno delle donne musulmane di uscire da una condizione di dipendenza ed immobilismo .
Ma non solamente delle donne musulmane.
Agar è una donna che, rispetto ai costumi del tempo, si pone in una posizione critica mettendo in discussione privilegi (maschili e femminili) ed offrendo spunto per riflettere sulla condizione femminile.
Ma chi é il personaggio Agar?
La tradizione ce la consegna quale schiava di Sarai, Sposa Primaria di Abramo, capo del popolo degli Ibrihim (figli di Abramo) rifugiati in Egitto durante una carestia.
Secondo il racconto biblico durante la sua permanenza in Egitto Abramo acquistò servi serve e qualcuno ipotizza che Agar fosse tra queste.
La prima domanda che viene spontanea é: poteva una persona appartenente al popolo dominante essere schiava di una persona appartenente al popolo ospite e dominato?
Fra le tante leggende sorte intorno a questa figura (di cui non esistono tracce né prima né dopo questi fatti) una la vuole figlia del Faraone che si era invaghito di Sarai. La ragazza si sarebbe talmente affezionata a quella donna dai gusti raffinati (Sarai era di origine mitanne: una babilonese) assai diversa dalle donne egiziane, da averla voluto seguire quando Abramo lasciò l’Egitto… come andò a finire lo vedremo presto!

Agar: schiava o sposa?
Sposa, sorella, serva… (solo madre, con ben altra funzione) erano termini che si attribuivano indipendentemente alla donna.
Nella cultura ebraica Agar é soltanto la schiava di Sarai, per quella islamica, invece, é la Sposa Secondaria del Patriarca.
Nella Genesi Sarai dice al marito – verso 16:2
“Ecco, il Signore mi ha fatta sterile, ti prego vai dalla mia serva: forse avrò un figlio da lei.”
La consuetudine glielo consentiva: in caso di sterilità il figlio nato dalla schiava, partorito sulle sue ginocchia come dal proprio grembo, le apparteneva. Era suo figlio!
Oggi un simile costume è considerato una violenza inaccettabile. Per entrambe le donne: per il dolore e la mortificazione di Sara e per l’oltraggio su Agar.
La donna sterile all’epoca era considerata una sciagura per la famiglia e Sarai era sterile.

Sarai non può adempiere alla promessa di Dio di fare di Abramo “Il Padre di una grande Nazione”: la sua sterilità compromette il Disegno Divino, che è il tema dominante di tutto il racconto. Ed é proprio Sarai ad intervenire.
Abramo resta nell’ombra. Egli “ascolta la voce di Sarai” quasi fosse un personaggio secondario del dramma.
Ma le due donne non sono alleate e quell’atto genera conflitti e rivalità. Ogni diritto viene calpestato: Agar diventa un oggetto, uno strumento da usare.
Anche i termini “prendere” “dare” … utilizzati quando si parla di lei, sarebbero per una donna dei giorni nostri, oltremodo offensivi.

Agar, riporta la tradizione biblica, si insuperbisce e si carica di arroganza quando resta incinta e Sarai si lagna con Abramo il quale, ancora una volta:
“E’ la tua schiava ed é in tuo potere, fanne che cosa vuoi.” dice, rientrando nuovamente fra le quinte e lasciando la scena del dramma alle due donne.
“Sarai la maltrattò tanto che quella se ne andò.” riporta testualmente la scrittura.
Sara é forte, ma Agar é ribelle. Scappa, ma poi ritorna; si umilia e restituisce il prestigio all’altra.

“Quanta sofferenza, quanta angoscia e desolazione ha causato Agar con la sua complicità nell’intento di dare un erede ad Abramo” – Genesi 15 -4:5.
Quasi una aticipazione alla tribolazione che verrà: quella rivalità di Popoli che ha attraversato i secoli ed ha raggiunto i nostri giorni. Rivalità di Popoli che ha avuto origine proprio dalla rivalità di quelle due donne: Sarai, gelosa e prepotente e Agar, intollerante e ribelle.
La rottura finale giunge, però, con la rivalità dei figli: Ismaele, il figlio di Agar e Isacco, il figlio di Sarai e ancora una volta Abramo ascolta Sarai, che adesso é diventata Sara, cioé Signora-Regina:
“Scaccia quella schiava e suo figlio perché il figlio di quella schiava non sia erede con mio figlio.”
Abramo scaccia Agar e Ismaele.

