GLI ANTICHI BABILONESI e… l’Amore Libero

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L’istituzione della famiglia e del matrimonio, con la sua stabilità e continuità, era riconosciuta in Babilonia come in ogni altro Paese dell’antichità, soprattutto per assicurarsi la procreazione: un contratto studiato e firmato quasi sempre dai genitori degli interessati.
Essendo una società fortemente patriarcale, all’interno di questa famiglia la donna era completamente sottomessa all’uomo che, in caso di sterilità femminile (quella maschile non era neppure contemplata) poteva tranquillamente ricorrere al ripudio. Salvo scappatoie quali l’utilizzo di una “sostituta”, una donna, cioè, che mettesse al mondo figli al posto della moglie. (solitamente una schiava)
Si capisce, dunque, che il matrimonio non fosse monogamo e che la poligamia fosse, invece, riconosciuta e praticata.
L’uomo poteva avere più mogli e concubine; tutte, però, subordinate alla prima moglie.
Il fatto che il matrimonio fosse un contratto non escludeva, naturalmente, coinvolgimento erotico, emotivo o di innamoramento, ma, in mancanza, questo lo si poteva trovare tranquillamente al di fuori e senza problemi. Non c’erano freni morali o religiosi e non esisteva il concetto di peccato.
Esisteva, naturalmente, un Diritto che tutelava le norme all’interno dell’istituzione matrimoniale, ma bisogna riconoscere che era alquanto discriminatorio: tutto quello che si accordava all’uomo, si vietava alla donna, la quale, però, riusciva sempre a trovar qualche scappatoia.
L’esempio, in realtà, veniva già dalla Religione. Dei e Dee erano stati creati ad immagine e somiglianza degli uomini e con gli stessi pregi e gli stessi difetti ed avevano spose, concubine ed amanti. Esisteva, perdipiù, una Dea, Ishtar, in cui si finì per identificare tutti gli aspetti dell’Amore, facendone una Divinità predominante e dedicandole un culto assai particolare , il cui rituale chiamava sempre in causa Amore e Sesso.
Amore e sesso libero. Non sancito da clausole contrattuali come l’isitituzione del matrimonio e praticato sia da uomini che da donne.
La prostituzione, poiché di prostituzione si tratta, aveva, però, caratteri molteplici e differenti e una prima distinzione possiamo farla in: prostituzione sacra e prostituzione profana.
Alla prostituzione religiosa, divisa in gruppi e categorie, appartenevano, fra le altre, le “Qadistu” o Consacrate e le “Ishtaritu” o Votate-a-Ishtar, le quali, con molta probabilità, vivevano nei Santuari della Dea o in congregazioni e centri chiusi.
Si trattava di donne che esercitavano il mestiere dell”Amore-libero per scelta ma anche per consacrazione alla Dea fin dalla tenera età, ma non era raro neppure il caso di donne sposate che abbandonavano il marito per entrare in una di quelle strutture.
Benché la loro prestazione fosse riconosciuta ed apprezzata, a queste donne vennero imposte delle regole per farsi riconoscere. Soprattutto per strada.
L’uso del velo era loro interdetto e dovevano, invece, acconciarsi in maniera vistosa e particolare, sì da farsi riconoscere immediatamente.
Quelle che non vivevano in centri chiusi, avevano obbligo di residenza in periferia ed era in locali come taverne che era facile incontrarle.
Qui si incontravano anche prostituto maschi, ma era facile incontrarli anche nei Santuari o nelle congregazioni, nonché presso case private.
Sacerdoti della dea Ishtar, li definì abusivamente qualche storico; in realtà si trattava di prostituti o travestiti che concedevano prestazioni sessuali in cambio di denaro.
Costoro venivano anche impiegati in cerimonie sacre e processioni come attori, mimi, cantori, ecc.. senza alcuna implicazione morale o infamante.
Nessuna disapprovazione, dunque, nei confronti dell’Amore libero, ma tolleranza ed aperta approvazione ad una istituzione considerata indice di alto livello di civiltà e cultura: Amore libero, uguale progresso e benessere psico-fisico.

