DONNE: nella Storia e nel Mito – Didone-Alissa Regina di Cartagine

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Di questo personaggio, che ondeggia tra storia e leggenda, si sarebbe persa ogni traccia o ricordo, se non avesse avuto un cantore d’eccezione come Virgilio.
Grazie a lui, poeti e scrittori, pittori e musicisti l’hanno resa immortale.
Didone, la mitica fondatrice di Cartagine, che il mito più antico chiama Elissa, è un personaggio epico, energico e quasi virile nel vigore dello spirito e nella risolutezza delle opere. E’ una donna energica, intelligente ed astuta.
Virgilio, però, fa di lei l’eroina di un dramma amoroso orchestrato e diretto dal Fato.
Chi era veramente la nostra eroina? La Elissa, cioè Allizah la Consacrata del mito più antico oppure la Didone, cioè la Virago
del mito virgiliano?

Sia Storia oppure Leggenda, la Elissa-Didone dell’antico mito era una donna dignitosa, forte e astuta.
Primogenita di Belo, re di Tiro, alla morte del padre ne ereditò il trono assieme al fratello Pigmalione.
Per nulla disposto a dividere il trono con la sorella, Pigmalione fece uccidere Sicheo, il ricchissimo ed amatissimo sposo di lei e prese il potere da solo.
Per evitare una guerra civile la Regina decise di lasciare Tiro ed iniziare un peregrinare nel Mediterraneo in cerca di una nuova patria.

La necessità aguzza l’ingegno, recita un adagio e la bella Elissa dette subito prova di quanto ingegno fosse dotata.
Per lasciare Tiro aveva bisogno di navi e lei non ne disponeva. Allora montò un’efficace quanto astuta messinscena per raggirare il fratello. Gli chiese un incontro per discutere e trovare un accordo e Pigmalione precipitò nella rete con l’intelletto offuscato dalla cupidigia per le di lei ricchezze.
Egli inviò immediatamente uomini e navi a prelevarla, ma la notte stessa in cui le navi approdarono nel porto, Elissa-Didone fece caricare di nascosto a bordo tutte le sue ricchezze, lasciando in bella mostra sul ponte una gran quantità di sacchi contenenti sabbia, facendo credere che l’oro fosse là dentro.
Appena le navi ebbero raggiunto il mare aperto, la Regina ordinò ai suoi uomini di gettare nelle acque l’ingente ricchezza gridando
“… meglio in mare che nelle mani infide ed indegne di Pigmalione.”
In realtà si trattava solo dei sacchi pieni di sabbia.
Timorosi della reazione del loro Re, gli uomini di Pigmalione preferirono mettersi al servizio della Regina piuttosto che tornare al cospetto del Re e puntarono la prua delle navi in direzione della prima isola.
Dopo lungo (o breve) peregrinare, le navi raggiunsero le coste della Libia ed ancora una volta la bella ed astuta Regina pose in atto un piano assai ingegnoso.
Ottenne da Jarba, un principe locale, un terreno su cui edificare la sua casa: “… grande quanto ne poteva contenere una pelle di bue”.
Jarba accettò ed Elissa lo mise elegantemente “nel sacco”.
Fece tagliare in striscioline finissime una pelle di bue e con esse tracciò un perimetro che conteneva tutta la collina e la campagna circostante.
Su quel terreno la Regina edificò la sua città: Cartagine o Birse, che in greco significa “Pelle di bue” e in fenicio vuol dire “Collina”.

Bella, affascinante, ricca e potente, la Regina di Cartagine attirò immediatamente le mire di molti pretendenti. Primo fra tutti, quelle dello stesso principe Jarba il quale giunse a minacciarla di muoverle guerra se non l’avesse accettato come sposo.
Elissa-Didone finse di accondiscendere alle richiese e chiese ed ottenne di aspettare la fine del periodo di vedovanza. Quando giunse il giorno della scelta di uno sposo, la Regina, ancora innamorata del marito e fedele al giuramento di non sostituirlo con un altro uomo si trafisse con una spada.
Come un grande Sovrano aveva compiuto la sua impresa e non desiderava altro.

