La donna oggi

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Il seme di un Movimento per l’emancipazione femminile fu gettato con la Rivoluzione francese e la ghigliottina: due attiviste ci lasciarono letteralmente la testa, sotto quella ghigliottina!
La battaglia, però, è continuata.
Anzi, le battaglie.
Ma la guerra è stata vinta?
Per una parte dell’universo femminile, parlerei di abbondante armistizio, ma con molti compromessi e forzature varie: sul lavoro, in famiglia…

E per l’altra parte? Una buona parte, direi!
Per quella parte dell’universo femminile posso affermare senza timori di smentite che la risposta è assolutamente no e le ragioni sono varie:
– violenza fisica al corpo femminile attraverso infibulazioni e atrocità simili.
– costrizioni ed imposizioni quali matrimoni combinati, padri-padrone, ecc.
– annientamento della personalità attraverso un abbigliamento degradante (non mi riferisco al velo, ma a quello scafandro chiamato burca)

– stupro… violenza di casa nostra… la piaga dello stupro che fino a qualche anno fa non era neppure considerato reato.

– la violenza domestica, spesso sommersa e portata con vergogna.

La cronaca ci ha abituati ad episodi di violenza contro le donne…” Femminicidio”, chiamano tale triste fenomeno. Donne che perdono la vita per mano di uomini violenti e possessivi, per la maggior parte dei casi nell’ambito familiare.
Si tratta di un fenomeno universale che coinvolge ogni strato sociale e culturale, senza esclusione alcuna.

La cronaca, però, sorvola su un vergognoso ed altrettanto triste fenomeno oppure non ne parla a sufficienza, forse perché di casa nostra non é: parlo del Gendercidio.
Che cos’é il Gendercicio?
Potremmo definirlo l’aspetto più drammatico della discriminazione e selezione dei sessi: la forma più subdola di violenza sulla donna. Si tratta, in sostanza, dell’aborto selettivo di feti o di soppressione di neonati di sesso femminile: bambine che non vedono la luce o che vengono uccise appena nate.
Le armi usate? Aborto o veleno.
Dove, il triste fenomeno è più diffuso? Là dove ci sono oppure c’erano fino a poco tempo fa, povertà e sottosviluppo.
In realtà, si tratta solo di un alibi, quello della povertà, poiché in quei Paesi la crescita economica è sotto gli occhi di tutti, come sotto gli occhi di tutti é l’assoluta indifferenza verso questo sterminio di particolare proporzioni.
In alcuni Paesi (non occorre far nomi, essendo il fenomeno sotto gli occhi di tutti), la donna è ancor oggi considerata un peso, mentre in altri pare che la tendenza sia, per così dire, quella di invertire la rotta.
Molti, bisogna riconoscere, i Paesi in cui è stato proibito l’aborto selettivo (fino a ieri ampiamente praticato) ed in cui si sono disposti incentivi a favore dei figli di sesso femminile. Tutto ciò, però, non ha ancora prodotto significativi mutamenti e la ragione è da ricercarsi, forse, in un modello di società sostanzialmente maschilista.

Esiste, poi, un altro tipo di violenza sulla donna: quella della pubblicità. Quella, intendo, che per vendere un dentifricio o un tubetto di silicone, ricorre all’immagine di un nudo femminile… complice, in questo caso, il soggetto stesso che a ciò si presta.
Per chi guarda e subisce tale pubblicità, però, resta pur sempre un atto di violenza… e non lo dico per facili moralismi o falsi pudori, ma solo per quel diritto al rispetto che ogni donna dovrebbe pretendere e quel personale stile e buongusto che differenzia una donna da qualcosa d’altro.

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Condizione della donna nella storia: la donna nella cultura islamica

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Il primo a porre la questione femminile e l’emancipzione della donna nella società fu l’intellettuale egiziano Oasim Amin.
“La Legge islamica ha preceduto tutte le altre Legislazioni, proclamando l’uguaglianza della donna e dell’uomo.” scrisse
Ed aveva ragione. Sebbene solo teoricamente, poiché la condizione femminile nel mondo non è mutata poi così tanto da quando Oasim Amin fece quest’affermazione.
Immutata è rimasta anche la condizione della donna musulmana; ieri come oggi, che pure occupa posti di rilievo nella società. Ieri come oggi, infatti, è assoggettata all’autorità di padre o marito e ieri come oggi, ritenuta fonte di tentazione per il maschio, è costretta a velarsi e nascondersi. E, sempre ancora oggi, la troviamo, in alcuni Paesi, sottoposta a pratiche aberranti come l’infibulazione… e non giustifica il fatto che tale pratica sia antica e pre-islamica… semmai ne aumenta la colpa, poiché tollerare è lo stesso che praticare.

