Davide ed Abigail… le astuzie di un donna

Che cos’è l’astuzia?
Non potrebbe essere la virtù di chi non ha il potere, ma le qualità per procurarselo?
Si dice che l’astuzia sia una virtù soprattutto femminile
Ed è proprio delle “astute manovre”  di una donna che intendo parlare: la biblica Abigail

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ABIGAIL

Visse ai tempi di Davide, quando Davide, pur essendo già considerato l’eroe nazionale per aver ucciso Golia, non era ancora colui che per la Bibbia rappresenta il personaggio più importante dopo Mosè.
All’epoca Davide, perseguitato dalla gelosia di re Saul, s’era trasformato in un fuorilegge che aveva raccolto intorno a sé tutti gli scontenti e i malumori che caratterizzano ogni epoca. Diventato il loro capo, viveva tra i monti, taglieggiando tutto il territorio, come qualunque banda di fuorilegge, per mantenere se stesso e  i suoi seguaci con le loro famiglie: un particolare della sua vita che si ignora o si tende a minimizzare.
Fu il caso che pose sul suo cammino la bella Abigail, moglie di Nabal, che la Bibbia dipinge malvagio, ma soprattutto stolto.
Questo Nabal viveva nel territorio del Maon ed era molto, ma molto ricco: una ricchezza che attirò su di lui l’attenzione di Davide.
Davide, infatti, inviò un gruppo di uomini a chiedere al ricco Nabal di cedergli un po’ di quella  ricchezza: provviste per sé e i suoi seguaci.
Lo fece, bisogna riconoscere, con gentilezza ed educazione, ma si trattava pur sempre di un atto di banditismo… diremmo oggi.

Nabal, però, era un uomo assai egoista. (un antico Mastro don Gesualdo) e per tutta risposta, occupato nella tosatura delle sue pecore, fece sapere al famoso fuorilegge che non aveva nessuna intenzione di donare
“a chi non so neppure da dove venga”, acqua, pane e carne, destinati ai suoi tosatori.
Il rifiuto mandò in collera Davide che ordinò a 400 dei suoi uomini di armarsi per una spedizione punitiva molto severa e, dice la Bibbia. “.. non sarebbe rimasto a Nabal allo spuntar del giorno neppure un maschio.”
Una carneficina, insomma. Secondo l’uso del tempo.
Un servo, però, riuscì ad avvertire Abigail, moglie di Nabal.
La bella Abigail, astutamente accorta e, forse, attratta dal bel fuorilegge, indossata la veste più ricca, gli andò incontro con un carico di pani, otri di vino, carne macellata, uva passa, fichi secchi e grappoli d’uva.
Attraverso un sentiero poco battuto raggiunse Davide e gli sbarrò la strada, poi gli si prostrò ai piedi chiedendo perdono a nome del tirchio marito.
“Egli (il marito) – disse la donna – è come il suo nome: stolto si chiama e stoltezza è in lui. Io, tua schiava, non avevo visto i tuoi giovani, mio signore, che avevi mandato.”
A queste parole, la bella Abigail ne fece seguire altre: una splendida collana di astutissime e mielate parole con cui riuscì non solo a placare la collera del bel fuorilegge, ma a conquistarne il cuore.
“Ora, mio signore, – concluse – poiché Dio ti ha impedito di venire al sangue e di farti giustizia con la tua mano, siano come Nabal (cioè, stolti) i tuoi nemici… Quando Dio avrà concesso tutto il bene che ha detto a tuo riguardo e ti avrà costituito capo d’Israele, tu vorrai ricordarti della tua schiava.”
E Davide non si scordò affatto della “sua schiava”.
Provvidenzialmente morto, Nabal, per un colpo apoplettico, soltanto dieci giorni dopo, Davide, assai sensibile al  fascino femminile (come ebbe in seguito più volte a dimostrare) inviò messaggeri alla vedova, chiedendola in moglie.
Abigail accettò, naturalmente, e divenne una delle mogli di colui che da lì a poco sarebbe diventato re Davide.