Il tardo mito, però, la vuole identificata con la donna che seguì Enea profugo a Cartagine dopo la fuga da Troia e che, abbandonata, si uccise e si gettò sul rogo lanciando imprecazioni.
Plutarco per primo respinse questa versione dei fatti resi da Virgilio, insostenibile sia per il carattere della donna che per inesattezza cronologica.
Non si tratta più del personaggio Elissa-Didone, ma piuttosto di Didone-Elissa.
Non solo Virgilio, ma anche Ovidio ne fa un personaggio da tragica-commedia.
La Didone-Elissa di Ovidio non è né epica, né mitica e tantomeno regale.
E’ una “relicta”. E’ una donna che piange e si dispera; chiede ed implora.
La Didone-Elissa di Ovidio non è l’astuta, battagliera conduttrice, fondatrice di città, che tiene a bada popolazioni avversarie, ma una donna che per amore perde ragione e dignità.
Il personaggio non ci appare eroico come nell’antico mito, ma vinto e un po’ patetico: non è più quello di una Regina gloriosa, ma di una donna fragile sopraffatta dalla passione ed accecata da un dolore senza tregua né espedienti: neppure quello abile, ma inutile, di un presunto figlio in arrivo per trattenere l’amato.
Proprio un piccolo espediente da piccola donna!
Didone-Elissa è, dunque, una donna appassionata, fragilmente femminile e in preda alla passione, che alla fine fa dire al suo poeta:
“il motivo della morte e la spada fornì Enea
ma con la sua stessa mano si tolse la vita Didone.”
Didone-Elissa, infatti, si uccide con la spada che lo stesso Enea le aveva donato.

“Per te solo ho distrutto il pudore e la fama di prima
per la quale solo io salivo al cielo” dirà Virgilio, donandole l’immortalità.
Didone, dunque, diventa immortale solo per essere una donna e soprattutto una donna fragile dopo essere stata una Regina gloriosa.
Didone, dunque, è un personaggio che diventa immortale grazie alla propria sconfitta.
Ma perché?
Perché Vigilio era romano e Didone, invece, cartaginese. E perché Roma e Cartagine erano eterne nemiche.
Ma anche perché la morte di questa Regina doveva essere il primo segno della vittoria dei romani sui cartaginesi. E non doveva essere la “storia” dello scontro fra le due Potenze, bensì la “leggenda d’amore” fra due personaggi mitici finita in dramma.
Doveva essere così, perché l’EPILOGO della “Leggenda” di Didone e di Cartagine, doveva costituire il PROLOGO della “Storia” di Roma.

Donne nella Storia: Vizi e Virtù – la Fedeltà

LA FEDELTA’
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Basta un solo nome per riempire un volume sulla fedeltà della donna:

Penelope

La figura di Penelope, casta e fedele, che aspetta trepidante il ritorno dello sposo vagabondo per il mondo con la scusa della guerra, che imbroglia i pretendenti con una tela interminabile, piace molto agli uomini.
Li rassicura.
Piace molto questa figura di donna in eterna attesa: è rassicurante. Viene presa come esempio anche in culture assai, ma proprio assai, posteriori.
Perfino oggi.
Ma era davvero così casta e fedele, la cara Penelope?
L’epoca in cui visse era quella di un Matriarcato in declino e un nascente Patriarcato. Lo testimoniano le vicende legate alle sue nozze con Odisseo, meglio conosciuto come Ulisse.
Questi conquistò la sua mano all’antica maniera matriarcale, vincendo, cioè, una gara di corsa.
(secondo altre versioni, di tiro con l’arco)
Penelope era figlia di Icario, re di Sparta, e della ninfa Peribea e, secondo le antiche usanze, era la sposa che accoglieva lo sposo nella sua casa e non il contrario. (Menelao era diventato Re di Sparta per averne sposato la principessa ereditaria, Elena).
Ulisse, invece, infranse le regole e si portò via la sposa contro la volontà del padre di lei.
Re Icario, infatti, li fece subito inseguire e Ulisse costrinse Penelope a scegliere fra lui e suo padre.
Penelope scelse Odisseo: senza una parola si calò il velo nuziale sul volto e lo seguì ad Itaca, lasciando la casa paterna e la terra di Sparta.
La figura di Penelope, in realtà, non è solamente emblematica, ma anche un po’ enigmatica, per quello che fu in seguito il suo comportamento.
Omero (ma sarà stato proprio Omero a scrivere l’Odissea? Ormai sono in molti a nutrire dei dubbi) ci parla di lei in tono brillante, bucolico ed un po’ ingenuo. Ben diverso dal tono ruvido e tagliente che si riscontra nell’Iliade, la cui paternità di Omero è indiscutibilmente accettata.
Omero ci lascia con Penelope ed Ulisse riuniti dopo venti anni di separazione: dieci di guerra a Troia e dieci di peripezie attraverso il Mediterraneo.
Penelope, però, si rivela donna prudente e diffidente, oltre che paziente e fedele: prima di concedersi al marito, vuole certezze e per questo lo sottopone alla prova del talamo nuziale e della sua posizione nella loro casa. Dopo, lo premierà generandogli un altro figlio: Polipartide; il primo era Telemaco, poco più che ventenne al ritorno a casa del padre.
Penelope è anche una donna forte e di infinite risorse. Lo ha dimostrato tenendo a freno i suoi pretendenti con vari espedienti prima del ritorno di Ulisse e lo dimostrerà pure dopo la morte di questi.
Sia Ulisse che suo figlio Telemaco, infatti, subito dopo la strage dei Proci (i pretendenti) erano stati esiliati.
Ulisse partì per la Tesprozia, per espiare la sua colpa; qui, però, sposò la regina Callidice che gli diede un altro figlio, Polirete.
Telemaco, invece, raggiunse Cefallenia, poiché, secondo un oracolo, Ulisse sarebbe morto per mano di suo figlio.
Così fu!
L’eroe fu ucciso proprio da uno dei suoi figli, ma non era Telemaco, bensì Telegono, il figlio avuto dalla maga Circe durante il viaggio di ritorno da Troia.
Telegono, che dal padre aveva ereditato lo spirito d’avventura, andava scorrazzando per i mari e finì per raggiungere Itaca.
Ulisse si preparò a respingere l’attacco, ma Telegono lo uccise.
Proprio come aveva predetto l’oracolo: in riva al mare e con l’aculeo di una razza, un aculeo di razza infilato sulla punta della lancia di Telegono.
E ancora una volta Penelope ci sorprende: trascorso l’anno di lutto previsto dalla tradizione, la Regina di Itaca sposa Telegono… proprio così! Sposa l’uccisore di suo marito, figlio della rivale, la maga Circe.
E non è tutto. Raggiunta l’isola di Circe, madre del fratellastro Telegono, Telemaco, a sua volta, impalma la rivale di sua madre.
Edificante!

Donne nella Storia: Vizi e Virtù – La Vendetta

– MEDEA
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Feroce e tragica fu questa figura di donna, considerata fin dall’antichità come il “genio del male al femminile”.
La tradizione micenea la vuole al fianco dell’eroe Giasone, uno degli Argonauti partiti dalla Grecia per la Colchide, alla conquista del “Vello d’Oro”.
Medea lo aiutò sempre ed in ogni modo, con le sue arti magiche, non disdegnando neppure di far ricorso al delitto più efferato per spianargli la via.
Secondo il mito, erano state Minerva e Giunone, Protettrici dell’eroe, ad indurre Venere a convincere il figlioletto Eros a scoccare una freccia nel cuore di Medea affinché si innamorasse di Giasone e lo aiutasse nell’impresa.
Giasone sposò Medea promettendo davanti agli Dei di amarla per sempre e portarla con sé in Grecia.
Superate le prove imposte da re Eeta, padre di Medea e staccato il Vello d’Oro dal ramo di quercia cui era attaccato, i due salirono sulla nave Argo per tornare in Grecia.
Eeta, però, contravvenendo ai patti, fece inseguire gli Argonauti fino alla foce del Danubio.
Per ritardare l’inseguimento e aiutare il suo uomo, Medea ricorse al delitto più atroce: attirò con l’inganno il fratellastro Apsirto, facendogli credere d’essere stata rapita e di trovarsi sulla Argo contro la propria volontà e lo fece uccidere per poi farne gettare i resti nel fiume e costringere gli inseguitori a rallentare per seppellirli.
Dopo varie peripezie, gli Argonauti giunsero in Grecia e i due amanti si fermarono a Corinto, dove Giasone fu fatto Re. Qui, però, l’eroe commise il suo più grave errore: si innamorò della bella Creusi, (o Glauce) figlia di re Creonte e la sposò, abbandonando Medea.
La vendetta della maga, nipote della ancor più potente maga Circe, fu tremenda.
Fingendosi rassegnata, l’implacabile Medea inviò il suo dono di nozze alla novella sposa: una corona d’oro e un manto bianco. Appena, però, la sposa ebbe indossato la veste nuziale, questa prese fuoco provocandone la morte e quella di tutti coloro che si trovavano a Palazzo; Giasone si salvò solo perché riuscì a buttarsi giù da una finestra.
Non ancora soddisfatta, Medea giunse ad escogitare e mettere in atto la più orrenda delle punizioni per il marito infedele: quella di uccidere due dei figli avuti da lui.