In verità, nella società araba pre-islamica, la condizione della donna, considerata una disgrazia per la famiglia fin dalla nascita, era veramente assai dura. Oppressa, disprezzata e privata di ogni più elementare diritto, era considerata alla stregua di un oggetto o di una proprietà che si poteva perfino ereditare: dal figlio maggiore della prima moglie, alla morte del padre.

L’Islam le riconobbe diritti che non aveva mai goduto prima, ma le impose anche doveri.
Diritti e doveri. Il Corano obbliga e tutela.
Il Corano, però, si presta a varie interpretazioni.
Esiste la Sharia, la Legge Islamica, ma esiste anche la Ijtihad, la nuova interpretazione della Legge Coranica e non sempre la seconda è in accordo con quella tradizionale.

“Le donne sono uguali all’uomo di fronte a Dio.” recita il Corano,
ma subito precisa:
“Le donne hanno diritti equivalenti ai doveri, ma gli uomini sono superiori. Allah è potente e giusto!” (Sura 2 – verso 228)
o addirittura proclama:
“Gli uomini sono preposti alle donne a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono i loro beni… Le virtuose sono le devote che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione. Lasciatele sole nei loro letti. Battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di loro. Allah Altissimo è grande.” ( Sura IV – versetto 34)

Il Corano, dunque, riconosce molti diritti (ma non tutti) alla donna e primo fra tutti, le riconosce il diritto alla nascita: un diritto per nulla scontato, se si considera il dilagare in tutto il mondo della piaga del Gendercidio o selezione genetica.
Bisogna anche riconoscere che se in alcuni Paesi arabi le donne non godono dei diritti loro accordati dal Corano, la causa va ricercata nella interpretazione che ne danno uomini appartenenti ad una società per vocazione profondamente maschilista.
Sono nati così, imposizioni e divieti.
Come quello del velo, diventato nel tempo sempre più ampio, sempre più largo, sempre più avvolgente fino ad inghiottire la figura femminile. Nessun versetto del Corano, in verità, ne prescrive l’uso, ereditato dalla cultura pre-islamica. E nessun versetto coranico ingiunge alla donna di abbassare lo sguardo perché offenderebbe la “superiorità del maschio”.
Né è il Corano a imporre l’istituto della poligamia, secondo cui l’uomo può avere fino a quattro mogli o quello del facile ripudio, che permette all’uomo di liberarsi della moglie anche senza giusta causa. Si tratta di antiche consuetudini cui un certo tipo di uomo è rimasto tenacemente attaccato.

Grazie al movimento per l’emancipazione femminile “Periodo del Risveglio”, che già nel 1923 portò la Turchia all’abolizione della Sharia ed alla laicizzazione dello Stato, alcune cose oggi sono cambiate… cambiamenti che hanno contribuito alla nascita di progetti sociali e culturali su cui ancora oggi si scontrano Progressisti e Fondamentalisti…

Oggi, la poligamia, pur riconosciuta, è praticata solo in bassissima percentuale e la maggior parte dei matrimoni sono monogami. In materia di diritto familiare, alla donna divorziata è stato finalmente riconosciuto il diritto di tenere il figlio con sé fino a nuove nozze o di non contrarre matrimonio contro la propria volontà; in alcuni Paesi poligamia e ripudio sono stati aboliti.
Alla donna araba oggi, è riconosciuto il diritto all’istruzione ed al lavoro come in ogni altra società.
Quando si parla di donna araba non si parla di una sola realtà, ma di un mondo variegato con realtà diverse, che non devono indulgere l’osservatore esterno a facili pregiudizi. Come nella società occidentale un’italiana è diversa da una svedese, nella società araba una saudita lo è da una tunisina.
E’ paradossale che a diffondere lo stereotipo della donna araba sottomessa e completmente assoggettata all’uomo siano solo fatti di cronaca e si tralascino invece le conquiste, numerose, delle donne arabe nell’ambito della società.
Uscita dal limbo di ignoranza in cui è vissuta per secoli, la donna araba oggi conosce, al pari della donna occidentale, molte nuove realtà. Come la donna occidentale e soprattutto negli ultimi decenni, ha conseguito successi e conquistato diritti, ma molta strada ha ancora da percorrere.
Una di queste conquiste è il diritto a coprirsi il capo, se desidera farlo e se non vi é costretta da qualcuno o da qualche precetto.