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Donne nella Storia… Teodora la Basilissa

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Sulla sua nascita non si sa nulla di preciso, neppure il luogo: la data, fissata nell’anno 500, è del tutto arbitraria.
Qualche storico le ha assegnato come patria l’isola di Cipro, qualcun altro la Siria; di sicuro si sa soltanto che è nata tra i carrozzoni di un circo: il padre, guardiano di orsi e la madre, figurante circense.
Era la secondogenita di tre sorelle.
Una figura leggendaria, questa donna, che ha avuto estimatori e denigratori fra quanti, soprattutto storici e biografi, hanno voluto stendere su di lei una favolosa quanto fantasiosa biografia.
L’essere nata sotto la tenda di un circo, ritenuto a quei tempi luogo di corruzione e vizio, ha finito per marchiarla, frettolosamente e senza possibilità di appello, come donna viziosa e lussuriosa.
Teodora non era certo una donna virtuosa, ma un più attento studio sulla sua personalità e attitudine, ci restituiscono un ritratto un po’ meno severo.
Suo maggior denigratore fu senza dubbio lo storico Procopio che, nella sua “Storia Segreta”, le attribuisce ogni sorta di vizio, perversione e delitto ed è proprio con questo marchio che il ritratto di Teodora è arrivato fino a noi.
Soltanto oggi, dopo attenta riflessione ed approfondito studio degli eventi storici in cui è vissuta, si è scoperto quanta influenza, quasi sempre positiva, questa donna abbia avuto sulle sorti dell’Impero d’Oriente.

Di una cosa si è certi: danzatrice o imperatrice, Teodora non fu mai una semplice comparsa.
Perfino nell’esordio, le due “carriere”, furono ugualmente folgoranti.
Morto il padre, la madre la “scaraventò” nella pista di un circo assieme alle sorelle, Comito ed Anastasia, a suscitare la pietà del pubblico; un pubblico diviso in due fazioni: i Verdi e gli Azzurri.
Sostenuta dagli Azzurri e osteggiata dai Verdi, appena ne ebbe l’occasione, Teodora mostrò, nei confronti di costoro, quanto vendicativo fosse il suo carattere.

Cominciò proprio in quella pista la carriera di colei che di lì a pochi anni sarebbe diventata la più celebrata stella dello spettacolo. (una Madonna dei nostri giorni.)
A diciotto anni era la Regina indiscussa dell’ Ippodromo di Bisanzio, (l’equivalente del Colosseo di Roma): uno dei due strumenti che gli Imperatori usavano per soddisfare il popolo; l’altro era il grano. Pane e Circo: Panem et Circenses.
Teodora ne era l’attrazione principale: bellissima, conturbante, intrigante, intelligente ed assolutamente priva di pudore.
La sua fama era quella di donna dissoluta e libertina (anche per i suoi tempi) e non deve stupire che le cosiddette persone per bene evitassero perfino di incontrarla per strada.
Nonostante questo, Teodora si sposò per ben due volte, prima ancora di compiere venti anni.
Il secondo matrimonio la portò ad Alessandria d’Egitto ed alla scoperta di una Cultura ed una Filosofia che ebbero su di lei una incredibile e straordinaria influenza, tanto da accendere in lei un grande mistico fervore.
Se lo storico Procopio aveva fatto di lei il simbolo del vizio e della perversione, qualcun altro pensò non solo a riabilitarla, ma addirittura ad elevarla spiritualmente: Diehl che parla di lei come di una donna diventata casta e morigerata.
Questo anelito di misticismo, però, non durò a lungo.
Teodora era una donna innamorata della vita e dell’amore. Si era sempre presa cura della propria bellezza, che l’aveva resa musa ispiratrice della sessualità maschile e desiderava continuare a farlo.
Non tardò, dunque, ad avvertire un certo disagio religioso: non poteva esserci molto in comune tra una persona come lei ed una Religione che tuonava contro i piaceri della carne e ne mortificava gli slanci naturali con rinunce e penitenze.
Teodora lasciò Alessandria per Antiochia e strada facendo finì per riprendere (per voglia o per necessità) la vecchia attività.