CRIMILDE, principessa dei Burgundi

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Questa storia fa parte della mitologia nordica del popolo dei Nibelunghi. Inizia quando l’eroe Sigfrido giunge alla corte del Re dei Burgundi.
Sigfrido è un grande eroe, che ha compiuto grandi imprese: ha combattuto, vinto e ucciso il drago… nel cui sangue si è bagnato rendendosi invulnerabile, salvo una spalla su cui si era posata una foglia.
Ha conquistato la Spada Magica, la cui lama uccide al solo tocco ed ha ricevuto in dono da una maga un anello che moltiplica le forze.
Riesce anche a salvare la Valchiria Brunilde, vergine-Guerriera inviata da Odino, Padre degli Dei, a scegliere eroici guerrieri morenti da condurre nel Walhalla, dimora degli Dei.
Brunilde e Sigfrido finiscono per innamorarsi, ma il cattivo mago Hagen, con una pozione magica, fa infiammare il cuore dell’eroe per Crimilde, sorella di Gunther, re dei Burgundi, a cui Sgfrido consegna la bella Brunilde.
Furente, ma sempre innamorato del suo eroe, Brunilde è rosa dalla gelosia: Sigfrido e Crimilde sono molto felici e lei per vendicarsi del tradimento di Sigfrido, rivela ai suoi nemici il solo punto vulnerabile del suo corpo.
Responsabili della morte di Sigfrido, con una freccia scagliata in quel solo punto vulnerabile, sono il mago Hagen e lo stesso re Gunther, i quali vogliono impadronirsi del tesoro che l’eroe aveva sottratto al drago.
Brunilde, apprendendo del filtro magico, rosa dal rimorso, si getta sulla pira su cui Crimilde aveva fatto adagiare il cadavere dell’eroe.
La vendetta di Crimilde, invece, fu tremenda e seguiva un ben preciso disegno.
Si concesse come moglie ad Attila, Re degli Unni e si fece giurare che l’avrebbe assistita nella vendetta contro la propria famiglia.
La nuova Regina degli Unni invitò a corte il fratello Gunther con il suo seguito di nobili e cavalieri e il mago Hugen. Offrì loro un sontuoso banchetto, chiedendo, però, di lasciare le armi fuori del grande salone.
Crimilde chiese ai fratelli di consegnarle il mago Hagen, ma costoro si rifiutarono, poiché il mago era il solo a conoscere il posto, nel Reno, in cui Sigfrido aveva sepolto il suo tesoro.
Per ottenere quel tesoro, fa sapere il mago, nessuno del popolo dei Burgundi dovrà essere ancora in vita.
Crimilde non ebbe esitazioni e chiese da Attila, che non aspettava altro, lo sterminio della sua gente e dell’odiato mago Hagen, che si consumò durante quel banchetto fatale.

Donne nella Storia: Vizi e Virtù – l’Eroismo

L’universo femminile è costellato di donne protagoniste di gesti eroici. E nel quotidiano e in situazioni particolari come guerre, catastrofi ed altro.
La mia scelta è caduta su tre donne, esempio di coraggio e generosità.