Condizione della donna nella Storia: la donna nella cultura Cinese

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    Indefinibile! E’ il solo termine per definire la donna cinese. Difficile per noi occidentali.
    Ci è sempre apparsa semplice, forte e saggia: specchio della millenaria civiltà che l’ha sostenuta. Fragile, ma solo apparentemente; misteriosa ed enigmatica, custode delle proprie tradizioni ed usanze. Nascosta dietro il trucco elaborato come dietro una maschera; l’acconciatura semplice oppure elaborata, ma quasi sempre ornata di fiori. La veste di seta o di semplice cotone, ma sempre semplice, bella ed elegante.
    Recita così un’antica poesia cinese:
    “Come la liana abbraccia l’albero in ogni parte,
    così tu abbracci me:
    Sii la mia compagna e non lasciarmi mai più.
    Come l’aquila nel lanciarsi in volo batte il suolo con le ali,
    così io batto alla tua porta:
    Sii la mia compagna e non staccarti da me.”

    Meravigliosi versi d’amore che non devono farci dimenticare i tanti aspetti per noi sconcertanti. Come l’usanza antica di fasciare i piedi: un piedino infilato in una minuscola babbuccia ricamata, simbolo di fascino ed eleganza.
    Un’usanza lontana risalente, sembra, al X secolo, per acquisire grazia, leggerezza e soprattutto quel “movimento” arioso ed inimitabile. Un’usanza, però, assai penosa e dolorosa, che non teneva in nessun conto la donna costretta a subirla. Quei piedi strettamente fasciati condizionavano la sua vita e la costringevano a restare in casa, con il risultato di trovarsi relegata al solo ruolo che le si voleva assegnare: quello di sposa.

    Quale, dunque, la condizione della donna nella cultura cinese?
    In una società profondamente e particolarmente partiarcale e maschilista, la donna non poteva godere di privilegi: era l’uomo a perpetrare la specie e la donna ne era solo lo strumento.
    In verità, sorte e considerazione non diversa era riservata anche alle donne di altre latitudini… compresa la nostra.

    Come tutti i Paesi di grandi contraddizioni, la Cina si presenta oggi con due facce: città ricche, industrializzate ed occidentalizzate e campagne povere, arretrate e tenacemente legate alle tradizioni.
    La tradizione vuole la donna “ceduta”, attraverso il matrmonio, dalla famiglia del padre a quella del marito e vuole la donna relegata al ruolo subordinato di moglie e sposa.
    Oggi le cose sono un po’ cambiate.
    Oggi molte giovani donne cinesi partono per l’Occidente per studiare o lavorare; molto di loro sono bene inserite nella società, nel lavoro, nela politica, ma molte ancora restano nelle campagne e nel proprio limbo di ignoranza, completamente sottoposte all’uomo, defraudate dei diritti più elementsri e spogliate della dignità di essere umano,

    L’aspetto più triste e drammatico, forse, della mancata considerazione nei riguardi della donna, è la vergognosa piaga del gendercidio, da attribuire alla politica del “figlio unico”, adottata per porre un freno all’esplosone demografica degli ultimi decenni.
    Per avere un figlio maschio, infatti, si ricorre alla selezione genetica, pur vietata dalla legge, con il risultato paradossale di un numero superiore di maschi rispetto alle femmine (eliminate allo stato di feto o addirittura di neonato).
    Per di più, per qualche ragione che andrebbe analizzata, i giovani europei sono sempre più attratti dal fascino dolce e discreto delle ragazze orientali ed il numero di unioni miste è sempre in crescita.
    E’ forse il nuovo sogno?