Fu in quel periodo che avvenne l’incontro con Giustiniano, che all’epoca non era ancora Imperatore.
A presentare i due fu Macedonia, una famosa danzatrice amica di Teodora.
Fu il classico colpo di fulmine.
Il giovane Giustiniano manifestò subito l’ntenzione di impalmarla, ma la conturbante Teodora trovò nell’imperatrice Eufemia la più grande oppositrice a quelle nozze.
Eufemia, assai gelosa del suo fascino e della sua bellezza, era anche una donna meschina e non tollerava che la grande fortuna capitata a lei, potesse arridere anche ad un’altra donna.
Sì, perché Eufemia proveniva dal più infimo strato sociale: era solamente una schiava. Era la schiava prediletta di Giustino, l’Imperatore, che aveva finito per invaghirsene e sposarla, elevandola al rango di Imperatrice.

Teodora, però, oltre che bella, intelligente ed intrignte, si rivelò essere anche fortunata: Eufemia morì l’anno successivo.
Correva l’anno 523 dell’era cristiana.
Aggirato ogni ostacolo burocratico con emanazione di Leggi nuove o abrogazione di quelle vecchie, Teodora e Giustiniano riuscirono finalmente a sposarsi.
Associato al trono dallo zio Giustino, Giustiniano divenne Imperatore d’Oriente e Teodora, la sua Imperatrice.
Le nozze furono celebrate in pompa magna nella cattedrale di Bisanzio alla presenza di un popolo festante che tributò all’Imperatrice lo stesso entusiasmo riconosciuto alla danzatrice.
Un trionfo totale per Teodora e ancora di più!
Era la rivincita della donna: Giustiniano, infatti, seguì sempre e comunque i consigli dell’Imperatrice, a cominciare dalle Leggi a favore delle donne: donne maltrattate in famiglia, malate e con pochi mezzi di sussistenza, ma soprattutto, donne dei bassifondi. Nessuno, meglio dell’Imperatrice di Bisanzio, poteva conoscere le miserevoli condizioni di vita delle donne rinchiuse nelle “case di tolleranza” che, naturalmente, furono tutte chiuse.

Politiche sociali, intrighi di corte (assai numerosi), finissimo acume, Teodora mancò solo in una “missione”: dare un erede all’Imperatore.
Di figli ne aveva avuti. Due o forse tre, ma non era di certo un bastardo che Giustiniano voleva far sedere sul trono dell’Impero d’Oriente come suo successore.
Teodora era diventata sterile; forse la vita vissuta nel vizio, forse i numerosi aborti cui si era sottoposta, forse l’età.
Medici ed osotetrici, fatti arrivare da ogni angolo dell’Impero e anche da più lontano, non riuscirono ad esserle d’aiuto.
Ricorse, a quel punto, alla magia. Sperimentò le più stravaganti quanto inutili pratiche magiche, fece arricchire fattucchiere e maghi, ma non raggiunse lo scopo.
C’era ancora una via. L’ultima. Ed era la Fede: voti e preghiere.
Allo scopo fece innalzare cattedrali, chiese e conventi, ma il Cielo continuò a tacere e restare indifferente.
Il 29 giugno del 548, Teodora la Basilissa moriva con questo unico, grande rimpianto e con un interrogativo per i posteri: fu fedele all’innamoratissimo marito?
Tutti gli storici concordano nel ritenere che prima di diventare Imperatrice, la vita di Teodora sia stata dissoluta e viziosa, ma si dividono sulla sua condotta dopo che ebbe indossato la porpora imperiale.
Possiamo affermare, però, senza dubbio di smentita, che il ritratto di donna dal sesso insaziabile, peccatrice e dissoluta, che ne fece il drammaturgo Sardon, non le rende giustizia.

Donne nella Storia – ZENOBIA Regina di Palmira

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Figura di spicco nella storia dell’Impero Romano in Oriente.
Bellezza leggendaria, occhi neri e profondi, pelle levigata, capelli raccolti in treccine secondo l’uso del tempo, Zenobia era una donna di grande fascino.
Ambiziosa, intelligente e colta, parlava diverse lingue, tra cui il latino, possedeva anche qualità di moralità, prudenza e generosità.
Figlia di Giulio Aurelio Zenobio, andò sposa ad Odenato, brillante uomo politico e militare il quale, dopo una folgorante carriera fu nominato dall’imperatore Gallieno, “Re dei Re” d’Oriente, con il compito di proteggere le frontiere dell’Impero dalle pressioni persiane.