– Maria Canavese
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Basta un solo gesto eroico nel corso della vita di una persona per renderla immortale. Maria Canavese, una giovane donna che viveva sulla sponda del lago di Orta, lo compì, ma lo pagò con la vita.
Correva l’anno 1529 e le truppe dell’imperatore Carlo V, in guerra con il re di Francia Francesco I per il dominio sull’Italia, avevano assediato la zona intorno al lago e fissato un presidio nella Torre di Buccione, dove era stata installata una campana per chiamare a raccolta il popolo in caso di pericolo.
Maria Canavese resasi conto della situazione, si avvicinò alla Torre. Tra le braccia aveva suo figlio, di pochi mesi, e in mano una fiasca di vino.
I due soldati di guardia non si insospettirono alla vista di quella giovane madre che offriva loro del vino e ne bevvero fino ad ubriacarsi.
Ne approfittò la giovane per salire sulla Torre e suonare le campane e dare l’allarme.
Gli abitanti del posto accorsero subito e le truppe di Carlo V furono messe in fuga, ma l’eroica Maria era già stata trucidata assieme al figlioletto.

– Colomba Antonietti
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Nelle sue “Memorie” Giuseppe Garibaldi di lei scrisse così:
“Quella donna mi ha ricordato la mia povera Anita: anche lei era così tranquilla e coraggiosa in mezzo al fuoco…”
Bella e giovane figlia di un fornaio, Colomba Antonietti, animata da fervente ardore patriottico, aveva sposato il conte Luigi Porzi, ufficiale dell’esercito del Papa.
Luigi, disertato l’esercito papalino, si unì a Garibaldi e partì alla difesa di Roma.
La giovane moglie volle seguirlo in battaglia, dove si distinse con valore, e per farlo indossò vesti di semplice soldato e si fece attendente del marito.
Durante un aspro combattimento presso una villa detta “Il Vascello”, il 30 giugno del ’49, una pallottola colpì a morte il giovane attendente. Solamente allora, di fronte al disperato dolore di Luigi, accorso per coglierne l’ultimo respiro, i compagni scoprirono che il giovanissimo soldato era una donna e le resero l’omaggio dovuto: quello riservato agli eroici caduti.

– Onorata Rodani
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Anno 1423. Un’altra donna muore in battaglia dopo un aspro combattimento; per tre anni aveva combattuto valorosamente nelle file dell’esercito di Francesco Sforza, impegnato contro Venezia.
Le sue ultime parole furono:
“Onorata vissi e onorata muoio.”
Onorata Rodano era un’apprezzata pittrice e il conte Cabrino, Signore di Castelleone, nei pressi di Cremona, le affidò l’incarico di affrescare alcune stanze del suo castello.
Oltre che brava, Onorata era anche molto bella e schiva.
La sua avvenenza accese le brame di un amico del conte. Invano questi continuava ad invitarla ai banchetti ed ai sontuosi festini di corte. Assorbita dal suo lavoro, la ragazza li rifiutava sistematicamente.
Contrariato ed offeso, un giorno, l’innamorato respinto la raggiunse sull’impalcatura dove lei lavorava e tentò di usarle violenza.
Nel tentativo di difendersi, Onorata lo ferì mortalmente con la lama che usava per raschiare la parete. Per evitare il castigo, la ragazza fuggì e, travestita da soldato, entrò nelle truppe dello Sforza e combatté per oltre tre anni. Fino allo scontro in cui fu colpita a morte.
I compagni si chinarono per soccorrere il valoroso cavaliere morente e solamente allora si accorsero di avere di fronte una giovane donna.