Questa l’opinione per chi “beneficiava” dell’ amore libero. Ma per chi, invece, “vendeva” l’amore libero? Soprattutto quello praticato non nel santuario, ma nella taverna?
Ecco quale giudizio ci tramanda in proposito l’antico babilonese.
“Vieni, cortigiana, ché ti dica il tuo destino.
Mai ti formerai un focolare felice.
Mai ti introdurrai in un Harem.
Vivrai nella solitudine.
Risiederai accanto alle mura della città.
Ubriachi e ubriaconi potranno oltraggiarti.”
I professionisti dell’amore libero, donne e maschi, le cui prestazioni erano cercate e apprezzate quale testimonianza di un alto livello culturale, erano in realtà disprezzati ed emarginati.
Sarebbe sbagliato, però, pensare che lo fossero per motivi di moralità. La morale era un concetto totalmente assente. Era, piuttosto, l’opportunità e la convenienza: una prostituta non sarebbe mai stata una buona madre e una buona madre non sarebbe diventata mai una prostituta.
Era soprattutto il Destino, che assegnava ad ogni creatura un ruolo fin dalla nascita e il ruolo della donna era quello di fare la moglie e la madre. Erano gli Dei, che programmavano la vita e il suo funzionamento.
La creatura che si sottraeva al proprio destino o al programma divino, sminuiva se stessa e destinava se stessa ad una esistenza inferiore e disprezzata: la donna che rifiutava il suo ruolo di sposa e madre, era detinata a diventare un essere inferiore.
Tutto logico, per gli antichi babilonesi, artefici di una società profondamente maschilista sotto l’influenza del “Destino”.

ANTICA GRECIA – Il Paredro della Regina… ossia il Principe Consorte

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Il Paredro della Regina… ossia il Principe Consorte.

L’epoca era quella matriarcale e il potere era nelle mani della Ninfa-tribale o, come si dirà più tardi, Regina. La successione al trono avveniva, dunque, per via femminile e matrilineare e il trono apparteneva alla figlia della Regina-Madre.
Per giungerere ad occupare quel trono le vie erano due: diritto di successione della più giovane delle figlie della Regina oppure disputa di una gara di corsa fra le ragazze più giovani e nobili.
Non esisteva un vero Re, poiché la Regina non aveva un vero sposo, ma solo amanti che si sceglieva fra le più bella e forte gioventù. Questi diventava Re-Sacro o Paredro, in quanto “marito” della Regina ma era destinato ad una morte rituale dopo un periodo di regno di 13 mesi, affinché il suo sangue fecondasse la terra.
Il sacrificio annuale del Re-Sacro si consumava nel giorno che seguiva il giorno più corto dell’anno terrestre (e non dell’anno lunare) e le modalità erano varie nelle diverse località. In Tracia, ad esempio, veniva fatto a pezzi da donne invasate e drogate; a Corinto era fatto sbalzare dal suo cocchio, preventivamente sabotato e moriva schiacciato dalle ruote e dagli zoccoli dei cavalli; in Tessaglia, invece, era fatto precipitare giù da una rupe. E ancora: gli si scagliava contro, all’altezza del tallone, una freccia avvelenata oppure lo si finiva a colpi di ascia.
Con le invasioni elleniche, qualcosa cominciò a cambiare nella società matriarcale locale, ma, con quelle, spietate e dure, che le seguirono, doriche ed achee, i costumi locali mutarono e si indebolirono radicalmente.
Dori ed Achei, pastori-guerrieri, giunti con Divinità maschili come Mitra e Varuna, vi trovarono Divinità femminili come Era ed Atena. Vi trovarono anche Regine, a capo della società, Sacerdotesse della Dea-Luna, mentre essi avevano per capi Re, adoratori di Zeus ed Apollo, che identificarono presto con le loro divinità.
Col tempo il Re-Sacro cominciò ad acquisire sempre maggiori poteri, giungendo perfino a sostituire la Regina in cerimonie rituali ed in alcune sue funzioni; in quelle occasioni indossava le vesti della Regina e i suoi ornamenti ed impugnava la “Falce Sacra” a forma di mezzaluna, simbolo della Dea-Luna.
Si spiegano così gli antichi bassorilievi che ritraggono il Re in abiti femminili.
Aumentando di prestigio e potere, il Re-Sacro si vide riconosciuto un periodo di regno superiore a 13 lune e precisamente un periodo di 100 lunazioni, pari a otto anni, alla fine dei quali, l’anno solare coincideva con l’anno lunare. Giunta quella data, però, il Re-Sacro doveva essere sacrificato. Qualcun altro, però, alla fine di ognuno degli otto anni all’interno delle 100 lunazioni, prendeva il suo posto nel sacrificio rituale: l’INTERREX, ossia il Sostituto. Di solito era un fanciullo nobile o addirittura figlio dello stesso Re; in seguito fu sostituito da un schiavo od ostaggio e infine da un animale, di preferenza un capretto.
Al tramonto del giorno in cui si celebrava il sacrificio, il Vecchio-Re fingeva di morire e si faceva interrare in un’urna e l’Interrex prendeva il suo posto. Per un giorno intero, questi ne assumeva tutte le cariche, giungendo prerfino sposare la Regina. Al tramonto del giorno successivo, però, egli veniva ucciso e il Vecchio-Re “sorgeva” dalla tomba, saliva sul cocchio accanto alla Regina e iniziava un nuovo regno di un anno accanto a lei, fino all’anno seguente in cui si ripeteva il rituale. Il cocchio dell’infelice fanciullo veniva distrutto e fatto a pezzi.