Col marito Zenobia divise ogni cosa, dai fasti della corte alle fatiche militari. Lo seguì sui campi di battaglia nelle campagne militari contro i Persiani, lo sostenne nei Consigli di Guerra e lo accompagnò nelle battute di caccia al leone.
Femminile e seducente a corte, non disdegnava di indossare abiti militari ed elmo in testa, così come amava farsi raffigurare in statue e dipinti.
Curò personalmente l’educazione dei tre figli (di cui due di primo letto del marito) chiamando a corte i migliori maestri d’arme e di lettere.

Alla morte di Odenato, ucciso insieme al figlio Hairan a seguito di una congiura tesagli da un nipote, Zenobia assunse la Reggenza del Regno in nome del figlio Vaballato.
All’ambiziosa donna, però, il titolo di Reggente andava assai stretto: il suo sogno era quello creare un Impero d’Oriente e, di conseguenza, sottrarsi al giogo romano. Primo atto, fu quello di dichiararsi apertamente discendente della regina Cleopatra e proclamarsi Regina di Palmira.

A Roma, naturalmente, non la presero molto bene.
L’imperatore Aureliano, succeduto a Gallieno, avrebbe voluto regolare subito i conti con l’ambiziosa Regina, ma glielo impedirono le invasioni dei Goti e degli Eruli.
In verità, pur avendo fatto scalpore, l’ascesa al trono di Zenobia, in principio non era stata osteggiata, confidando nella lealtà che il marito aveva sempre dimostrato nei confronti di Roma.
La stessa Zenobia all’inizio aveva cercato di mantenere buoni i rapporti con Roma e fu solo più tardi che cominciò a tramare apertamente ed a non nascondere i suoi progetti di grandezza.
Per ragioni di opportunità politica e per la necessità di temporeggiare, l’imperatore Aureliano aveva perfino accordato al figlio di Zenobia il titolo di Dux Romanorum.
Appena sistemata la situazione in casa,l’imperatore si accinse a risolvere la faccenda.

L’esercito di Palmira e quello romano si scontrarono sulle rive dell’Oronte, dove Aureliano, grande stratega militare e generale di cavalleria, ottenne una strepitosa vittoria.
Zenobia e il suo generale, Zabdos, furono costretti a riparare ad Antiochia e poi a Emesa.
La vittoria decisiva di Aureliano avvenne proprio ad Emesa, ma Zenobia pur pesantemente sconfitta, non si arrese.
Si ritirò a Palmira e qui si preparò a sostenere un inevitabile assedio.
Aureliano le offrì una resa onorevole, ma la Regina fece l’errore di non accettare, fidando nell’aiuto delle tribù del deserto.
L’aiuto non arrivò mai: Roma aveva sottomesso o comprato tutte quelle popolazioni ed a Zenobia non restò che cercare la salvezza nella fuga assieme al figlio.
Fuggirono a dorso di dromedario, con l’aiuto di fedeli nomadi del deserto, ma furono riconosciuti e catturati e in seguito condotti a Roma; il figlio morì durante il viaggio.
Giunta a Roma, la bellissima prigioniera fu fatta sfilare come il più prezioso dei trofei, legata al carro dell’imperatore con catene d’oro.
Roma restò soggiogata dal suo fascino. L’imperatore non solamente le risparmiò la vita, ma la sistemò in una lussuosa villa a Tivoli, dove Zenobia visse come una Regina, animando le notti romane.