ANTICA GRECIA… le origini: Pelasgo, il primo uomo della Terra

ANTICA GRECIA… le origini: Pelasgo, il primo uomo della Terra
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Si racconta che Filippo il Macedone a chi gli rimproverava di essere un “barbaro” domandava: “Che cosa intendete voi per Grecia?”
Il primo territorio designato con questo nome pare essere stato Dodona, città della Trespozia, nell’Epiro; in precedenza tutto il territorio era chiamato “Terra degli Elleni”, da Hellas o Ellade, regione della Tessaglia e con questo nome, a partire dal VI secolo a.C. si identificarono tutte le popolazioni: dal Peloponneso all’Illiria, dall’Attica alla Macedonia, ecc.
Come e quando assunse quel nome? In realtà non si sa bene.
Secondo gli scrittori della Grecia classica ad arrivare per primi nel territorio furono i Lelegi, provenienti dalla Caria, ma vi trovarono un nucleo etnico arcaico, una popolazione autoctona: i Pelasgi, che pare si siano insediati nel Peloponneso partendo dalla Palestina intorno al 3500 a.C. e che in età classica dettero origine a quella che fu chiamata la “questione pelasgica”.
E’ con questo termine, infatti, che furono indicati tutti gli abitanti della Grecia pre-ellenica.

Appartiene proprio a questo periodo il mito greco più antico della Creazione; un mito complesso in cui non vi sono Dei, ma solo una Dea-Universale di nome Eurinome.
E’ il mito pelasgico della Creazione, d’età matriarcale, quando la donna dominava l’uomo.

Era il Caos.
Eurinome, Dea-Universale, emerse dal Caos, ma non trovò nulla di solido su cui posare i piedi e allora separò il cielo dal mare e per scaldarsi si mise a danzare sui flutti. La sua frenetica danza attirò Borea, il Vento-del-Nord, che cominciò a turbinare alle sue spalle.
La Dea si voltò e pensò che avrebbe potuto servirsi di lui per dare inizio alla creazione della vita. Afferrato il vento, lo strofinò tra le mani e quello si trasformò in un grande serpente, Ofione, che, acceso dal desiderio, l’avvolse e la fecondò.
Eurinome, rimasta incinta, assunse la forma di una colomba e volò sul mare per andare a deporre l’Uovo-Cosmico, poi ordinò ad Ofione di covarlo e il Serpente-Cosmico lo arrotolò in sette spire aspettò che si aprisse.
Dall’Uovo uscirono le Figlie della Dea: Sole, Luna, Pianeti, Stelle e Terra con monti, fiumi. alberi ed esseri viventi.

Eurinome, il cui nome significa “Lunga Perenigrazione” ed Ofione si stabilirono sul Monte Olimpo, ma quando Ofione si vantò d’aver creato lui l’Universo, la Dea si irritò e gli fracassò i denti prima di rinchiuderlo nel seno oscuro della terra.
A questo punto la Dea decise di assegnare una coppia di Titani e Titanesse, “Signori” e “Signore”, ad ognuna delle Sette Forze Planetarie: Tia e Iperione furono i Signori del Sole – Febe e Atlante furono i Signori della Luna – Dione e Crio, del pianeta Marte – Meti e Ceo, del pianeta Mercurio – Temi ed Eurimedonte, del pianeta Giove – Teti ed Occeano, di Venere – Rea e Crono, di Saturno.
In età classica, però, queste Forze furono assegnate a: Elio – Selene – Ares – Ermete oppure Apollo – Zeus – Afrodite e Crono.
Ad ognuna delle coppie di Divinità Planetarie la Dea-Universale assegnò un potere associandolo al corpo celeste: Il Sole fu associato alla Luce – la Luna agli Incantesimi – Marte alla Crescita – Mercurio alla Saggezza – Giove alla Legge – Venere all’Amore – Saturno alla Pace .

Eurinome non si fermò qui. Dalla terra d’Arcadia, nel cuore del Peloponneso, fece emergere Pelasgo, il primo uomo vivente, subito seguito da altri uomini. A lui la Dea insegnò l’arte della caccia, della raccolta di ghiande e altri frutti e della concia delle pelli.

Donne nella Storia: Vizi e Virtù – la Seduzione

Innanzitutto il Dizionario recita così:
“sedurre è l’atto di attrarre al male e distogliere dal bene con lusinghe ed inganni”
Davvero poco lusinghiera questa spiegazione per una “seduttrice”, letteralmente parlando.
“Ma – continua il Dizionario – significa anche attrattiva, fascino, lusinga, malia e… corruzione.”
Seduttrice, dunque, è colei che affascina, alletta, ammalia, seduce, provoca… in una parola: piace.
L’elenco delle “seduttrici” è numeroso. Ieri come oggi. Ne citeremo alcune, partendo dai tempi nostri e raggiungendo il passato.