Spesso leggiamo di miti che parlano di amori tra Dei e Ninfe; molto probabilmente si tratta di riferimenti a matrimoni tra i principi conquistatori e le principesse o regine locali.
Era iniziato il Patriarcato e verso questi matrimoni dev’esserci stata ferrea opposizione da parte delle vecchie Regine; le principesse ereditarie, però, si mostrarono più benevoli verso i nuovi arrivati e li accettarono come “Figli della Dea-Luna”, prendendoli come Paredri o Re-Sacri.
Questi nuovi Re-Sacri, però, non erano per nulla disposti a sacrificarsi e si mostrarono assai restii a sottomettersi alla propria sorte. Si ritiene che a rifiutarsi di morire sia stato per primo Enopione, re di Iria, che per otto anni si fece sostituire da un sostituto e alla fine uccise il suo successore, evitando la morte.
La vittoria e la conquista da parte del popolo Acheo pose termine a questa barbiaria: la Doppia Ascia Sacra della Dea-Luna Artemide e della Dea-Terra Rea, divenne la Folgore-Sacra di Giove e di Poseidone che, successivamente si trasformò nel Tridente-Sacro, nelle mani del Dio del Mare.

ANTICA GRECIA… le origini: Pelasgo, il primo uomo della Terra

ANTICA GRECIA… le origini: Pelasgo, il primo uomo della Terra
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Si racconta che Filippo il Macedone a chi gli rimproverava di essere un “barbaro” domandava: “Che cosa intendete voi per Grecia?”
Il primo territorio designato con questo nome pare essere stato Dodona, città della Trespozia, nell’Epiro; in precedenza tutto il territorio era chiamato “Terra degli Elleni”, da Hellas o Ellade, regione della Tessaglia e con questo nome, a partire dal VI secolo a.C. si identificarono tutte le popolazioni: dal Peloponneso all’Illiria, dall’Attica alla Macedonia, ecc.
Come e quando assunse quel nome? In realtà non si sa bene.
Secondo gli scrittori della Grecia classica ad arrivare per primi nel territorio furono i Lelegi, provenienti dalla Caria, ma vi trovarono un nucleo etnico arcaico, una popolazione autoctona: i Pelasgi, che pare si siano insediati nel Peloponneso partendo dalla Palestina intorno al 3500 a.C. e che in età classica dettero origine a quella che fu chiamata la “questione pelasgica”.
E’ con questo termine, infatti, che furono indicati tutti gli abitanti della Grecia pre-ellenica.