Donne nella Storia: BOUDICCA Regina-Guerriera

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Boudicca: dal celtico “Bouda” che significa Vittoria.
Di questa straordinaria figura di donna, elevata in Inghilterra a simbolo dell’ardimento femminile, fu Tacito a parlare per primo nei suoi “Annali”.
Riportando i costumi delle popolazioni barbariche che i romani avevano assoggettato, il grande storico, che non nascondeva una certa ammirazione per la morigeratezza di quei costumi, ebbe ad esprimersi così:
“… sanno scegliersi i capi migliori e obbediscono al loro Comandante… hanno fiducia nel Comandante più che nella massa dell’esercito.”

Questo, forse, spiega l’ascendente di questa straordinaria donna, eletta Comandante, sulla propria gente.

Boudicca era la Regina degli Iceni, una popolazione della Britannia e il suo nome non avrebbe ispirato poeti e scrittori, pittori e cineasti, se quanto segue non fosse avvenuto.
Prosutago, re degli Iceni, uomo avveduto e lungimirante, viveva in pace con Roma.
Unico difetto agli occhi dei conquistatori romani, la sua ingente ricchezza.
Presago di quanto poteva accadere (e sarebbe accaduto) e nella speranza di allontanare mire e sciagure dal Regno e dalla sua famiglia, il Re compì un atto che ne decretò, invece, la rovina: nominò erede delle sue ricchezze le due giovanissime figlie e la persona di Cesare.

Alla sua morte il Regno fu annesso all’Impero e ridotto a Provincia di Roma; i beni furono confiscati e gli schiavi portati via.
Centurioni e soldati piombarono sulla casa del Sovrano come famelici avvoltoi, depredandola e devastandola come se fosse una preda di guerra.
Boudicca, donna energica e coraggiosa, dal carattere fiero e battagliero, si oppose a tanta devastazione, prese le armi e si scagliò contro gli aggressori.
La reazione dei legionari fu violentissima. Sopraffatta e disarmata, la Regina degli Iceni fu sottoposta ad inaudita umiliazione davanti alla sua gente: denudata, fu selvaggiamente frustata, mentre le due giovanissime figlie venivano stuprate.

Non solo Boudicca e le sue figlie subirono oltraggio, ma molte delle famiglie dei notabili iceni, i quali si unirono tutti intorno alla Regina e prepararono una rivolta in cui trascinarono altre popolazioni.
Tra queste, vi era la tribù dei Trinovanti, scacciati dalle loro terre, a Camulodunum, per far posto ai legionari veterani ivi sistemati dall’imperatore.
Qui, l’imperatore Claudio aveva fatto perfino innalzare un Tempio per il proprio culto.
La rivolta ebbe inizio proprio a seguito di un evento accaduto nel Tempio: la statua della Vittoria era caduta all’indietro.
Il fatto fu considerato un evento prodigioso sia dalle popolazioni indigene che dai romani, soprattutto le donne. Non dai soldati, né dal Procuratore il quale, alle richieste d’aiuto, si limitò ad inviare pochi soldati e male armati.
Alla guida dei rivoltosi, Boudicca sferrò un primo attacco al presidio, arrecando morte e distruzione; in un secondo attacco, il Tempio, in cui si erano rifugiati gli ultimi superstiti, cadde dopo due soli giorni di resistenza.

Ebbe inizio la leggenda di Boudicca, regina-guerriera.
Alta, statuaria, i lunghissimi capelli rossi e sciolti sulle spalle, gli occhi fiammeggianti di furore, Boudicca incuteva davvero terrore. Indossava sempre una tunica ed un mantello trattenuto da una borchia ed una spessa catena d’oro al collo; in mano reggeva l’inseparabile ed infallibile lancia.
Seguirono epiche battaglie che la videro sempre vincitrice: a Londinium (l’odierna Londra), a Verulanio e ad altre località, dove apportò sempre massacri e devastazioni ed in cui perirono, si disse, almeno settantamila persone, poiché l’ordine era di non fare prigionieri.