L’analisi finale del racconto può sembrare addirittura un gesto spietato e immorale: scacciare un figlio e votarlo a morte quasi sicura.
“Abramo le dà del pane e un otre d’acqua.” – Genesi 21 8:4
Ai nostri poveri occhi ciechi non pare vi sia della morale in questo gesto: un otre e del pane per affrontare da soli il deserto?
In realtà, per il credente, il disegno divino non si conclude con la cacciata di Agar. Agar e Ismaele non periranno nel deserto: in loro soccorso arriverà l’Angelo il cui intervento condurrà all’adempimento delle Promesse Divine:
“Io farò diventare una grande nazione anche il figlio della tua schiava che é tua prole”
la stessa Promessa fatta per Isacco:
“Farò di lui il Padre di una grande nazione.”

Ma qui un’altra domanda é d’obbligo: Chi… o Cosa é l’Angelo?
Chi ha soccorso veramente Agar e Ismaele? La Provvidenza Divina… Certo!
Lo dice la tradizione biblica, lo conferma quella islamica attraverso alcuni riti del pellegrinaggio alla Mecca, la corsa attraverso le collinette di Safa e Marwa, che rievocano l’affannosa corsa di Agar alla ricerca di acqua per dissetare il figlio: Agar é forte. Agar é coraggiosa. Agar non si arrende. Agar ha sempre dovuto conquistarsi ogni cosa.
Agar e Ismaele non sono più tornati alle querce di Mambre, ma sono rimasti nel deserto del Paron. Nessuna notizia, nessun cenno su quel ritorno, solo che “sua madre gli (a Ismaele) prese una moglie del paese d’Egitto.”
Questo potrebbe far supporre che siano tornati in Egitto o rimasti in terra di Sinai, il cui territorio di frontiera era disseminato di avamposti militari egiziani… questo, però, conduce inevitabilmente ad altre supposizioni.

note dell’autrice:
prossimamente in uscita il libro: “AGAR” di Maria Pace tradotto e lanciato sul mercato americano e inglese.

DONNE: nella Storia e nel Mito – Didone-Alissa Regina di Cartagine

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Di questo personaggio, che ondeggia tra storia e leggenda, si sarebbe persa ogni traccia o ricordo, se non avesse avuto un cantore d’eccezione come Virgilio.
Grazie a lui, poeti e scrittori, pittori e musicisti l’hanno resa immortale.
Didone, la mitica fondatrice di Cartagine, che il mito più antico chiama Elissa, è un personaggio epico, energico e quasi virile nel vigore dello spirito e nella risolutezza delle opere. E’ una donna energica, intelligente ed astuta.
Virgilio, però, fa di lei l’eroina di un dramma amoroso orchestrato e diretto dal Fato.
Chi era veramente la nostra eroina? La Elissa, cioè Allizah la Consacrata del mito più antico oppure la Didone, cioè la Virago
del mito virgiliano?

Sia Storia oppure Leggenda, la Elissa-Didone dell’antico mito era una donna dignitosa, forte e astuta.
Primogenita di Belo, re di Tiro, alla morte del padre ne ereditò il trono assieme al fratello Pigmalione.
Per nulla disposto a dividere il trono con la sorella, Pigmalione fece uccidere Sicheo, il ricchissimo ed amatissimo sposo di lei e prese il potere da solo.
Per evitare una guerra civile la Regina decise di lasciare Tiro ed iniziare un peregrinare nel Mediterraneo in cerca di una nuova patria.