Condizione della donna nella Storia: la donna del Rinascimento

La Donna del Rinascimento

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Rinascimento! Una parola che evoca immediatamente grandiosità ed esuberanza, sfarzo ed eleganza, genio ed innovazione, ma, al contempo, licenziosità e barbaria, ferocia e corruzione, faziosità ed intrigo. Soprattutto il Rinascimento italiano che, proprio attraverso queste contraddizioni, sviluppò uno straordinario corollario artistico, politico e di costume che segnò il passaggio dal Medioevo all’Età Moderna ed abbracciò tre secoli: il ‘400, il ‘500 e parte del ‘600.
Cito solo alcuni nome: Raffaello, Tiziano e Michelangelo, Petrarca e Ariosto, Machiavelli, Leone X e Giulio Secondo, Leonardo e Lorenzo il Magnifico. E poi, i Borgia, ecc…
Come si colloca la donna all’interno di questo esuberante e controverso palcoscenico?
Il ‘400, ma non solo quello, fu definito: il secolo delle cortigiane.
Il ‘400 fu il secolo di santi ed eretici, papi e cardinali, principi e politici, ma fu definito anche il “secolo delle cortigiane”.
A Roma come a Firenze, a Ravenna come a Venezia, le cortigiane dominavano la scena di questo straordinario momento di rinnovamento e di risveglio dopo il torpore della tradizione.
Il ruolo e l’influenza, che queste donne ebbero nella vita artistica politica e religiosa, fu grandissimo.
Si dice che nella sola Roma di papa Sisto IV e Giulio II, si contassero non meno di sette mila cortigiane.
C’erano cortigiane d’ogni categoria: di strada e d’alto bordo. Queste ultime, colte e raffinate, talvolta perfino letterate, rivestirono un ruolo assai significativo nella politica di quel periodo e fecero da Muse ispiratrici per i tanti artisti del tempo.

Non tutte le donne, naturalmente, erano cortigiane. C’erano donne potenti per nascita. Come Lucrezia Borgia, tanto criticata dai posteri quanto dai contemporanei (a torto o a ragione, Isabella d’Este, bella colta e diplomatica; c’era, poi, la grande Caterina dei Medici.

La donna del Rinascimento godeva, dunque, di un potere acquisito con l’arte della seduzione e l’esercizio dell’intrigo e della diplomazia.
Ma non erano solo cortigiane e nobildonne ad animare le scene: una moltitudine di popolane indigenti, malate e malnutrite (è l’epoca delle grandi epidemie), prive di qualunque diritto e considerazione, assediavano quelle scene.
Tanto era lo sfarzo delle corti di Dogi, Papi, Re e Principi, tanto era lo squallore delle strade e delle periferie di città come Roma, Milano o Venezia.
A Venezia, se da un lato si continuava ad emettere Provvedimenti allo scopo di porre fine al lusso eccessivo delle patrizie, dall’altro, le popolane si accalcavano e accapigliavano davanti ai fondaci dove si distribuiva la farina.
Una certa evoluzione della condizione della donna nel periodo rinascimentale va, comunque, riconosciuta e ricercata in diversi fattori. Il più importante, forse, stranamente, fu il matrimonio, che rallentò i vincoli di controllo stretti intorno a lei.
Prima del matrimonio, infatti, le ragazze conducevano una vita assai ritirata e controllata; celebrate le nozze, però, acquisivano, se non autorità, una certa autonomia e libertà.
Non al pari di una cortigiana, naturalmente, che possedeva molta autonomia, ma poca onorabilità: la cortigiana era una donna che aveva portato la prostituzione nei Palazzi del Potere, ricevendone in cambio ricchezza e protezione… ma questa è una nota che duole anche ai tempi nostri!

Condizione della donna nella Storia: la donna dei barbari

LA DONNA dei BARBARI

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Bisogna innanzitutto precisare che “barbaro” non vuol dire “uomo con la barba”, come disse un mio alunno, solo perché i “barbari” sui testi di storia sono raffigurati quasi sempre con la barba. “Barbaro” significa “Straniero” ed è con questo termine che furono chiamate le popolazioni d’oltr’Alpe conquistate durante le campagne militari, ma anche tutti quei popoli che calarono in Italia dal Nord dell’Europa, verso la fine dell’Impero Romano.
Erano per lo più popolazioni rozze, feroci ed ignoranti, dedite al saccheggio ed alla devastazione.
Non tutti, in verità! Popoli come Franchi o Longobardi, erano civili e politicamente bene organizzati.
Tutti quei popoli, però, avevano un comune denominatore: la donna e il ruolo che ella rivestiva nella società.