Appartiene proprio a questo periodo il mito greco più antico della Creazione; un mito complesso in cui non vi sono Dei, ma solo una Dea-Universale di nome Eurinome.
E’ il mito pelasgico della Creazione, d’età matriarcale, quando la donna dominava l’uomo.

Era il Caos.
Eurinome, Dea-Universale, emerse dal Caos, ma non trovò nulla di solido su cui posare i piedi e allora separò il cielo dal mare e per scaldarsi si mise a danzare sui flutti. La sua frenetica danza attirò Borea, il Vento-del-Nord, che cominciò a turbinare alle sue spalle.
La Dea si voltò e pensò che avrebbe potuto servirsi di lui per dare inizio alla creazione della vita. Afferrato il vento, lo strofinò tra le mani e quello si trasformò in un grande serpente, Ofione, che, acceso dal desiderio, l’avvolse e la fecondò.
Eurinome, rimasta incinta, assunse la forma di una colomba e volò sul mare per andare a deporre l’Uovo-Cosmico, poi ordinò ad Ofione di covarlo e il Serpente-Cosmico lo arrotolò in sette spire aspettò che si aprisse.
Dall’Uovo uscirono le Figlie della Dea: Sole, Luna, Pianeti, Stelle e Terra con monti, fiumi. alberi ed esseri viventi.

Eurinome, il cui nome significa “Lunga Perenigrazione” ed Ofione si stabilirono sul Monte Olimpo, ma quando Ofione si vantò d’aver creato lui l’Universo, la Dea si irritò e gli fracassò i denti prima di rinchiuderlo nel seno oscuro della terra.
A questo punto la Dea decise di assegnare una coppia di Titani e Titanesse, “Signori” e “Signore”, ad ognuna delle Sette Forze Planetarie: Tia e Iperione furono i Signori del Sole – Febe e Atlante furono i Signori della Luna – Dione e Crio, del pianeta Marte – Meti e Ceo, del pianeta Mercurio – Temi ed Eurimedonte, del pianeta Giove – Teti ed Occeano, di Venere – Rea e Crono, di Saturno.
In età classica, però, queste Forze furono assegnate a: Elio – Selene – Ares – Ermete oppure Apollo – Zeus – Afrodite e Crono.
Ad ognuna delle coppie di Divinità Planetarie la Dea-Universale assegnò un potere associandolo al corpo celeste: Il Sole fu associato alla Luce – la Luna agli Incantesimi – Marte alla Crescita – Mercurio alla Saggezza – Giove alla Legge – Venere all’Amore – Saturno alla Pace .

Eurinome non si fermò qui. Dalla terra d’Arcadia, nel cuore del Peloponneso, fece emergere Pelasgo, il primo uomo vivente, subito seguito da altri uomini. A lui la Dea insegnò l’arte della caccia, della raccolta di ghiande e altri frutti e della concia delle pelli.

MEDUSA… il fascino della creatura mostruosa

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Pegaso, il cavallo alato, inevitabilmente richiama un altro nome, quello della madre: Medusa, l’orrendo mostro.
Medusa, in realtà, prima di subire la terrificante metamorfosi era una fanciulla bellissima, la più bella delle sorelle Gorgoni, ma anche la sola a non essere immortale; i loro nomi erano:
– Steno, la Forte
– Curiale, la Spaziosa
– Medusa, la Dominatrice.
Che cosa poteva aver fatto per meritare una tale punizione?
Si era innamorata di un Immortale e si era a lui concessa; si trattava nientemeno che di Poseidone, Re del Mare.
Tipo cupo, prepotente ed irrispettoso qual era, Poseidone non esitò a scegliere come “alcova” il Tempio di Atena, notoriamente refrattaria elle questioni amorose. In realtà, la scelta di Poseidone non fu affatto casuale, ma assolutamente intenzionale: il Signore del Mare era uscito sconfitto in una disputa con Atena condotta al cospetto degli altri Dei e nutriva sentimenti di rivalsa nei confronti della Dea della Sapienza.