– Sulle seduttrici dei nostri giorni stenderei un velo pietoso: “escort” significa più prostituta d’alto bordo che vera “seduttrice”.

VERONICA FRANCO

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Letterata, poetessa e scrittrice, era anche una donna bellissima dotata di un fascino particolare. Vissuta nella Venezia del ‘500, trasformò la sua casa in un salotto mondano-letterario frequentato da nobili e uomini di cultura che, con la loro generosità, la resero ricca e famosa, fama a cui contribuì perfino il grande letterato Pietro Aretino.
Spregiudicata e libera nel suo stile di vita (consumò brevi ma intense passioni amorose), si guadagnò presto fama di cortigiana e “seduttrice”;
Come tutte le cortigiane, però, è “honorata e riverita”, come dice il celebre Catalogo pubblicato nella metà del ‘500. Come tutte le cortigiane di rango, però, la Franco non si limitava a vendere il proprio corpo, ma offriva compagnia, eleganza, classe ed arte: sapeva suonare, cantare, recitare: composizioni proprie e quelle dei suoi ospiti.
Non mancò neppure di protettori particolarmente importanti: uno di questi fu Enrico III, re di Francia.
Morì giovane; forse proprio a causa del suo sfrenato stile di vita.

SEMIRAMIDE

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Figura leggendaria, di lei si hanno notizie incomplete e spesso contradditorie, proprio per il fatto che la storia ha ceduto alla leggenda.
Molti studiosi la riconoscono nella figura di Sammuramat, sposa del Re assiro Shamshia-dad V,
vissuta in epoca tardo-matriarcale.
Molti secoli dopo, la figura di questa donna, dalla grande libertà di costumi, suscitava scandalo nella Chiesa Cattolica, che considerava Babilonia come la “Grande Meretrice”.
Nel Medio Evo era diventata simbolo di licenziosità e dissolutezza morale. Dante la collocò nell’”Inferno” fra i Lussuriosi e Boccaccio la condannò severamente nel suo “De Mulieribus Clares”.
La letteratura si è spesso accanita su questa figura, salvo rare eccezioni come in “LA città delle Donne” di Chrestine de Pizan, che ne parla come di una donna di valore e coraggio.
Il regno di Semiramide, Regina e Reggente in nome del figlio Adad-Nizan III, fu in realtà un momento di cultura, libertà e crescita economica, valori quasi sconosciuti nel Medioevo, (periodo di maggior accanimento nei suoi confronti) chiuso in se stesso e nei suoi tabù.

– Cleopatra

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Di questo personaggio, appartenente alla Dinastia dei Tolomei, di origine greca, si è ormai detto tutto e forse non sempre a proposito.
Tralasceremo la sua celebre storia d’amore con Marco Antonio e il tentativo di seduzione nei confronti di Ottaviano Augusto, né parleremo del suo matrimonio con Giulio Cesare e del suo arrivo a Roma, cinematograficamente trionfale, ma in realtà osteggiato da tutti, essendo, i fatti, assai noti.
Non parleremo nemmeno della sua morte: aspide o vipera? Di qualunque veleno si trattò, certo è che pose fine alla sua vita.
Parleremo della sua fanciullezza e giovinezza.
Altre Regine con il suo nome l’hanno preceduta: lei era Cleopatra VI, nata ad Alessandria d’Egitto nel 69 a.C., da Tolomeo XII.
Fu l’ultima Regina di quella Dinastia; regnò dal 51 al 30 a.C., anno in cui morì.
Non era particolarmente bella, ma possedeva un fascino assai particolare; era astuta e ambiziosa ed era dotata di una spiccata personalità.
Aveva 18 anni quando morì il padre, lasciando il Regno al fratello, Tolomeo XIII, di soli 10 anni ed a lei il ruolo di Consorte Reale.
Roma, di cui l’Egitto era una Provincia, aveva nominato Pompeo come tutore del ragazzo, il quale godeva anche della protezione del potente eunuco Potino.
Ansiosa di agguantare il potere, Cleopatra fuggì in Siria, dove riuscì ad organizzare un proprio esercito.
Molto colta (parlava perfettamente cinque o sei lingue) e con particolari doti politiche e diplomatiche, cercò di volgere a proprio vantaggio le vicende di Roma, dove era in corso una guerra civile, scoppiata tra Pompeo e Giulio Cesare.
Potino, per compiacere Cesare, aveva fatto uccidere Pompeo e fu proprio quell’episodio che spinse Cleopatra ad osare ciò che nessuno avrebbe osato mai: avvolta in un tappeto, (una storia che ormai tutti conoscono bene) si presentò al cospetto di Cesare, che ne restò davvero impressionato. Fra i due nacque la passione e Cesare, per compiacere la “Sua Regina” fece uccidere Tolomeo, lasciando a lei il potere assoluto.
La richiamò a Roma, ma… basta vedere il celeberrimo film con la Taylor e Burton, (con accenti hollywoodiani) per conoscere il seguito della storia.
Morto Cesare, Cleopatra cadde fra le braccia di Marco Antonio, suicidatosi questi, tentò di sedurre Ottaviano Augusto e alla fine, vistasi perduta, pose fine ai propri giorni con il veleno di un serpente