La Donna dei GALLI e dei GERMANI
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La condizione della donna presso queste popolazioni era di autentica parità con l’uomo, sebbene svolgesse compiti a lei più congeniali. La parità tra i sessi era una delle caratteristiche più importanti della società celtica.
Brave a filare, tessere e cucire, la donna celtica era spesso indovina, sacerdotessa e guerriera.
Godeva di libertà assoluta su ogni piano e la sua piena libertà sessuale era espressione del grande potere che la “maternità” esercitava su quelle popolazioni.
Miti e Leggende esaltano l’uomo celtico, facendone un super-uomo impegnato in un costante sforzo inteso a dimostrare d’essere il migliore. In realtà, quei leggendari guerrieri e super-eroi, era dalle donne che andavano ad apprendere l’arte della guerra.
La donna celtica aveva spiccate attitudini alla guerra e i futuri guerrieri la sceglievano come “Maestro”, come dice il mitico eroe Cuchulainn.
Quel lato feroce e cruento, però, in creature deputate a creare la vita, finì per alimentare un alone di inquietudine ed ambiguità sulle figure di quelle donne-guerriere.
Molti i loro nomi.
La celeberrima Budica, che condusse alla rivolta il popolo Bretone, non fu l’unica Regina-guerriera. Celebrate sono le eroiche vicende di Eponima e Camma, eroine dei Galli. Le donne dei Cimbri, poi, seguivano i mariti in guerra e li incitavano alla battaglia attraversando di corsa gli accampamenti, agitando armi e suonando rumorosi strumenti.
Infine, come disse Tacito a proposito delle donne dell’isola di Mona, in Britannia, che combatterono al fianco dei propri uomini:
“… nude e tinte di nero, quelle donne incutevano grande rispetto nel popolo…”
“La virtù dei Galli rifulge tutta nelle loro donne.” diceva Cesare e il generale Ammiano Marcellino rincarava così:
“Nessuna banda di stranieri potrebbe resistere ad un solo celtico in una rissa, tanto più se chiamerà anche sua moglie, ancora più forte di lui.”

la Donna degli UNNI
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Unni, Vandali… sono nomi che evocano orde selvagge nell’atto di devastare, depredare, distruggere ogni cosa lungo il proprio cammino.
Qual era la condizione della donna all’interno di popolazioni così violente e sempre dedite alla guerra?
Il “barbaro” nutriva per la sua donna un rispetto profondo e una altrettanto profonda venerazione: era saggia, conosceva rimedi naturali per ogni malanno ed aveva con la natura un rapporto particolare ed unico.
La donna, dal canto suo, restituiva tanto rispetto con una fedeltà incondizionata che giungeva a limiti estremi, come chiudersi attorno al collo una collana con inciso il nome del proprio uomo: un collare che, una volta chiuso, non poteva più essere tolto.
Donna semplice e casta, divideva con il proprio uomo, sempre in guerra per la conquista di un territorio, una vita di pericoli e disagi.
La sua casa era un carro sempre in movimento e solo di rado, nelle brevi soste di quegli interminabili percorsi, trovava riparo sotto una tenda. Tesseva, cuciva e ricamava ed utilizzava tutto quanto la natura era in grado di offrire. Si occupava dei figli e della famiglia, ma anche delle necessità della tribù, dentro la quale godeva di una parità con gli uomini, sconosciuta alla società “civile”.

La Donna dei Franchi e dei Longobardi
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E’ giunta l’epoca dei Castelli.
Franchi, Goti, Longobardi, scesi in Italia con i loro eserciti, hanno occupato territori, ma hanno finito per adottare usi e costumi del Paese conquistato senza, però, rigettare le proprie usanze.
La donna è diventata la “castellana”. E’ riverita e rispettata da tutti. Compreso il marito.
Costui è continuamente impegnato in guerre e battaglie e perciò, sempre lontano dal castello e dal proprio feudo; quando non è lontano, spende il proprio tempo in tornei e battute di caccia.

Madre e sposa di guerrieri sempre lontani da casa, questa donna diventa sempre più potente, la sua posizione sempre più consolidata.
La troviamo impegnata a condurre e dirigere la vita nel castello, dove è diventata la signora incontrastata, soprattutto in assenza del marito.
Troviamo, dunque, la donna del primo millennio, in una posizione di privilegio, ma non è propriamente così: privilegi, sì, ma solamente se si appartiene alla nobiltà. Ben altra sorte, infatti, è quella della popolana che, oltre ai disagi della povertà, deve subire spesso anche l’onta dello stupro da parte del vincitore.
Questa, però, è una storia vecchia… vecchia quanto il potere del maschio!

Condizione della donna nella Storia: la donna etrusca

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La figura della donna etrusca ancor oggi è avvolta nel mistero, lo stesso che circonda la sua gente.
Dagli affreschi e dalle sculture, però, ci appare bella, elegante e raffinata; affreschi e sculture che esibiscono ricchezze e potere ed affermano la legittimazione di un’aristocrazia in cui la donna è protagonista.
Coperta dei gioielli di famiglia, che costituivano il tesoro di famiglia ereditato per via femminile, la donna etrusca ostenta lusso e potere.