Atena si risentì così offesa da quell’oltraggio; non potendo misurarsi con Poseidone, assai più forte e potente di lei, come sempre accade, se la prese con Medusa e per punirla la tramutò nell’essere mostruoso che conosciamo: occhi di brace, enormi zanne al posto dei denti, in testa una selva di serpenti, gambe e braccia artigliate. Il suo aspetto era così orribile che a guardarla negli occhi si restava pietrificati dal terrore.

Proprio su questo contava un certo Polidette, re del Seride, nell’Egeo, quando decise di affidare a Perseo, figlio di Danae e di Zeus, la rischiosa e quasi impossibile impresa di uccidere quella mostruosa creatura.
Polidette s’era invaghito di Danae e per togliersi di torno il ragazzo, fermamente contrario a quelle nozze, lo convinse alla disperata impresa.
Come fece?
Finse di rinunciare a sposare Danae e di preferire, invece, Ippodamia; come dono di nozze, però, chiese proprio la testa di Medusa. Perseo accettò.

Atena, però, nemica giurata di Medusa e consapevole del grande rischio cui il ragazzo andava incontro, si offrì di accompagnarlo ed assisterlo nell’impresa e riuscì anche a coinvolgere suo fratello Mercurio…. e Mercurio, si sa, non era tipo da tirarsi indietro là dove c’era da menar le mani.
Per prima cosa, Atena consegnò al ragazzo il suo scudo da usare come specchio attraverso cui guardare Medusa senza restare incenerito dal suo sguardo; la Dea gli fece dono anche di una sacca magica in cui riporre la testa del mostro, poiché i poteri di quello sguardo continuavano a sussistere anche dopo la morte.
Anche Mercurio fu generoso nei suoi doni: gli consegnò un ricurvo pugnale dalla magica proprietà di penetrare qualunque materiale, gli mise ai piedi i suoi calzari per renderlo velocissimo negli spostamenti ed in testa un casco per renderlo invisibile.

Con tale magico equipaggiamento, l’eroe si mise in viaggio per la terra degli Iperborei, dove vivevano le GORGONI.
Le trovò che stavano dormendo e sorprese Medusa nel sonno, tagliandole di netto la testa con il magico pugnale.
Dal corpo della Medusa balzarono fuori i figli concepiti a Poseidone: Pegaso, il cavallo alato e il guerriero Crisaore.
Prima di darsi alla fuga con la sacca contenente la testa del mostro, Perseo si fermò a raccoglierne il sangue dalle magiche proprietà: quello sgorgato dalla vena destra resuscitava i morti mentre quello della vena sinistra procurava la morte. Il primo, egli lo donò ad Esculapio, Dio della Medicina; del secondo, invece, assai velenoso, Perseo ne fece dono ad Atena. La Dea tenne per sé anche la testa della mostruosa creatura che posò sopra il suo scudo per terrorizzare i nemici.
Mettersi in salvo, appena ucciso la Medusa, però, non fu facile per Perseo, inseguito da Pegaso, Crisaore e dalle altre due Gorgoni. L’elmo e i calzari di Mercurio, però, gli favorirono la fuga.

I miti greci erano sempre simbolici… Quale significato nascondeva questo mito?
La Medusa con il suo sguardo pietrificatore rappresentava l’ammonimento all’uomo di non avvicinarsi troppo al Mistero Divino, né di scrutarlo troppo a fondo o, addirittura, servirsene.
In tutte le Antiche Religioni troviamo questo tipo di ammonimento: avvicinarsi troppo alle “Questioni Divine” può essere rischioso e perfino letale, senza le dovute precauzioni. Molti degli eroi di antichi miti, infatti, eroi come Gilghemesh, Adamo e altri, furono puniti per essersi avvicinati troppo ai Misteri-divini.