Il Legato, Paolino Svetonio, riuscì finalmente ad organizzare l’offensiva.
I due schieramenti si trovarono di fronte in una zona impervia della Britannia: i Romani, compatti e forti di fanteria e cavalleria e i Britanni, un po’ sparpagliati e con le famiglie che si erano portati dietro. Sui carri, dal bordo del campo, le donne assistevano alla battaglia; tra loro c’erano anche le due giovanissime figlie della Regina.
La battaglia fu violenta, ma l’esito scontato: a contrastare la rivolta, era stata inviata la XIV Legione Romana, la più forte e agguerrita. L’affiancavano i migliori combattenti dell’Impero, i quali non si astennero dal massacrare neppure le donne.
I morti furono più di ottantamila.
Sopraffatta così pesantemente, la regina Boudicca si suicidò con il veleno.

Donne nella Storia e nel Mito: ORAZIA

ORAZIA
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Ci sono nomi, miti e leggende che si ricordano fin dai banchi di scuola: Orazio Coclite, Muzio Scevola, Clelia… gli Orazi e i Curiazi… Chi non li ricorda?
Ma quanti ricordano, ad esempio, la tragica figura di Orazia, sorella di quell’Orazio vincitore dell’epico duello?
Per chi l’avesse dimenticato, stiamo parlando dell’episodio che pose fine alla guerra tra Roma ed Albalonga, al tempo di re Tullio Ostilio.
Ricordiamo bene che per porre fine alle ostilità si decise di affidare le sorti delle armi dei due eserciti ad un unico, semplice duello fra tre giovani gemelli romani, gli Orazi e tre giovani gemelli albalongani, i Curiazi.
Sappiamo che da un primo violento scontro due degli Orazi ne uscirono senza vita e che i tre Curiazi, pur feriti, si trovarono a fronteggiare un unico avversario. Sappiamo anche come quest’ultimo riuscì a mettere nel sacco gli avversari, fingendo di fuggire ed affrontandoli uno per volta e uccidendoli tutti e tre.
Ma che cosa accadde dopo?
Spesso le leggende tacciono su certi aspetti o particolari.
La leggenda degli Orazi e Curiazi ha preferito tacere sulla grande, ma contrastata e negata storia d’amore tra uno dei Curiazi ed Orazia, sorella degli Orazi.
Era una profonda storia d’amore che avrebbe anche potuto dare un epilogo diverso alle ostilità fra le due città, se la politica della nuova nascente potenza non fosse stata quella della conquista.

Tornando a Roma da vincitore e con addosso le spoglie dei vinti, Orazio si imbatté nella sorella in trepida attesa, divisa da opposti sentimenti.
Alla vista dei trofei sulle spalle del guerriero vincitore, la giovane non riuscì a trattenere il proprio disperato dolore. Affrontò il fratello con accenti di rimprovero così aspri da costringerlo a sfoderare l’arma, la stessa con cui aveva difeso Roma e ad ucciderla.
Un atto fratricida punibile con la morte per la Legge di Roma.
Orazio, infatti, fu condannato a morte. Il giovane, però, si appellò al Popolo di Roma per un giudizio finale e il Popolo lo assolse, evitandogli la scure.
A Roma il popolo, all’epoca, era ancora davvero sovrano, ben lo sappiamo. Come sappiamo che, in realtà, quell’episodio appartiene più alla leggenda che alla Storia, poiché la città di Albalonga finì rasa al suolo e il suo Re messo a morte.
Albalonga… la città degli Avi, fondata da Ascanio, figlio di Enea, da cui Roma si vantava di trarre i natali.