La necessità aguzza l’ingegno, recita un adagio e la bella Elissa dette subito prova di quanto ingegno fosse dotata.
Per lasciare Tiro aveva bisogno di navi e lei non ne disponeva. Allora montò un’efficace quanto astuta messinscena per raggirare il fratello. Gli chiese un incontro per discutere e trovare un accordo e Pigmalione precipitò nella rete con l’intelletto offuscato dalla cupidigia per le di lei ricchezze.
Egli inviò immediatamente uomini e navi a prelevarla, ma la notte stessa in cui le navi approdarono nel porto, Elissa-Didone fece caricare di nascosto a bordo tutte le sue ricchezze, lasciando in bella mostra sul ponte una gran quantità di sacchi contenenti sabbia, facendo credere che l’oro fosse là dentro.
Appena le navi ebbero raggiunto il mare aperto, la Regina ordinò ai suoi uomini di gettare nelle acque l’ingente ricchezza gridando
“… meglio in mare che nelle mani infide ed indegne di Pigmalione.”
In realtà si trattava solo dei sacchi pieni di sabbia.
Timorosi della reazione del loro Re, gli uomini di Pigmalione preferirono mettersi al servizio della Regina piuttosto che tornare al cospetto del Re e puntarono la prua delle navi in direzione della prima isola.
Dopo lungo (o breve) peregrinare, le navi raggiunsero le coste della Libia ed ancora una volta la bella ed astuta Regina pose in atto un piano assai ingegnoso.
Ottenne da Jarba, un principe locale, un terreno su cui edificare la sua casa: “… grande quanto ne poteva contenere una pelle di bue”.
Jarba accettò ed Elissa lo mise elegantemente “nel sacco”.
Fece tagliare in striscioline finissime una pelle di bue e con esse tracciò un perimetro che conteneva tutta la collina e la campagna circostante.
Su quel terreno la Regina edificò la sua città: Cartagine o Birse, che in greco significa “Pelle di bue” e in fenicio vuol dire “Collina”.

Bella, affascinante, ricca e potente, la Regina di Cartagine attirò immediatamente le mire di molti pretendenti. Primo fra tutti, quelle dello stesso principe Jarba il quale giunse a minacciarla di muoverle guerra se non l’avesse accettato come sposo.
Elissa-Didone finse di accondiscendere alle richiese e chiese ed ottenne di aspettare la fine del periodo di vedovanza. Quando giunse il giorno della scelta di uno sposo, la Regina, ancora innamorata del marito e fedele al giuramento di non sostituirlo con un altro uomo si trafisse con una spada.
Come un grande Sovrano aveva compiuto la sua impresa e non desiderava altro.

Il tardo mito, però, la vuole identificata con la donna che seguì Enea profugo a Cartagine dopo la fuga da Troia e che, abbandonata, si uccise e si gettò sul rogo lanciando imprecazioni.
Plutarco per primo respinse questa versione dei fatti resi da Virgilio, insostenibile sia per il carattere della donna che per inesattezza cronologica.
Non si tratta più del personaggio Elissa-Didone, ma piuttosto di Didone-Elissa.
Non solo Virgilio, ma anche Ovidio ne fa un personaggio da tragica-commedia.
La Didone-Elissa di Ovidio non è né epica, né mitica e tantomeno regale.
E’ una “relicta”. E’ una donna che piange e si dispera; chiede ed implora.
La Didone-Elissa di Ovidio non è l’astuta, battagliera conduttrice, fondatrice di città, che tiene a bada popolazioni avversarie, ma una donna che per amore perde ragione e dignità.
Il personaggio non ci appare eroico come nell’antico mito, ma vinto e un po’ patetico: non è più quello di una Regina gloriosa, ma di una donna fragile sopraffatta dalla passione ed accecata da un dolore senza tregua né espedienti: neppure quello abile, ma inutile, di un presunto figlio in arrivo per trattenere l’amato.
Proprio un piccolo espediente da piccola donna!
Didone-Elissa è, dunque, una donna appassionata, fragilmente femminile e in preda alla passione, che alla fine fa dire al suo poeta:
“il motivo della morte e la spada fornì Enea
ma con la sua stessa mano si tolse la vita Didone.”
Didone-Elissa, infatti, si uccide con la spada che lo stesso Enea le aveva donato.

“Per te solo ho distrutto il pudore e la fama di prima
per la quale solo io salivo al cielo” dirà Virgilio, donandole l’immortalità.
Didone, dunque, diventa immortale solo per essere una donna e soprattutto una donna fragile dopo essere stata una Regina gloriosa.
Didone, dunque, è un personaggio che diventa immortale grazie alla propria sconfitta.
Ma perché?
Perché Vigilio era romano e Didone, invece, cartaginese. E perché Roma e Cartagine erano eterne nemiche.
Ma anche perché la morte di questa Regina doveva essere il primo segno della vittoria dei romani sui cartaginesi. E non doveva essere la “storia” dello scontro fra le due Potenze, bensì la “leggenda d’amore” fra due personaggi mitici finita in dramma.
Doveva essere così, perché l’EPILOGO della “Leggenda” di Didone e di Cartagine, doveva costituire il PROLOGO della “Storia” di Roma.