DONNE nella Storia: Vizi e Virtù – La Maternità

Non esiste termine (né si potrebbe inventarlo) capace di esprimere la grandiosità e l’unicità del legame madre-figlio. Per questo citerò due soli nomi: la più amata e la più esecrata delle madri: Cornelia e Procne.
CORNELIA

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Figlia minore di Scipione l’Africano, Cornelia andò sposa, intorno al 175 a.C. a Sempronio Gracco; questa donna, ancora oggi, è assunta a simbolo dell’orgoglio materno.
Donna colta e di forte carattere, scrisse Lettere e Consigli rivolti ai numerosi figli; dodici, per la precisione, di cui, però, sopravvissero solo tre: Sempronia e i due famosi Gracchi, Tiberio e Caio.
Dopo la morte del marito, la matrona si dedicò completamente alla cura dei figli, rifiutando perfino di sposare il faraone Tolomeo VIII e la possibilità di diventare Regina d’Egitto. (nella foto)
Si racconta che ad un’amica che mostrava con orgoglio i propri gioielli, Cornelia abbia risposto:
“Haec urnamenta mea!”, indicando i figli, Caio e Tiberio, che stavano giocando in un angolo del giardino.
Da sempre Cornelia è considerata la madre ideale non solo per le sue virtù, ma anche per il carattere sobrio ed austero che la contraddistingueva.

PROCNE

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Procne era figlia di Pandione, re di Atene, e moglie di Tereo, re di Tracia. Sventura volle che Tereo si innamorasse di Filamela, sorella di Procne, lasciandosi ammaliare dal suo canto.
Per averla, Tereo ricorse all’inganno: segregò la moglie, facendola credere morta e chiese in moglie la di lei sorella, Filamela.
Saputa la notizia, Procne minacciò di avvertire padre e sorella dell’inganno; Tereo, per impedirglielo, le fece mozzare la lingua e la nascose nel quartiere degli schiavi, sotto sorvglianza di fedelissimi.
Procne, però, riuscì lo stesso ad avvertire la sorella, nascondendo un messaggio nel manto nuziale il che le schiave stavano ricamando per la sposa.
Quando il messaggio arrivò a Filomele, questa si precipitò immediatamente in soccorso della sorella e il suo pianto di gioia fu un canto meraviglioso; Procne, invece, sembrava presa da irresistibile smania, ma non riusciva ad emettere suono.
Finalmente ricongiunte, le due donne pensarono subito al modo di vendicarsi del fedifrago marito e lo fecero nel modo più atroce: uccisero Iti, il figlioletto che Procne aveva avuto da Tereo e ne fecero mangiare le carni al padre.
Quando Tereo si rese conto dell’orrido pasto consumato, le uccise entrambe.
Gli Dei, dice la leggenda, trasformarono i tre in altrettanti uccelli: Filamela fu un unignolo, Procne una rondine e Tereo un corvo.
Naturalmente si tratta di allegorie, ma in qualche modo, gli Antichi sentivano la necessità di farsi una ragione dell’esistenza del male!