La donna nella cultura cristiana

La donna nella comunità cristiana
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Si parla spesso del ruolo marginale della donna in seno alla società cristiana, ma non si può negare che la donna comincia a fare storia e lasciare tracce di sé proprio con il Cristianesimo.
Cristo rompe con la tradizione affermando per la prima volta l’uguaglianza della donna con l’uomo: accoglie la donna in seno alla comunità nascente, la fa partecipare alla preghiera assieme agli uomini, le consente di recitare salmi, di ospitare ( se ne ha i mezzi) nella propria casa adunanze di cristiani, ecc..
Questa rottura con la tradizione, che vede la donna segregata in casa e le impone l’obbligo di velarsi a causa della sua condizione di inferiorità nei confronti dell’uomo, non può che destare sospetti, perplessità e clamori.
Cristo si mette subito dalla parte della donna:
“… in verità vi dico, chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato e ne sposa un’altra, commette adulterio..”
La posizione della donna nelle prime comunità cristiane era sicuramente migliorata rispetto a quella dell’epoca. Soprattutto nell’ambito familiare dove, con l’indissolubilità del matrimonio, si vide messa al riparo dal facile ripudio. Fu condannato anche lo stupro, che in precedenza faceva perdere l’onore alla donna condannandola al suicidio e dei due protagonisti riconosceva un solo colpevole.
In proposito Agostino dirà:
“… se una donna subisce violenza, può perdere la sua verginità e non la sua castità.”
La castità! Questo si chiedeva alla donna: conservarsi vergine e casta per rendersi pura agli occhi di Dio ed abbandonare i costumi di una società dissoluta, lussuriosa e sfrenata.

Ben presto, però, questa visione aperta e paritaria della donna cominciò ad incrinarsi e ad apportare un pò di confusione e qualche contraddizione.
Scrive Paolo di Tarso:
“… Cristo é capo degli uomini e l’uomo é capo della donna e Dio é capo di Cristo… ”
e ancora:
“… l’uomo non ebbe origine dalla donna, ma fu la donna ad essere tratta dall’uomo…”
e continua…
“… l’uomo non deve coprirsi la testa perché é immagine e somiglianza di Dio, invce la donna é gloria dell’uomo…”
Paolo, dunque, consiglia alla donna di sottomettersi all’uomo e al marito, ma la sua posizione risulta contradditoria e anche un po’ ambigua quando scrive:
“… una donna che prega e profetizza a capo scoperto manca di rispetto riguardo al proprio capo. Se non vuole coprirsi si tagli i capelli, ma se tagliarsi i capelli per una donna é vergogna, si copra col velo.”
Fra i primi cristiani, dunque, si scatena presto una battaglia sul ruolo della donna e sui suoi doveri e comportamenti.

L’elemento di riscatto del Vangelo, che aveva incontrato ostacoli nella cultura della società del tempo, riuscì, però, a trovare spazio in alcune scelte e stati femminili come il diaconato e la condizione di verginità.
Alle diaconesse erano riconosciuti alcuni compiti quali l’insegnamento della dottrina ad altre donne, l’assistenza ai malati e perfino l’assistenza al vescovo nel sacramento del Battesimo. Questa figura, però, scomparve subito, già nei primi secoli dopo Cristo e precisamente con il costituirsi di un clero tutto al maschile. Bisognerà aspettare Paolo VI, molti secoli dopo, per veder proclare un “dottore della Chiesa” di sesso femminile.

Riguardo lo stato di verginità, inizialmente e da più parti fu una scelta accolta con qualche sospetto perché consederata solo come una scappatoia per liberarsi dalla dipendenza da marito e figli e dalle pastoie di una maternità spesso gravosa.
In realtà, fu la libera scelta di uno stile di vita austera, solitaria e di preghiera.
Nasceva il monachesimo e la donna accettava liberamente e consapevolmente di velarsi il capo.

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