DONNE nella Storia e nel mito: AGAR

AGAR
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Figura biblica femminile fra le più controverse. Forse la più controversa. Perfino nel significato del nome: amarezza, straniera, fuggitiva, nell’intrepazione egizia, ebraica o araba.
Sempre tracciata da mano maschile, mai femminile.
Eppure oggi questa figura, come disse in un’intervista la scrittrice pakistana Thamina Durrani (autrice del libro Schiava di mio marito), è stata scelta come simbolo islamico per rappresentare l’impegno delle donne musulmane di uscire da una condizione di dipendenza ed immobilismo .
Ma non solamente delle donne musulmane.
Agar è una donna che, rispetto ai costumi del tempo, si pone in una posizione critica mettendo in discussione privilegi (maschili e femminili) ed offrendo spunto per riflettere sulla condizione femminile.
Ma chi é il personaggio Agar?
La tradizione ce la consegna quale schiava di Sarai, Sposa Primaria di Abramo, capo del popolo degli Ibrihim (figli di Abramo) rifugiati in Egitto durante una carestia.
Secondo il racconto biblico durante la sua permanenza in Egitto Abramo acquistò servi serve e qualcuno ipotizza che Agar fosse tra queste.
La prima domanda che viene spontanea é: poteva una persona appartenente al popolo dominante essere schiava di una persona appartenente al popolo ospite e dominato?
Fra le tante leggende sorte intorno a questa figura (di cui non esistono tracce né prima né dopo questi fatti) una la vuole figlia del Faraone che si era invaghito di Sarai. La ragazza si sarebbe talmente affezionata a quella donna dai gusti raffinati (Sarai era di origine mitanne: una babilonese) assai diversa dalle donne egiziane, da averla voluto seguire quando Abramo lasciò l’Egitto… come andò a finire lo vedremo presto!

Agar: schiava o sposa?
Sposa, sorella, serva… (solo madre, con ben altra funzione) erano termini che si attribuivano indipendentemente alla donna.
Nella cultura ebraica Agar é soltanto la schiava di Sarai, per quella islamica, invece, é la Sposa Secondaria del Patriarca.
Nella Genesi Sarai dice al marito – verso 16:2
“Ecco, il Signore mi ha fatta sterile, ti prego vai dalla mia serva: forse avrò un figlio da lei.”
La consuetudine glielo consentiva: in caso di sterilità il figlio nato dalla schiava, partorito sulle sue ginocchia come dal proprio grembo, le apparteneva. Era suo figlio!
Oggi un simile costume è considerato una violenza inaccettabile. Per entrambe le donne: per il dolore e la mortificazione di Sara e per l’oltraggio su Agar.
La donna sterile all’epoca era considerata una sciagura per la famiglia e Sarai era sterile.

Sarai non può adempiere alla promessa di Dio di fare di Abramo “Il Padre di una grande Nazione”: la sua sterilità compromette il Disegno Divino, che è il tema dominante di tutto il racconto. Ed é proprio Sarai ad intervenire.
Abramo resta nell’ombra. Egli “ascolta la voce di Sarai” quasi fosse un personaggio secondario del dramma.
Ma le due donne non sono alleate e quell’atto genera conflitti e rivalità. Ogni diritto viene calpestato: Agar diventa un oggetto, uno strumento da usare.
Anche i termini “prendere” “dare” … utilizzati quando si parla di lei, sarebbero per una donna dei giorni nostri, oltremodo offensivi.

Agar, riporta la tradizione biblica, si insuperbisce e si carica di arroganza quando resta incinta e Sarai si lagna con Abramo il quale, ancora una volta:
“E’ la tua schiava ed é in tuo potere, fanne che cosa vuoi.” dice, rientrando nuovamente fra le quinte e lasciando la scena del dramma alle due donne.
“Sarai la maltrattò tanto che quella se ne andò.” riporta testualmente la scrittura.
Sara é forte, ma Agar é ribelle. Scappa, ma poi ritorna; si umilia e restituisce il prestigio all’altra.

“Quanta sofferenza, quanta angoscia e desolazione ha causato Agar con la sua complicità nell’intento di dare un erede ad Abramo” – Genesi 15 -4:5.
Quasi una aticipazione alla tribolazione che verrà: quella rivalità di Popoli che ha attraversato i secoli ed ha raggiunto i nostri giorni. Rivalità di Popoli che ha avuto origine proprio dalla rivalità di quelle due donne: Sarai, gelosa e prepotente e Agar, intollerante e ribelle.
La rottura finale giunge, però, con la rivalità dei figli: Ismaele, il figlio di Agar e Isacco, il figlio di Sarai e ancora una volta Abramo ascolta Sarai, che adesso é diventata Sara, cioé Signora-Regina:
“Scaccia quella schiava e suo figlio perché il figlio di quella schiava non sia erede con mio figlio.”
Abramo scaccia Agar e Ismaele.