Nell’antichità i fornai greci usavano dipingere una testa di Medusa sui loro forni per impedire che qualcuno aprisse lo sportello e danneggiasse la cottura del pane e ancora nell’Antichità, durante i riti pagani in onore della dea Luna, le Sacerdotesse si coprivano il volto con orrende maschere allo scopo di tenere lontano i curiosi.

CHIMERA… il fascino della creatura mostruosa

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Veramente mostruosa quest’altra creatura mitologica, figlia di Echidna e Tifone: testa di leone, corpo di capra e coda di serpente… e poiché il gusto per l’orrore era spiccato già a quei tempi quasi quanto ai nostri giorni, il mito la dotò anche di alito infuocato e pestilenziale.

Il mostro seminava terrore in territorio di Licia e Giobate, Re di quelle contrade, si vide costretto a chiedere aiuto ad un suo ospite: un certo Bellerofonte di Corinto.
“Il Re di Caorte, Stenobearnia, mio nemico, – gli disse – tiene in casa quel mostro come se si trattasse di un animale domestico.”

Ma perché mai il baldanzoso figlio di Poseidone si trovava ospite di Giobate?
Come spesso accade nei miti greci, le avventure e disavventure di un eroe si incrociano con quelle di altri eroi: Perseo, in questo caso, (alcuni affermano fosse, invece, Preto, re di Tirinto) e la di lui poco fedele consorte, Stenobea, che Omero chiama Antea.
Costretto a lasciare Corinto per aver provocato la morte del tiranno Bellero (da cui il nome), il nostro eroe cercò rifugio a Tirinto dove fu gentilmente accolto da Perseo e ancor più gentilmente… troppo gentilmente, dalla consorte, Stenobea, colpita dal fascino tenebroso dell’ospite di suo marito.
Fermamente respinta dall’eroe, la donna lo accusò di tentata violenza e Perseo, non potendo farsi giustizia da sé, essendo Bellerofonte suo ospite, lo spedì da Giobate con la preghiera di cercare la maniera di spedirlo il più velocemente e platealmene possibile all’Olimpo, da suo padre, Poseidone.
Una scappatoia c’era per salvare le apparenze e fare le cose per bene: affidare al giovane la gloriosa quanto disperata impresa di liberare la terra di Licia dalla mostruosa creatura che seminava terrore.

Bellerofonte non si fece ripetere l’invito e partì subito per l’impresa. Per prima cosa domò Pegaso, il cavallo alato, nato dal sangue della Medusa, la Gorgone uccisa da Perseo.
Domare Pegaso fu impresa relativamente facile.
Bellerofonte lo trovò che stava abbeverandosi ad una delle fonti che lo stesso Pegaso faceva sgorgare battendo il suolo con uno degli zoccoli, ma catturarlo non era così facile, non essendo ancora state inventate le briglie.
La dea Atena, però, gli venne in aiuto mostrandogli come confezionare delle briglie d’oro e con quelle Bellerofonte catturò Pegaso ed affrontò la Chimera.

Riuscire ad uccidere la Chimera, però, fu tutt’altra impresa.
Bellerofonte le piombò addosso in groppa a Pegaso e solo dopo ripetuti tentativi riuscì a colpirla con la sua lancia dalla punta di piombo che le conficcò in bocca. L’alito di fuoco della mostruosa creatura fece sciogliere il piombo che scivolò giù attraverso la gola causandole la morte.