Questa donna è, infatti, sempre presente: nei rapporti politici, nei legami fra Clan e nella creazione di Dinastie. Vive in assoluta parità con l’uomo ed ha comportamenti ritenuti, all’epoca, adatti solamente all’uomo: beve vino, partecipa ai banchetti sdraiata come un uomo e non seduta, parla di politica ed ha opinioni proprie.
Tutto questo attira su di lei il disappunto e la disapprovazione di Greci e Romani, che giudicano scandalosa la sua condotta e i suoi comportamenti.
Accadeva, in realtà, quello che accadrà più tardi alla donna romana d’epoca imperiale: vedove di mariti morti in guerra, ne ereditavano e gestivano gli enormi patrimoni che permettevano loro l’esercizio del potere; la sola differenza era la partecipazione alla vita politica: alle romane rimase sempre interdetta.

Bisogna precisare, però, che tanta libertà, lusso e potere, erano riservati solo alle donne di rango e che le condizioni di vita di tutte le altre, schiave o popolane, erano tutt’altro che facili e felici.

Condizione della donna nella Storia: la donna romana

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La donna romana viveva in assoluta condizione di inferiorità rispetto all’uomo da cui finiva sempre per dipendere: come padre o come marito e perfino come fratello o figlio maggiore, quando restava vedova. Non conobbe mai, però, la sorte del gineceo, in cui veniva confinata la donna greca.
Soprattutto in età repubblicana, la sua sottomissione al maschio era totale: il marito aveva sulla moglie diritto di vita e di morte. In caso di adulterio e perfino se fosse stata sorpresa a bere vino, veniva punita con la morte. (la sbronza era considerata il primo passo verso l’adulterio).
La posizione economica era fortemente penalizzata essendo, la sua dote, completamente integrata con quella del marito, che poteva disporne a piacimento.
Non era mai sola, ma vigilata e sempre accompagnata. Il suo solo scopo di vita era la cura della casa e dei figli.( in caso di mancanza di figli, poi, era sempre lei quella sterile e mai il marito che, per quella “mancanza” poteva chiedere il divorzio).
La donna della Roma repubblicana è, dunque, una donna virtuosa, completamente dedita alla casa e alla famiglia, ma é anche una donna sobriamente elegante e suo è il merito di aver indossato per prima la biancheria intima.

La società e la famiglia romana, però, non erano statiche, ma in continua evoluzione; vediamo, così, nel corso dei secoli la donna romana migliorare la propria posizione economica e la propria indipendenza. E’ sempre in condizione di inferiorità rispetto al maschio, (che arriva perfino a discutere se ella possieda oppure no un’anima), ma la vediamo sempre più impegnata a riscattare la propria condizione. Come avvenne nel 195, quando un nutrito gruppo di donne scese in piazza per manifestare contro la Lex Oppia, una legge che stabiliva che le donne non potessero possedere più di mezza oncia d’oro, indossare abiti ornati di porpora, e altro ancora…
Già nell’ultimo periodo repubblicano le donne videro migliorate le proprie condizioni: potevano disporre dei propri beni, applicarsi alle lettere, ecc.

In epoca imperiale, poi, anche la pressione morale andò rallentando e così il costume, che divenne sempre più libero e libertino. Assistiamo ad un grande mutamento: abbiamo lasciato una donna sottomessa e fedele e la ritroviamo capricciosa ed indipendente.
Le donne appartenenti a ricche famiglie si occupano sempre meno di casa e figli ( lasciati nelle mani di schiavi e precettori) e sempre più di feste e banchetti; banchetti e festini, però, sono occasioni per ostentare ricchezze e potere, anche da parte dei maschi.

La donna romana d’epoca imperiale veste di seta e splende di ori e gioielli. Dedica almeno metà della giornata, attorniata da schiave, alla cura del corpo e dell’abbigliamento. Per nascondere la bassa statura esibisce tacchi vertiginosi e per assecondare l’irrefrenabile vanità, si affida a belletti, cosmetici ed elaboratissime acconciature cosparse di polvere d’oro.
Letteralmente coperta di gioielli da capo a piedi, la donna romana ostenta le ricchezze predate dagli uomini ad altre donne in terre lontane; compreso le pellicce, diventate un accessorio indispensabile.
La parità con l’uomo… beh…
Nonostante il lusso sfrenato, l’apparente o reale indipendenza economica, non c’era proprio alcuna parità di sesso.
Giuridicamente non contava nulla e forse era solo questo che le mancava: la parità con l’uomo. (Cosa da poco!… No?!!!)