L’analisi finale del racconto può sembrare addirittura un gesto spietato e immorale: scacciare un figlio e votarlo a morte quasi sicura.
“Abramo le dà del pane e un otre d’acqua.” – Genesi 21 8:4
Ai nostri poveri occhi ciechi non pare vi sia della morale in questo gesto: un otre e del pane per affrontare da soli il deserto?
In realtà, per il credente, il disegno divino non si conclude con la cacciata di Agar. Agar e Ismaele non periranno nel deserto: in loro soccorso arriverà l’Angelo il cui intervento condurrà all’adempimento delle Promesse Divine:
“Io farò diventare una grande nazione anche il figlio della tua schiava che é tua prole”
la stessa Promessa fatta per Isacco:
“Farò di lui il Padre di una grande nazione.”

Ma qui un’altra domanda é d’obbligo: Chi… o Cosa é l’Angelo?
Chi ha soccorso veramente Agar e Ismaele? La Provvidenza Divina… Certo!
Lo dice la tradizione biblica, lo conferma quella islamica attraverso alcuni riti del pellegrinaggio alla Mecca, la corsa attraverso le collinette di Safa e Marwa, che rievocano l’affannosa corsa di Agar alla ricerca di acqua per dissetare il figlio: Agar é forte. Agar é coraggiosa. Agar non si arrende. Agar ha sempre dovuto conquistarsi ogni cosa.
Agar e Ismaele non sono più tornati alle querce di Mambre, ma sono rimasti nel deserto del Paron. Nessuna notizia, nessun cenno su quel ritorno, solo che “sua madre gli (a Ismaele) prese una moglie del paese d’Egitto.”
Questo potrebbe far supporre che siano tornati in Egitto o rimasti in terra di Sinai, il cui territorio di frontiera era disseminato di avamposti militari egiziani… questo, però, conduce inevitabilmente ad altre supposizioni.

note dell’autrice:
prossimamente in uscita il libro: “AGAR” di Maria Pace tradotto e lanciato sul mercato americano e inglese.

DONNE nella Storia e nel mito: ATALIA

ATALIA

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Una delle figure femminili più cupe della Bibbia e della Storia è senza dubbio Atalia, sposa di Joram, re di Giudea e figlia di Akab o, forse, di Omri, padre di questi, re di Israele.
E’ da notare che la Bibbia non ha finalità storiografiche e manca, perciò, di stretto rapporto tra narrazione e storIa, così da generare variazioni e imprecisioni come questa.

Il regno di Joram iniziò con un vero bagno di sangue, egli fece trucidare tutti i fratelli per eliminare possibili pretendenti al trono.
Contro la coppia si scaglieranno gli strali del profeta Elia, per la loro condotta idolatra e per l’introduzione di riti pagani.
Ancora sarebbe da far notare che il Profeta era già morto, ma questo non fa che confermare quanto già detto sul rapporto Storia-Bibbia.
Rimasto, il Regno di Giudea, tragicamente vuoto con la morte di Joram e di suo figlio Acazia, ecco entrare in scena l’ambiziosa Regina la quale, come già aveva fatto il marito, fece il vuoto intorno al trono, facendo uccidere tutti i figli del Re, ossia, i suoi stessi nipoti.
Soltanto uno, il piccolo Joas, dei figli di suo figlio, riuscì a scampare al massacro.
Josabeat, una delle figlie di Acazia, sposa del sacerdote Ioiada, riuscì a portarlo via dal luogo della strage ed a nasconderlo per sei anni all’interno del Tempio.
Il popolo, però, era molto scontento di questa Regina sanguinaria e ambiziosa ogni oltre misura. Non fu difficile, dunque, a Joiada, il cui nome significa “JHWH sa”, scatenare una rivolta contro di lei.
Joiada organizzò la rivolta in ogni particolare e infine presentò il ragazzo al popolo radunato intorno al Tempio; gli pose sul capo la corona e gli affidò le insegne del comando e infine lo proclamò Re al grido di: “Viva il Re”
Nell’udire le grida di acclamazione del popolo, Atalia corse al Tempio, urlò al tradimento, ma non riuscì a scampare alla condanna a morte che fu eseguita, a fil di spada, fuori del Tempio.