Le tre Signore del Destino… ossia, le Parche egizie

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Presso tutte le antiche culture, Il Fato o Destino è quel “Genio” che prende l’uomo per mano e lo guida lungo il suo cammino.
Gli Antichi Egizi non facevano eccezione. Credevano che ogni creatura umana avesse un percorso già tracciato e stabilito prima ancora della sua nascita.
Stando così le cose, dicevano i Saggi, nessun uomo era in grado di mutare il corso del proprio destino. Però, aggiungevano, disponendo di alcuni elementi, come la data di nascita, la posizione di stelle e pianeti in quel giorno, ecc… si potevano, se non mutare, almeno prevedere le mosse del Destino e, quando possibile, provare a prevenirle o correggere, oppure adattarvisi.

Shai, era il nome della Dea del Destino e non mancava mai all’appuntamento con una nuova vita che si affacciava a questo mondo.
Era sempre presente ad una nuova nascita, ma non si presentava mai da sola. Le inseparabili compagne di questo immancabile appuntamento erano altri due Geni: Renenet e Meskhenet.
La prima, incessantemente invocata dai mortali, era la Signora della Fortuna e la seconda, non meno autorevole delle altre due, era la Signora del Futuro.
Questa Triade, insieme costituiva anche la corte di Tuaret, la Dea che presiedeva al parto e che attraverso la sua Grande Sacerdotessa, assistiva la partoriente ed il bambino, cui dava responsi per il futuro.

Così si legge su un papiro custodito a Berlino:
Le tre Dee, assunte le sembianze di tre donne comuni, si presentrono nella casa del nobile Ea-User, la sui sposa, Rut-Tettet, stava avendo le doglie e l’assistettero amorevolmente assieme alle altre donne della casa.
Rut ebbe tre bei gemmellini.
Al primo dei tre che aprì gli occhi alla luce, la dea Meskhenet profetizzo: “Sarà Re!”
Renenet aggiunse: “Dominerà su tutta la terra”
E Shai, infine: “Il suo Regno sarà breve, ma felice e prospero.”
La stessa cosa i tre benevoli Geni dissero quando venne al mondo il secondo gemellino.
All’arrivo del terzo, Shai esclamò: “Il suo Regno sarà lungo e duraturo.”
La stessa cosa profetizzarono le altre due Signore del Destino.
Quei tre neonati diventarono, in età adulta, i primi tre Sovrani della V° Dinastia.
Il racconto, invece, risale ad epoca ramessida: più di mille anni dopo.

Un’altra storia, assai simile ad alcune delle favole moderne, racconta della visita delle Tre-Signore ad un’altra partoriente, sposa di un Sovrano, la quale dette alla luce un bel maschietto.
“Fra diciotto anni un cane, un coccodrillo o un serpente, si presenterà qui per portarlo via.”
Sentenziarono insieme i tre Geni.
Significava che a diciotto anni il piccolo principe sarebbe morto per il morso di un cane o di un coccodrillo oppure di un serpente.

I compiti di queste tre simpatiche Signore, però, non terminavano qui e quelle non erano sempre così favorevoli e disponibili con i mortali.
Shai, Signora del Destino, era anche il Genio della Fatalità e dell’ineluttabilità del Fato e si sa che, a volerlo evitare, spesso si finisce ancor più velocemente nelle sue braccia.
Il Destino, sentenziavano i Saggi, rende vano ogni sforzo dei mortali per procurarsi ricchezza o felicità, se manca il suo consenso.
Una Dea assai, invocata, dunque, Shai, e perfino minacciata, secondo l’usanza tutta egizia di pregare gli Dei .

Anche Renenet, Genio della Fortuna, era assai corteggiata, come lo era Meskhenet, che del Futuro di ogni mortale conosceva ogni particolare.
Tutte e tre, inoltre, erano invocate anche in molte altre circostanze: matrimoni, viaggi, affari, guerre, e altro ancora.

CENTAURO… la leggenda dell’Uomo-cavallo

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Letteralmente il termine Centauro significa: “colui che trafigge il toro”, dall’etimo classico Kentauroi; un altro etimo suggerisce, invece: “gruppo armato di cento uomini”.
Qualunque sia il significato del termine, il mito li vuole d’aspetto davvero singolare: uomini fino all’ombelico e cavalli per il resto del corpo. Il mito li vuole anche rissosi, lussuriosi e sempre pronti a saltare addosso alla prima donna che capitava loro davanti.
Omero li chiama: “villose bestie selvagge”, per il loro aspetto e le attività orgiastiche ed erotiche.
La leggenda sulla loro origine farebbe arrossire gli autori di erotismo più audace. Vediamo perché.
Il capostipite fu un certo Issione, re dei Lapiti, tipo poco raccomandabile, per giunta assassino.
Giove, re degli Dei, pur contro il parere degli altri Immortali, non solo non lo punì per il suo reato, ma lo invitò alla sua tavola.
A Issione piacevano molto le donne, proprio come a Giove; per questo, forse, non mancò di fare certe proposte addirittura a Giunone, sposa del suo divino ospite.
Giove scoprì presto le intenzioni del suo ingrato ospite e per metterlo alla prova dette ad una nuvola le sembianze di Giunone.
Annebbiato dal vino e dalla lussuria, Issione sfogò le sue brame sul simulacro di nuvola; dall’inconsueto rapporto nacque Centauro che, diventato adulto, dette sfogo alle sue insane tendenze sessuali e si accoppiò con le cavalle del Monte Pelio, che gli generarono i Centauri, creature metà uomini e metà cavalli.
Numerosi gli aneddoti che li riguardano a causa proprio di questo loro temperamento.
Alle nozze di Piritoo, Re dei Lapiti, con Ippodamia, il centauro Eurizione, inebriato dalle troppe coppe di vino tracannato tentò di rapire la sposa.
In soccorso della sposa accorse Piritoo e Teseo. Ne nacque una lotta violenta e senza quartiere tra Lapiti e Centauri e questi ultimi ne ucirono piuttosto malconci e corsero al galoppo in direzione del Monte Pindo, dove si rifugiarono.

Un altro centauro commise lo stesso errore e finì ammazzato: Nesso, che tentò di rapire Deianira, moglie nientemeno che di Ercole.
Il più noto fra tutti i Centauri fu certamente Chirone.
Questo il mito. La realtà, naturalmente, era un’altra.
I Centauri erano uomini barbuti e selvaggi, appartenenti a tribù delle montagne della Grecia orientale, i quali vivevano in tale simbiosi con i loro cavalli, da sembrare una sola cosa con il proprio animale.
Nacque così la leggenda degli Uomini-cavallo.

CHIRONE

Era il capo, piuttosto temuto e rispettato, di questa razza di rissose e selvagge creature. Pur avendone il medesimo aspetto, però, Ghirone era di tutt’altra natura : saggio e sapiente, forte e gentile. Forse per la nobiltà dei natali: Ghirone non faceva parte della stirpe di Issione, ma era figlio di Giove e diFilira, bellissima Ninfa mutata per gelosia in cavalla da Rea, la sposa di Saturno che di lei era follemente innamorato.
Anche il suo stile di vita era diverso da quello dei suoi simili. Egli viveva in una grotta del monte Pelio diventata ben presto la Scuola d’Armi e di Sapere più famosa della Grecia. Molti degli Argonauti furono suoi allievi, pefino Esculapio.
Fra gli eroi che si formarono alla sua Scuola: Giasone, Enea, Diomede, Achille… tanto per citarne qualcuno.
A causargli la morte, ironia della sorte, fu proprio uno dei suoi allievi, il suo allievo preferito: Achille.
Quando questi mosse guerra ai Centauri, Chirone si schierò dalla loro parte per solidarietà.
Durante uno scontro durissimo fu ferito gravemente proprio da Achille e dolorosamente, poiché le frecce dell’eroe era intinte nel veleno dell’Idra di Lerna. Proprio in quella circostanza ed a causa del dolore insopportabile, Ghirone, che il padre Giove aveva reso immortale, chiese di morire.
Giove lo accontentò, ma volle donargli almeno l’immortalità del nome e lo mutò nella Costellazione del Sagittario.